Ho una predilezione per gli oggetti nuovi che qualche mio detrattore, sono tanti, potrebbe additare come patologia. Personalmente a questo atteggiamento provo a dare una connotazione più ragionevole. Libri e dischi, laddove possibile, li compro nuovi. Perché è giusto che gli artisti abbiamo il loro guadagno. E perché mi piace pensare che un libro, un disco, e altri manufatti, abbiano una loro vita, un’anima, rispondano come uno di quegli animali dei quali la gente si circonda per averne un ritorno in termini di affetto. Tra me e l’oggetto, in altre parole, c’è uno scambio di energia. Il libro mi offre emozioni, mi prende tempo, attenzione, impegno nervoso, e ottiene lo stesso in ritorno. Di conseguenza, se lo tratto bene, non gli faccio le ‘orecchie’ per segnare il punto di raggiunta lettura, non lo scarabocchio, deturpo, straccio, lo scaravento e lo sbatto, lo lascio senza protezione, al freddo e all’umido, alla polvere, lo calpesto, lo getto per terra, mi ci siedo sopra, lo macchio di bevande, lo sporco del grasso di pasti e spuntini, se non faccio questo e lo sevizio in mille altri modi, allora il libro ne avrà giovamento. E risponderà con la stessa cortesia. Si farà leggere senza opporre resistenza. Le pagine gireranno con minimo attrito, al tatto la carta risulterà di più morbida consistenza, si struscerà sui polpastrelli come un gatto in cerca di carezze, non scivolerà dalle mani per cercare di sottrarsi alla lettura, come un premuroso amante che si cura per apparire sempre al meglio non evidenzierà grinze, pieghe, scollature. Così facendo, alla fine della lettura il volume sarà bello come quando, tra centinaia di titoli e decine di copie impilate, è stato scelto. Non a caso, il primo che veniva, ma proprio quella copia. E non mi passerà mai per la testa l’idea di rivenderlo.

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Quel libro ha contribuito a generare in me qualcosa che prima non c’era, fa parte della mia essenza, si prova riconoscenza per una ‘cosa’ del genere. Se trattare un essere vivente come un oggetto rappresenta una crudeltà insensata, trattare una cosa (forse) inanimata come fosse un essere che respira e vive non è – anche filosoficamente – disdicevole. Una mania? Può essere. Ma non arreca danno a nessuno. A niente. Questa mio modo di fare, però, non mi ha impedito di leggere libri ad alto tasso di usura. L’ho fatto in biblioteca, dove con i libri non puoi avere un rapporto della stessa intensità: lì li consulti e leggi con fare meno amorevole, il più delle volte, nel mio caso, per ricerche, studio, informazione. Consumi come si trattasse di un incontro con un partner che, per quanto piacevole, risulterà per forza di cose occasionale. Poi, i tempi sono quelli che sono anche per le biblioteche. Non è facile calarsi completamente nella lettura. C’è sempre qualcuno che bofonchia e sghignazza. Cellulari che se non squillano ronzano. Gente che va e viene: spuntino, caffè, pisciata, sigaretta, trucco da rifare, resoconto della serata precedente diversi decibel sopra al volume da confessionale, ti-tac-ti-tac-ti-tac da andirivieni su tacco 15 o su suola rinforzata di stivalone da cavallerizzo. Ho fatto uso del servizio di prestito, ma devo risalire con la memoria a un tempo remoto, dunque non ricordo quali fossero le sensazioni. Ma ora, pochi giorni fa, ho (ri)provato l’esperienza della lettura di un libro che, pur appartenendo a un’altra persona, ho letto con pieno trasporto. Mi riferisco a Il Muro di Jean-Paul Sartre, di cui parlo in riferimento all’anima letteraria a parte. Qui mi occuperò del corpo.

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Il libro è un Einaudi, il n.12 della collana i Coralli. In ultima pagina, come data di stampa dell’edizione – la sesta – viene riportato il 29 agosto 1987. Nel giro di pochi anni, relativamente pochi: 27, il modo di presentare i libri è totalmente cambiato. Fa una certa impressione che il volumetto sia ridotto all’essenziale. Oggi escono libri di poche pagine che vengono ‘gonfiati’ da introduzioni, postille, dati biografici, e talvolta bibliografici, che sono più corposi del testo. Appendici talvolta utili, altre noiose, o inadeguate. Nel caso di questa edizione, in aggiunta al testo di Sartre non c’è nulla. Solo sulla quarta di copertina compaiono una manciata di righe che ricoprono biografia e stringata lista di opere dell’autore. Meglio così: in questo modo il giudizio che ti farai del libro è solo tua, nessuno ti sussurra all’orecchio come devi leggere, pensare, interpretare. Ci siete tu e il testo. Questo è il giusto approccio. A pagina quattro, in fondo a un mare di bianco, e poche parole connesse all’editore, una sigla ci avverte che la traduzione è di “E. G.”. Quasi fosse un lavoro di cui vergognarsi, da fare in incognito. Pensare che oggi il traduttore è una star: “tradotto da” e relativo nome e cognome campeggiano all’inizio del volume, a caratteri comprensibili a una talpa appiattata nel punto più lontano e buio della sua tana. Nella stessa pagina dove si riporta il nome dell’autore, secondo solo a questi. Oggi i traduttori li intervistano, li invitano ai festival di letteratura. Proprio pochi giorni fa, in occasione della pubblicazione di un romanzo postumo di Harper Lee, Và, Metti Una Sentinella – un vero evento, non una cosa occasionale  –  a Farhenheit di Radio RAI 3, la più bella trasmissione sui libri che c’è in giro, con chi hanno dibattuto i conduttori? Con un rappresentante dell’editore?, con un critico accreditato?, con un altro scrittore? Neanche per sogno. Col traduttore.

