Senza fine - La meraviglia dell'ultimo amore Book Cover Senza fine - La meraviglia dell'ultimo amore
Varia
Gabriele Romagnoli
Saggio
Feltrinelli
12 2018
Tascabile
96
10 €

 

Uno dei refrain più vecchi, collaudato ma piuttosto leso, in realtà, è “il primo amore non si scorda mai”.
Gabriele Romagnoli la pensa in altro modo, e nel suo il suo lavoro dedicato al sentimento più forte di tutti tiene a mettere in chiaro un’altra cosa:

Non è il primo amore che conta, è l’ultimo. Sul primo si è già scritto tutto, a cominciare dalla sciocchezza secondo cui non si scorderebbe mai.

Appunto.

Romagnoli non vuole offrire una spiegazione dell’amore appellandosi a troppa teoria, ma per darne una rappresentazione efficace dice di volersi avvalere di storie. Storie che raccontano meglio di tante parole che cos’è l’amore. E in quante forme si presenta. O meglio si sublima.
È il teorema che ha messo nero su bianco lo scrittore Julian Barnes: “L’amore non può essere racchiuso in una definizione, può esserlo forse soltanto in una storia”.

E citando Barnes dal suo romanzo L’unica storia, Romagnoli accende il motore di Senza fine - La meraviglia dell’ultimo amore, che fila senza pause per undici avvincenti capitoli; e molte più storie: parte della sua personale sfera intima (il padre e la madre) oppure avulse ma comunque partecipate attraverso la testimonianza dei protagonisti che lo scrittore ha incontrato o ben conosciuto.

(Scrive Julian Barnes): “Ognuno di noi ha la sua storia d’amore. Tutti quanti. Magari è stata un fiasco, magari si è consumata poco per volta, magari non è nemmeno riuscita a partire, o magari è successa solo nella nostra testa, il che non la rende meno reale. Anzi, a volte è proprio il contrario. [...] L’unica e sola storia”.
Può darsi, ma non ne sono convinto. Cercherò di dimostrare che non è così, che di “uniche storie” ne abbiamo due. A volte è la stessa a dividersi in due parti. Oppure è la stessa a prendere una diversa, irriconoscibile forma.

Inizia raccontando il più paradossale (e romantico) degli episodi, Romagnoli: a cui dà una connotazione geometrica, definendolo come “il percorso del cerchio”. Carlo e Lana che si ritrovano dopo 40 anni, un tempo “che sfida il precedente letterario di Fermina Daza e Florentino Ariza ai tempi del colera”.

Tre matrimoni infelici – lei due, lui che sta perdendo la vista uno –, tre malattie – una difficile da curare, l’altra da accogliere –, e quaranta anni di tormentosa attesa. Lui si mette a cercarla e la trova, ma la prima volta gli va buca: al telefono risponde la madre che non consegnerà il messaggio. Il secondo tentativo è quello buona: lei sta partendo con il marito dal quale è separato per provare a recuperare il rapporto, ma una vecchia amica che ha organizzato la più classica delle cene di classe la chiama in prossimità della partenza. Lana decide di andare, ed è lì che ritrova Carlo, oramai cieco, cosa che non le impedisce di chiudere il cerchio e recuperare così il tempo perduto. O meglio guadagnare, con tanto di interessi, quello che resta

Il secondo caso parla di due figure dai destini incrociati anche più curiose. Uno del mondo dello spettacolo – che tutti i bambini cresciuti con Carosello ricordano – l’altro della malavita, due che neppure il più sciroccato degli sceneggiatori metterebbe accanto nella stesso film:

Fioravante Palestini detto Gabriellino, più conosciuto come l’Uomo Plasmon per una pubblicità di biscotti che girò da giovane mostrando il suo corpo scolpito, di spalle, mentre brandiva un martello. In Sudamerica la nave non arrivò mai, fu fermata all’imbocco del Canale di Suez e Gabriellino si fece oltre vent’anni di galera in Egitto. A quel tempo lavoravo al Cairo, andai ad accoglierlo quando venne rilasciato e, tornato in Italia, lo rimisi in contatto con Mutolo, che avevo conosciuto per un’intervista, divenuto frattanto un mansueto nonno e pittore. Mi attraggono le persone di quel tipo, non per il passato criminale ma per il cambiamento che hanno saputo operare su di sé, come “autochirurghi” che devono salvarsi la vita strappandosi e ricucendosi l’anima. Ogni amore è anche questo, un intervento su se stessi per offrirsi all’altro.

