Che non vi venga in mente di suggerire, se siete genitori, di covare il sogno se siete ragazzi, di andare all’estero. Neppure per una vacanza. Il Covid-19 in questo senso è stato una vera benedizione. Se si parlava di non potere fare scorribande da regione a regione, non uscire dal nostro paese è la più saggia delle decisioni da intraprendere.

Pensate cosa significherebbe andare oltre frontiera e vedere non solo percorsi ciclabili levigati come piste di curling – va ricordato che nella maggior parte delle lingue straniere esiste un termine detto “manutenzione” –, ma pure l’assenza di quell’esercito di cafoni medagliati che invadono la metà strada dove transita chi proviene in sesto opposto (a piedi o bicicletta che sia) e ai quali devi pure chiedere “permesso”.

Provate a concepire il disagio di assistere a persone che si mettono in fila e rispettano chi è arrivato prima; il turbamento di non potere girare lo sguardo di fronte ad auto parcheggiate secondo gli spazi consentiti e neppure in quelli riservati ai portatori di handicap. O, causa di angoscia estrema, adocchiare autisti che hanno attenzione per la segnaletica, le strisce pedonali, danno la precedenza ai passanti. E al contempo cogitate sul senso di smarrimento di non potere provare conforto nella visione, rassicurante, di conduttori di mezzi pesanti e no, pubblici e privati, che stanno guidando nel traffico più caotico e sono contemporaneamente impegnati al cellulare per interminabili telefonate (rigorosamente a base di minchiate: perché più l’argomento è serio più è conciso: “sto male”, “arrivo”).

Immaginate lo shock di assistere a gente che prima di salire sul bus attende la discesa di chi si ferma lì. E mezzi di trasporto pubblici a lunga percorrenza mondati di band multicolorate di simpatici, estroversi ragazzoni che asserragliate sul fondo come una cittadella che si difenda strenuamente dall’assedio di civiltà & buona educazione sparano musiche etno-idiote per mezzo di cellulari con altoparlanti più potenti dei loro cervelli collegati insieme in parallelo (e ci vuole poco, dirà qualcuno, e anche questo è vero).

Provate a rappresentare, inoltre, l’orrore – horror vacui è latinismo quanto mai appropriato – dei nostrani connazionali di fronte al vuoto della mancanza di rifiuti e immondizia in ogni dove. Lo sforzo titanico per adeguarsi alle regole di quel paese, all’obbligo di cercare cestini per gli avanzi, tenere in auto le cartacce e i pacchetti di sigarette, di non potere buttare le cicche per terra ma soprattutto nelle buchette di scolo, ché quando piove si formano un sacco di belle pozzanghere con le quali i bambini si divertono, a passarci in mezzo con le bici a gambe sollevate. E no, questa non è più vita. Questa non è più vacanza. È un lavoraccio.

Per una fallace interpretazione del concetto di educazione si rischierebbe di sottoporre il fior fiore della nostra nazione, il nostro futuro, ma anche comitive di anziani o pensionati – chi per il Bel Paese, per ridurlo così, ha lavorato sodo, impresa mica facile – a violenza inaudita. Quasi uno stupro collettivo.

    Classe e carisma italici, un esempio: ebbasta, eavanza.

Queste torme di volonterosi connazionali potrebbero tornare a casa con uno strano tarlo pronto a lavorare silenziosamente nell’ombra proprio come un virus. Insinuando che si può vivere in altro modo crescerebbero i dubbi. Le tensioni interne destinate a sfocare in turbe psichiche. Coloro che ne sanno di scienze, di astronomia in particolare, maturerebbero la teoria che stiamo girando sull’asse terrestre intorno al Sole, risaputo, ma che stiamo anche precipitando verso il fondo, senza sosta. Verrebbero internati.

Ma allora… il G7, la cultura, la moda, il campionato più bello del mondo, gli italiani brava gente, il popolo di santi-poeti-navigatori, il cibo, la Ferrari (a proposito, quanti anni è che alla Ferrari – per provare a vincere hanno cambiato tutto, gli resta solo di sostituire il cavallino con una tartaruga – quant’è che gliela mettono… nello scarico)? Tutto questo, una nazione fondata più su fregnacce che sul lavoro – la Costituzione va presa come la Bibbia o la Divina Commedia: un appassionante libro di fantasy –, sotto i duri colpi di “realtà parallele” rischierebbe prima di vacillare, poi di crollare irrimediabilmente al suolo. E da questo nuovo punto di osservazione – il livello terra o suolo che di si voglia – la prospettiva cambia. E sì.

Dunque, cari ragazzi, emeriti genitori, italiani in genere, statevene a casa. Che ne sanno all’estero del gusto di fare cacare Fuffi in mezzo alla piazza, e lasciare lì, quando non transita nessuno? L’Italia è tostissima. La nostra inveterata certezza è questa e tale deve restare. Siamo i più forti. Hanno visto tutti come abbiamo rintuzzato il Covid-19. Un esempio per il mondo. Viviamo circondati dai rifiuti, urbani e umani. Siamo corredati dalla nascita per eredità di anticorpi atti a debellare con successo i principi basilari della civile convivenza: e dunque per fiaccarci poteva bastare una mezza pippa di virus come il covid? Ma va là. L’abbiamo fatto pensare alla Merkel inizialmente. Un po’ di scena come fanno quei marcantoni di 1.90 cm in altezza per 88 kg di stazza, che appena sfiorati si gettano a terra e si rotolano come un tumbleweed per un quarto d’ora, giusto per raccattare una misera punizione a centrocampo o guadagnare 5 secondi. Tutta strategia per battere i pugni sui banchi dell’Europa e farci meglio rispettare. Non basta? Alla prossima riunione accenderemo il cellulare in aula per fargli sentire che noi c’abbiamo Mahmood. A proposito di spazzatura che deborda da tutti gli interstizi. Coerenti sempre, noi.

E poi i nostri rappresentanti mica ci vanno in bici, al parlamento europeo: prima di arrivare a Bruxelles un po’ di strada c’è, e di conseguenza tempo per gettare monnezza dal finestrino. Noi italiani siamo come Pollicino, furbo lui, che per non perdersi disseminava di briciole il percorso. Solo che abbiamo fatto passi in avanti: le briciole di pane, dato che c’è gente ridotta alla fame, sono soggette a sparire in fretta; bicchieri e bottiglie di plastica restano lì per secoli. Che in certi casi poi fanno anche pendant. Spezzano la monotonia di un prato verde. Hanno un che, in certe disposizioni, dell’istallazione di arte moderna. Creatività si chiama. Tutto il mondo riconosce che noi italiani siamo simpatici, estroversi, ma su ogni cosa creativi. Del resto, se i negri hanno il ritmo nel sangue e non ci sono più le mezze stagioni, non può essere diversamente.

Ma come asseriva quel famoso statista che ha segnato in maniera indelebile il nostro paese sempre sensibile ai grandi intelletti, al punto che i nostalgici non mancano: “me ne frego”. E non si tratta di Achille Lauro.


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