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Tra autore e traduttore, in fatto di importanza, a livello di percezione generale la distanza si è assottigliata. Lascio da parte il caso dei grandi scrittori che hanno tradotto altrettanto grandi autori: Calvino, Pavese, etc. È un po’ quello che accade per i film tra regista e attore: prima si cita l’attore di richiamo, poi il regista importante, o viceversa. Non c’è più differenza. Del resto l’attore traduce la visione del regista. Così come il traduttore aggiunge una sua personale sfumatura, poco considerata in genere dal lettore, al lavoro dello scrittore. Ma tornando a Il Muro, “E. G.” sta per Elena Giolitti. Che si nascondeva dietro due lettere puntate, con una certa pavidità, perché conscia della scabrosità di un libro che aveva buone possibilità di generare guai. Poco dopo la pubblicazione, infatti, Il Muro in Italia venne ritirato dal commercio a seguito dell’azione congiunta della solerte, quanto fantomatica, Associazione Nazionale del Buon Costume e di un imbecille, probabilmente in cerca di facile notorietà, forse no – di certo c’è solo che era un attivissimo crociato della censura, e imbecille -, tale avvocato Carones di Milano.

IL MURO copertina

Sul retro del volumetto, il prezzo è coperto da un adesivo, forse conseguenza di un regalo. Mentre un’annotazione verticale sul lato destro, in corpo microscopico, avverte che l’immagine di copertina è un disegno di Henri de Toulouse-Lautrec. Niente titolo. Tanto meno l’anno al quale risale. Perché tanta vaghezza? Questione di diritti da pagare? Svagatezza dei curatori? Eppure Einaudi è considerato un editore di qualità. Non certo a corto di danè. Il disegno in oggetto è uno dei due bozzetti preparatori per la litografia Le Sommeil dalla quale il cantore della vita notturna paragina trasse, nel 1896, dieci stampe raccolte in un portfolio intitolato Elles. Lo schizzo fatto con un gessetto rosso su carta bluastra non ha un vero titolo, ma è noto, suppongo per motivi di catalogazione, come Sleeping Young Woman. Sulla copertina dell’edizione che si trova in libreria in questi giorni, sul caratteristico sfondo bianco dei tascabili Einaudi, campeggia una foto, una sorta di negativo del palmo di una mano. Non mi trasmette niente, trovo più attinente il bel  lavoro di Toulouse-Lautrec.

Felce Holly 2

All’interno del libro ho trovato tre cose. Un rettangolo di cartoncino grigio spesso: nessun segno, nessuna annotazione, deve avere svolto la funzione di segnalibro. Paradossalmente è la cosa meno preziosa ma quella che si è conservata meglio. Poi un biglietto del treno. Percorso Bologna Centrale-Modena. 37 km. Data 01 06 1987. Lire 2000. In un misto di surreale e involontaria comicità tipici della pubblica amministrazione, un riquadro avverte: INDICAZIONI SPECIALI : ordinario. Ora so che la persona che mi ha prestato il libro, il cui nome si trova scritto in inchiostro nero sulla prima pagina, nell’angolo in alto, in stampatello, con una grafia che tende a piegare verso l’alto man mano che finisce il nome, le ultime lettere del cognome sottolineate, particolari che lascio interpretare a chi ne sa di psicanalisi, ora so che il padrone, dicevo, il libro lo portava con sé per alleviare la routine del viaggio pendolare. Infine c’è una rametto, non ne conosco l’origine, con 15 foglie. Potrebbe essere una felce. L’ho lasciato esattamente dove si trovava, tra pagina 136 e 137. Sono due elementi a stretto contatto da anni, non mi pareva bello strappare l’una cosa alle altre. Azzardo pensare che quel piccolo tralcio abbia un significato. Se un giorno la persona che l’ha messo lì riaprirà Il Muro, forse quel pezzetto di vegetale farà scattare un interruttore, che spero serva a illuminare un bel ricordo.

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Su Il Muro, sesta edizione, I Coralli n. 12, di “F. D.” che non è il traduttore, ci sono gli sfregi che non trovate sui miei libri. Macchie gialle, altre più chiare e altre più scure, di incerta natura, qualche screpolatura. Piccoli difetti in quantità. Ma nulla di veramente imperdonabile. In fin dei conti si tratta di evidenze di ‘vita’ vissuta, da un oggetto che presumiamo senza vita ma potrebbe averla, sostiene Andrea. Tracce simili a quelle che si trovano sulla pelle degli anziani che invecchiano con naturalezza, senza vergogna, i più amabili e saggi, quelli che non inciampano nella patetica sindrome da elisir di giovinezza a base di lifting e botulino. Quelli che alle creme dagli evidenti segnali di ringiovanimento in 7 giorni preferiscono la crema Chantilly, quando la domenica i nipoti portano i pasticcini. Alla fine della lettura ho provato piacere a rimirare quel libro segnato dall’uso ma non maltrattato, a rigirarlo tra le dita prima di riporlo nella libreria nella quale è di casa. Era come stringere le mani della persona, bella, che l’ha letto prima di me.

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