Ma il pentito Mutolo è solo una comparsa, il protagonista è l’Uomo Plasmon, del quale si è innamorato perdutamente “una dottoressa, specializzata in neurologia, affermata nel suo campo. Ha una decina d’anni meno di Gabriellino e ancor meno ne dimostra. Separata, ha tre figli”.

Romagnoli prosegue narrando dei propri genitori. La cui vicena forse è la più toccante di tutte. Semplicemente perché la loro sembra – anzi è – la storia dei genitori di tanti noi. Appartenenti a quelle generazioni, a quei tempi, nei quali non esisteva il divorzio, e quando l’epocale conquista è arrivata, per quei genitori non si trattava di un sacrosanto diritto – una utile, in tanti casi giusta e giustifica via di fuga se non di scampo – ma solo di una possibilità da non mettere nemmeno in preventivo.

L’amore dei nostri genitori, di quella serie fortunata (per noi figli) esistita fino a un certo periodo, poi giunta a fine produzione come si fa con determinati prodotti di consumo, si accompagnava a una parola importantissima: “resistere” (la resilienza di oggi), che spianava la strada a un concetto: andare avanti, proseguire insieme per onorare quella fatidica, faticosa, formula di nozze che voleva – inevitabilmente – che tutto “nel bene e nel male” andava affrontato insieme. E se male era, quasi sempre sopportato in silenzio. Per amore. Soprattutto dei figli.

E ancora Due fedi, un anello, resoconto dell’incontro con John Schley, l’uomo che ha amato Marie Colvin, la giornalista del The Sunday Times con la benda sull’occhio uccisa in Siria nel 2012, sulla quale è stato girato un A Private War uscito in Italia lo scorso anno, con protagonista la bella e brava Rosamund Pike.
Romagnoli l’ha incontrato casualmente a New York, all’Oyster Bar della Grand Central Station, sedendosi sull’unico sgabello libero al banco. Schley – dal quale la Colvin è sempre fuggita, per ricevere una telefonata da quello che su Vanity Fair America era descritto come “l’ultimo amore di Marie” che gli dice: “volevo sapessi che lei ti ha amato fino all’ultimo” – ha 75 anni e sa già che l’Alzheimer a breve lo renderà incapace di ricordare lo scrittore bolognese al quale ha chiesto il biglietto da visita. Stabiliamo una parola d’ordine perché possa ricordare chi sei, gli dice Schley. Romagnoli ci pensa su e beve la birra dal bicchiere dell’uomo:

Ecco, dirò: sono lo stronzo che si è bevuto la tua birra”. Ride. Scende dallo sgabello e mi abbraccia. Un grosso pezzo d’America con la felpa, lo zainetto, settantacinque anni, ingrassato, alcolizzato, John Kennedy se solo fosse invecchiato, ma non è morendo che si finisce.

Ci sono altre storie tra le pagine di Senza Fine che meriterebbero la citazione, ma soprattutto di essere lette per intero. Di due però non posso fare a meno di accennare. La prima per ragioni che lascio interpretare a voi; la seconda perché è davvero straordinaria, al minimo quanto quella di John Schley e Marie Colvin, benché questa finisca con un happy ending.

