Si dice che quando muori ti scorre tutta la vita davanti.

Quando muore un amore – in maniera unilaterale – ti scorre davanti tutta la vita di quell’amore, così importante, anzi determinante. Solo che tu, muori in continuazione. Non appena finisce la musica, muori. Se smetti di leggere, muori. Abbassi la guardia, muori. E ti scorre tutto davanti.

Ti guardi allo specchio e la tua immagine riflessa ti pianta un coltello nel petto. E muori. Ancora. E ancora. E ancora.

Accendi la radio, o peschi tra i tuoi dischi, e solo ora ti rendi conto di quante canzoni d’amore siano state scritte e incise. Una quantità spropositata. Anche quelle delle quali ridevi, per quanto ritenevi banali, ora ti appaiono sensate. Quelle dove il protagonista chiede perdono, e quelle dove offre perdono.

Il coltello affonda ma il sangue non scorre. Rigido come resina di albero ingolfa le vene e rallenta ogni cosa. Il tempo non passa mai. Mai! I sensi di colpa che brulicano come vermi sotto la pelle, l’eco degli errori che ti inchiodano su una croce dalla quale nessuno può farti scendere.

Don’t ask me to tango, take me back home”. Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare.

Ma mettersi davanti allo specchio e farsi pugnalare per l’ennesima volta non serve. Perché non muori una volta, e basta. E dopo non c’è più niente. No. Continua. Un inferno.

 

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