Genius
Biopic
Michael Grandage
Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Laura Linney, Guy Pearce, Dominic West
Adam Cork
9 11 2016
USA, UK
16 11 2016 (Cinema Raffaello, MO)

 

Storia umana e professionale dell’incontro tra Maxwell Perkins, lo scopritore di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, e Thomas Wolfe (da non confondere con l’omonimo autore di Il falò delle vanità), indomabile cavallo di razza della letteratura americana. Sullo sfondo degli Stati Uniti degli anni ’20/'30 stretti nella morsa della crisi economica, il registra teatrale inglese Michael Grandage, al suo primo film, realizza un’opera nella quale Colin Firth nei panni di Perkins si muove a perfetto agio, mentre Jude Law prova a togliergli la scena calcando un po’ troppo sull’esuberanza di un personaggio dalla breve vita che sa di leggenda. Brava Laura Linney, ma ‘fisicamente’ fuori luogo Nicole Kidman.

Benché non particolarmente aderente ai reali dettagli biografici dei protagonisti, il film è comunque apprezzabile: oltre a ricordare un importante scrittore del quale si era persa memoria, ha il pregio di mettere in luce il lavoro dell’editor, un ruolo nel mondo della letteratura – ma comune ad altri settori, seppur con altri nomi – vitale ma poco noto.

 

Nella New York di inizio secolo scorso, sullo sfondo della grande crisi del ’29, si incrociano i destini di uno dei più grandi talenti della letteratura e uno dei più grandi scopritori di talenti della scrittura. Tutti sono concordi nel dire che Genius è la storia del rapporto umano tra Maxwell Perkins e Thomas Wolfe, che va oltre il lavoro e l’amicizia, poiché come dirà la moglie di Perkins (interpretata dalla brava Laura Linney), in Tom l’editor arriva a vedere quel figlio maschio che aveva sempre desiderato. Così come il ragazzo, nemmeno trentenne al tempo, cercherà nell’editor un surrogato del padre che, insieme a due dei fratelli a lui più cari, era morto già da diversi anni.

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Al centro del film, però, prima di ogni altra cosa c’è la scrittura. Il suo demone. Che divora Wolfe che la fa, e Perkins che la consuma, leggendo in ufficio, in treno nel tragitto verso casa o viceversa, a casa nonostante moglie e cinque figlie. Wolfe è straripante, una forza della natura, sul foglio di carta e nella vita, e Max gli offre il primo contratto per Charles Scribner’s Sons dopo essere stato rifiutato da tutti gli editori della Grande Mela. Ma ci sono da tagliare parole, pagine, capitoli: pare che il manoscritto di O Lost, che poi divenne Look Homeward, Angel (Angelo, guarda il passato) fosse composto di 1.100 pagine e qualcosa come 333.000 parole. E non sarà facile venire a patti con il genio, impossibile da irreggimentare, dell’autore.

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Ma l’appellativo di ‘genius’ va rivolto a entrambi i protagonisti. Senza Perkins non avremmo avuto Francis Scott Fitzgerald – che nel film è elegantemente interpretato da Guy Pearce – né Ernest Hemingway – un sanguigno Dominic West – così come li conosciamo, oltre a Wolfe e molti altri – non ultimo il James Jones di Da qui all’eternità – per i quali inizialmente, nella realtà, Perkins dovette battersi contro i vertici incartapecoriti di Charles Scribner’s Sons.

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Colin Firth, Dominic West

La storia gli ha dato ragione, anche se Perkins, in un momento di sconforto, nel film confesserà a Wolfe:

Mi sono sempre domandato se rendiamo i libri migliori o solo diversi.

Michael Grandage è un navigato regista e produttore teatrale alla sua prima prova col cinema, e il film, soprattutto nella prima parte, risente dei suoi trascorsi. La spina dorsale di Genius sono gli attori, i dialoghi, l’atmosfera intimista che si crea spesso in ambienti chiusi, la fotografia quasi monocroma, un misto di seppiato e caliginoso. Niente trionfalismo visivo, e minimo sfoggio di quella spettacolarità insita nel cinema per sua natura.

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                                         Colin Firth, Jude Law

Le pecche si possono individuare in una brevità eccessiva, per una vicenda che storicamente offre tanto di più, e porta affrettatamente a certi sviluppi; e in un cast che poteva essere più rispettoso delle caratteristiche fisiche dei protagonisti storici. Wolfe era alto quasi due metri, una cosa che l’aveva messo in imbarazzo da ragazzo, e Aline Bernstein, l’amante dal 1925 al 1929 che sosterrà lo spiantato Wolfe precedente all’esordio, conosciuta in occasione di un viaggio di ritorno dall’Europa, era più anziana di lui di quasi venti anni. Nicole Kidman, che interpreta la teatrante di origine ebrea che per Wolfe lascia ricco marito e figli, invece ha e dimostra nel film la stessa età di Tom Wolfe/Jude Law. Nella vita tra di loro c’è un lustro di differenza a vantaggio dell’inglese.

"Genius" Jude Law and Nicole Kidman, from Roadside Attractions press site

Jude Law, Nicole Kidman

E a proposito di incongruenze, mentre il Maxwell Perkins interpretato da Colin Firth nella sua migliore prova dopo Il discorso del Re non toglie mai il capello, nemmeno quando a casa ha messo il pigiama, se fate una ricerca su Internet per vederne il vero volto, non troverete una sola foto dove l’editor porta il Fedora. È un artificio drammaturgico che prepara alla scena finale, la più forte, che strappa il cuore. Funziona, ma non andò veramente così. Cose che, poiché Genius rientra nel filone del biopic, non sono determinanti ma hanno rilevanza.

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Oltre al fatto di avere il pregio di spingere alla ricerca del libro di Andrew Scott Berg sul quale si basa (appena ripubblicato in Italia da Elliot per sfruttare il traino del film, ma stampato negli USA nel 1978), e alla lettura dei romanzi di Thomas Wolfe (che hanno avuto peso sulla scrittura di altri grandissimi come Jack Kerouac, Ray Bradbury e Philip Roth), Genius risulta comunque un film appassionante, che getta luce, come detto, tra le pieghe di un mondo che in Italia sembra essere, anche nei casi più alti, qualcosa di minore, del quale si possa fare addirittura senza.

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I libri di narrativa non sono un insieme di pezzi di carta ricolmi di aria fritta – come ci vogliono fare credere da decine di anni governi infarciti di statisti stupidi e incapaci, e da lì in giù eserciti di ignoranti come capre che occupano posizioni di predominio – ma scrigni che raccolgono l’essenza della storia umana e sociale dell’uomo. Non quella parziale e strumentale dei vincitori. Ma quella più sincera, delle vite vissute e di significato universale. Esistenze dal risvolto talvolta drammatico, e come nel caso di Wolfe, morto a 20 giorni dal compimento del 38° anno, perfino più sorprendenti della finzione. O come dicono gli anglosassoni in maniera insuperabile, bigger than life.

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