Quanto segue è tratto dal capitolo intitolato Musubi:

Siamo tutti, più o meno, insopportabili. I fautori della solitudine come stato naturale non hanno tutti i torti, ma ne hanno molti. Certo, pochi esseri umani come gli scrittori appaiono una tassa sulla vita in comune. Leggere le loro biografie è come entrare in una galleria di depressi, narcisi, traditori, pateticamente lontani. Sarà lo spauramento di andare là fuori nudi, coperti soltanto di parole, sotto il tiro dei recensori, dei lettori, di chiunque giudichi da una copertina. Philip K. Dick, monogamo seriale, raffigurava le mogli di cui si disgustava in forma di aliene/alienate terrestri, vagheggiava culti improbabili, si era perso nel suo stesso labirinto. Non è facile vivere accanto a gente che scrive. Non è facile vivere accanto a chiunque. Specie se non è il tuo genere. Accettare è il primo modo di amare. Nell’innamoramento si trasfigura l’altra persona, abbagliati dalla luce del momento. L’idealizzazione cede poi il passo alla realtà. L’oggetto di ammirazione assoluta si trasforma in un relativo cialtrone, che ha paura di volare e si concede esibizioni da zimbello. È allora che bisogna stargli o starle accanto con immutata fierezza e accresciuta comprensione.

Poi lo scrittore aggiunge parole di una lucidità – e compassione – fuori dal comune:

Abbiamo più paura di confessare una debolezza che un crimine, di mostrarci per difetto che per eccesso. E non è più soltanto malintesa virilità, travalica i generi. Lo raccontiamo a preti o terapeuti, ma non alla persona che amiamo, perché temiamo non capirebbe e ci respingerebbe. Vorrebbe dire che è la persona sbagliata.

Infine Something Sweet, un inno alla vita che non ha età:

L’appuntamento è all’una, davanti a un caffè ristorante della cittadina di Middletown, centoventi chilometri a nord di New York, chiamato Something Sweet, “qualcosa di dolce”. È stato il luogo del loro primo appuntamento. Lui mi ha annunciato al telefono che arriverà a bordo di una Toyota Corolla di colore rosso: “La stessa a cui ho attaccato i barattoli e la scritta JUST MARRIED il giorno delle nozze”. Sta per scoccare il primo anniversario e non ci sarebbe niente di strano se lui, Alvin, non avesse novantacinque anni e lei, Gertrud, non stesse per compierne cento.

Una montagna di anni che non sono stati trascorsi guardandosi l’ombelico: al matrimonio erano presenti sette figli, dodici nipoti e sette bisnipoti. Tra le tante cose, Alvin ha conseguito una laurea in Storia a novantatré anni: con un finissimo sense of humour ha detto che “Non è stato difficile, la maggior parte delle cose che dovevo studiare le avevo vissute”.

Conclude Romagnoli:

L’ultimo amore è una grazia che non viene concessa, ma conquistata. L’ho vista negli occhi di Alvin e Gertrud, in quelli dei miei genitori, in quelli di Lana, ma soprattutto in quelli di Carlo, che stavano entrando nell’oscurità, per andare incontro alla luce. Senza affanno, senza paura, senza fine.

Senza fine - La meraviglia dell’ultimo amore l’ho scoperto casualmente, piazzato in bella vista su uno scaffale tra i saggi, mentre si approssimava il 14 febbraio e anche le librerie si attrezzano per sfruttare ogni occasione per fare cassa. Giusto così.
Ah l’amour, mistero dolcissimo e crudele, che può esaltare e distruggere. Farti volare nella luce o sprofondare nella tenebra. Romagnoli, oltre a essere una penna finissima, è illuminante: ammonisce che non vuole teorizzare ma solo raccontare: ma per mezzo delle sue storie (e di altri, e di tutti in verità), e in mezzo a quelle storie, dissemina osservazioni, dardi luminosi, che su un lettino, dallo psicanalista, non saprebbero scagliare con tanta cristallina precisione (e profondità). Un libro denso ed emozionante, da leggere e rileggere: la prima volta senza pause; poi, dal capitolo che vi pare, non importa l’ordine, in piccole dosi che lasciano un sedimento, che aiutano a comprendere, a fare chiarezza su anfratti e ombre, nostre e altrui. Nell’augurio che, se ancora non l’avete incontrato, chi non si è stancato di cercarlo possa trovare pace, e gioia, e chissà che altro tocca al singolo sperimentare, al cospetto dell’ultimo – e definitivo – amore.


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