A New Land Book Cover A New Land
Harã Lemes
Prog rock, Ambient, Instrumental
4 3 2018
Streaming, download
Brasile
Autoprodotto
39’ 35”

 

Comincia con un frammento da brividi, A New Land: trentadue secondi di meraviglia minimale, pianistica à la Sakamoto, titolo Yes, It’s a New Land. E finisce con un’altra chicca, più generosa nella durata, all’opposto tutta sintetica, in stile Art Of Noise, che vorresti non terminare più. E quando finisce di suonare dall’apparecchio dal quale stai ascoltando, Cosmic Lullaby continua a girarti in testa. A lambire la tua immaginazione come una risacca dolce e carezzevole che gira in circolo. Qualcuno la definirebbe – banalmente – chill out. Qualcun altro, compresi anche i pochi secondi di apertura, “tanta roba”, nella loro semplicità ed efficacia fuori dal comune. Ricordando per l’ennesima volta che semplicità e banalità, al di là dell’accento, spesso non hanno nulla in comune.

Poi, oltre i due brani citati ce ne sono un’altra dozzina che Harã Lemes, brasiliano che si spende prevalentemente alla chitarra, inanella come una sorta di piccolo campionario di ciò che si può fare con i tanti strumenti che maneggia con sufficiente disinvoltura.

Si va infatti dal Pop/Rock strumentale di Sunrise buono per tutte le occasioni, facilino e radio friendly, al Prog strumentale, vagamente Camel, di Immensity; dalle asperità elettriche di A Colossal Planet all’intimità dal retrogusto psichedelico di Little Astronaut – il primo dei due brani cantati; l’altro è il più anonimo Magic Fireflies –; da The Battle of Anunnakis che ‘brutalizza’ il tema di Cosmic Lullaby, alla Fusion/Prog ad ampio respiro di Orange Sky.

Ci sono ancora, degni della citazione, il lampo chitarristico di Break for the Sunset; l’ibridata Fireworks, a metà strada tra la musica prodotta per il mercato americano da Pete Bardens e quella del più recente Mike Oldfield; infine il contraltare ‘disumanizzato’, quasi Noise/Industrial, del paradisiaco frammento di apertura che prende il nome di The Dark Side of the New Land.

Considerato che Lemes suona tutto da solo, cifra tecnica e artistica del lavoro sono più che dignitose. Il titolo consigliabile. Peccato solo per quella batteria computerizzata. Ci fosse stato un musicista in carne e ossa, a dare quel tocco di umanità e fantasia in più all’intera struttura ritmica, A New Land avrebbe costituito una delle migliori sorprese dell’anno sin qui.

 

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