Come per Keith Emerson, la notizia della morte di Greg Lake è giunta inaspettata. Entrambe premature, entrambe in modo amaro. Verrebbe voglia di abusare del luogo comune dell’artista “vero”, ma Greg Lake appartiene a quella generazione di gente che il proprio talento cominciava a esprimerlo, e affermarlo, gettandosi nell’impresa a corpo morto. Sulla strada. Tanta pratica e la filosofia in seconda battuta. Quella che una volta si chiamava gavetta. Non c’era a quei tempi la televisione con le sue falsità, a costruire fenomeni posticci, i talent show confezionati per beoti pronti a bersi tutto.

Ancora adolescente, Lake si era ritrovato a prendere lezioni di chitarra insieme a Robert Fripp dallo stesso maestro. Ma insofferente e smanioso, aveva cominciato a suonare nelle prime band quando ancora l’esistenza dell’occhialuto Fripp si consumava con buon profitto tra la scuola e un futuro più orientato verso la sicura attività (immobiliare) di famiglia, invece che in direzione dell’eccitante chimera del musicista professionista.

Sulla strada Lake fa esperienza, ma anche la fame, e rischia di grosso. Anni dopo racconterà a Music Scene che una volta, a Carlisle, con The Gods, dormendo la notte nel van che adoperano per portarsi sui luoghi dei concerti, un inverno si becca la polmonite e quasi ci lascia le penne.

Quando l’amico Fripp gli offre di entrare nei King Crimson, Lake è un musicista già con una discreta esperienza, e contribuisce a fare di quella formazione e dell’unico disco che registrerà, In The Court Of The Crimson King nel 1969, qualcosa che gli appassionati di musica ancora oggi guardano – sia la band che il disco – come eventi eccezionali e irripetibili.

In una intervista a Guitar Player del 1992, Lake dichiarava con una certa dose di modestia e rara consapevolezza:

Non mi vergogno di ammettere di essere stato molto fortunato. Non sono sicuro del talento. Il mio punto di vista sul talento è, sei fortunato se sai quello che vuoi fare quando sei giovane, perché nel mio caso intorno ai 14/15 anni ero un ottimo chitarrista. E questo solo perché ho iniziato a 12 anni. Iniziai così presto che quando avevo ancora 15 anni, e allora sembravo anche più giovane, la gente diceva ‘questo bambino è un genio’. Naturalmente non ero un genio. Era tutto dovuto a tre anni di buon lavoro, al fatto che avevo avuto un eccellente maestro e che ero piuttosto vistoso.

Il paradosso è che nonostante la sua vistosità, e il suo ruolo di frontman, che per definizione implica il centro del palco e dell’attenzione del pubblico, Lake raggiunge il picco del successo con Emerson Lake & Palmer, terzetto nel quale i compagni, per merito di una esuberanza concertistica fuori dal comune, comunque lo mettono in ombra. Ma cantante dalla voce cristallina, di quelle che non avevano bisogno di artifizi per arrivare dritta al cuore dell’ascoltatore, bravo a comporre e scrivere testi, e con doti da produttore, Lake ha sempre offerto un contributo importante alla causa della quale faceva parte, ben oltre il ruolo di frontman.

Ringo Starr live con Greg Lake a Las Vegas, 2001

Dopo lo sfaldamento di EL&P, le reunion integrali e parziali, progetti improbabili come Emerson Lake & Powell o scappatelle sporadiche con Asia, Ringo Starr And His All-Starr Band, Who, e la Greg Lake Band, il musicista ha continuato come aveva iniziato. I detrattori potrebbero dire seguendo la scia di una brillante carriera che generava ancora briciole.

Tre soli dischi di studio, quattro dal vivo compreso uno con Keith Emerson (Live From Manticore Hall With Keith Emerson, 2014), tante esibizioni, anche come guest star. In realtà secondo la sua semplice e onesta regola di vita: facendo leva sull’impegno invece che sulla presunzione del fenomeno a cui tutto è dovuto; sul lavoro costante fatto di concerti anche piccoli e pochi dischi destinati oramai ai fan di lungo corso.

Il 9 gennaio 2016 il Conservatorio Nicolini di Piacenza lo aveva omaggiato con laura Honoris Causa per “l’immenso contributo di Mr. Lake nel costruire un permanente ponte tra due generi musicali, due mondi prima di allora separati, la musica classica e quella pop”. L’Accademia di Stoccolma, con Dylan, era stata in qualche modo anticipata.

Greg Lake muore il 7 dicembre 2016, in pieno periodo natalizio. Il suo ultimo vero successo fu pubblicato nel 1975 (ma le parole sono di Pete Sinfield), I Believe In Father Christmas, e raggiunse il n° 2 delle classifiche dei singoli inglesi, secondo solo a Bohemian Rhapsody dei Queen, della quale Godfrey Salmon, l’arrangiatore orchestrale del brano di Lake disse: “Fui sorpreso che il singolo non aveva ottenuto maggiore successo. Pensavo che Bohemian Rhapsody era spazzatura, e lo penso ancora”. Mentre Lake, più signorilmente ammise:

Fui battuto da uno dei più grandi dischi mai fatti. Mi sarei incazzato se fossi stato battuto da Cliff Richard.

A proposito di appariscenza, Lake negli ultimi anni era ingrassato in modo inverosimile. Per riderci su dicevo che si era mangiato Emerson e Palmer.

Ma aveva l’immagine, l’espressione sul viso nelle foto – e il fisico a quel punto – di una persona buona, serena. Sembrava soddisfatto di quello che aveva o gli restava. Non aveva l’alone dell’uomo corrucciato, roso dal livore, dai rimpianti, o dalla nostalgia per un tempo che si era portato via il meglio della vita.

Intervistato da Hit Channel nel giugno del 2012, alla domanda “Qual è la cosa più importante che hai imparato dopo tutti questi anni nell’industria della musica?”, Lake rispose:

Umiltà. C’è sempre qualcuno di migliore dietro l’angolo. L’umiltà è una cosa saggia da tenere sempre con te. Perfino all’apice del successo di EL&P ho sempre saputo la verità. E la verità era che eravamo proprio fortunati. EL&P non erano musicisti poi così grandi. Probabilmente ci sono musicisti migliori a due miglia da dove sei seduto adesso. Il fatto è che avevamo una chimica speciale. Sapevamo suonare i nostri strumenti, certo, ma eravamo fortunati. Davvero fortunati.

What a lucky – and humble – man Greg Lake was.

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