I magnifici 7
Western
Antoine Fuqua
Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D'Onofrio, Lee Byung-hun, Manuel Garcia-Rulfo, Martin Sensmeier, Peter Sarsgaard, Haley Bennett, Matt Bomer
Simon Franglen, James Horner
22 9 2016
USA
5 10 2016 (Cinema Raffaello, MO)

 

Un remake preso molto alla larga. Ci sono azione e sparatorie in abbondanza, pistoleri che non sbagliano un colpo e pistole che roteano come girandole prima di essere rinfoderate. Qualche frase a effetto. Più western spaghetti che John Ford.
Insomma, un classico ricucinato per i palati del pubblico giovane, quello che va al cinema oggigiorno. I magnifici 7 impacchettati secondo i 4 salti in padella.
Ma non è tutto da buttare, anzi.

 

Alla ricerca di pistole per sbaragliare l’esercito di un tagliagole che tiene sotto il proprio giogo gli abitanti di Rose Creek, il primo al quale Sam Chisolm (Denzel Washington) propone il lavoro è Josh Faraday (Chris Pratt), professione giocatore e perditempo.
– “È difficile?”, chiede Faraday.
– “Impossibile”, risponde Chisolm.

Denzel Washington stars in Columbia Pictures' THE MAGNIFICENT SEVEN.

Denzel Washington

Ecco in sintesi l’assunto di partenza. In altre parole, è possibile confrontarsi con un mito come I magnifici sette di John Sturgess, facendone il remake, senza rompersi le ossa? Difficile. Anzi, impossibile. La disamina del film di Antoine Fuqua potrebbe finire qui.

Cambiamo allora prospettiva. Diciamo come stanno realmente le cose: che per quanto sembri paradossale, c’è molta più aderenza tra I 7 samurai di Akira Kurosawa e la sua trasposizione americana del 1960, che tra quest’ultima e il film oggi in sala. Si sarebbe potuto intitolarlo in altro modo, così da farne un film ‘indipendente’ dal pesante retaggio, e vederlo e giudicarlo in modo del tutto differente.

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Chris Pratt

Più che un vero remake, questo è un frullato di Django (l’afroamericano – probabilmente ex schiavo – che ha combattuto per il Nord e nasconde un torto da vendicare), Lo straniero senza nome (il giustiziere assoldato che solo alla fine svela la sua vera natura), il Mucchio Selvaggio (non quello di Peckimpah, ma l’iconografia del branco dai lunghi pastrani del farsesco Il mio nome è Nessuno), C’era una volta il West, Il grinta (la ragazza/donna che assolda un rappresentante della legge per avere giustizia) ma anche Salvate il soldato Ryan (il campanile che nello scontro finale diventa il nido del cecchino infallibile, e il codardo impietrito dalla paura che non viene in aiuto del compagno ucciso lentamente). E poi I magnifici sette, certo. Ma non troppo.

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Ethan Hawke

Il personaggio di Chris Pratt fa il verso a quello che fu il ruolo di Steve McQueen, Ethan Hawke prova ad avvicinare la figura del pistolero colto e dandy, preda dei fantasmi della propria coscienza, impersonato magistralmente da Robert Vaugh nell’originale, il coreano Lee Byung-hun ricalca molto parzialmente quanto fatto da James Coburn-Britt, segaligno e taciturno lanciatore di coltello a serramanico. Poi l’addestramento e le tattiche paramilitari dei civili. Ma non è un’esclusiva, accade lo stesso ne I cancelli del cielo di Michael Cimino, dove i coloni adoperano addirittura le tattiche degli antichi romani.

A tal proposito, e a proposito di citazioni, quando gli abitanti di Rose Creek, chiamati alle armi si riversano compatti nella main street, hanno lo stesso piglio – strano ma vero – del Quarto stato di Giuseppe Pellizza. Chissà se Fuqua è così erudito da conoscere la pittura italiana. Quel genere di pittura. Ovvio che quella universalmente nota, da professionista dell’immagine, la deve conoscere.

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Manuel Garcia-Rulfo

Di esplicito, resta inoltre la citazione di una battuta (quella fatta da Steve McQueen sull’uomo che cade dall’ultimo piano di un palazzo) e il tema originale – incommensurabile – accennato sui titoli di coda.

Tutto quello che rimane potrebbe fare parte di altre decine di western già visti e decine di altri – speriamo – ancora da girare. A partire dalla città schiacciata sotto il tacco del potente senza scrupoli di turno, che non è il villaggio di peones messicani tartassato da Calvera. Pochi generi sono archetipici come il Western.

La vera differenza, tra l’originale  e il remake – definiamolo così per semplicità – consiste nel male comune che affligge buona parte del cinema americano, odierno, di un certo tipo. I personaggi qui sono intagliati con la scure, là erano definiti con un preciso lavoro di cesello.

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Haley Bennett, Matt Bomer

Basta pensare al già citato Calvera, il capo dei bandidos, superbamente interpretato da Eli Wallach, un villain da storia del cinema che prima di essere un cattivo – che usa la forza ma non abusa della violenza – è un uomo di business, cafone ma tutt’altro che stupido, al punto che per (eccessivo) calcolo è capace di offrire una via di scampo ai magnifici sette proprio nel momento nel quale li ha in pugno.

Qui, invece, Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard) è semplicemente uno psicopatico,  disumano, assetato di sangue al di là delle necessità e dello scopo. Forse avvezzo all’uso di sostanze stupefacenti. Il lupo cattivo. Archetipico e definito con l’accetta.

(l to r) Vincent D'Onofrio, Martin Sensmeier, Manuel Garcia-Rulfo, Ethan Hawke, Denzel Washington, Chris Pratt and Byung-hun Lee star in Columbia Pictures' THE MAGNIFICENT SEVEN.

Da sinistra: Vincent D’Onofrio, Martin Sensmeier, Manuel Garcia-Rulfo, Ethan Hawke, Denzel Washington, Chris Pratt e Byung-hun Lee.

A completare lo sparuto manipolo  dei magnifici arriveranno, in modo ethnically-correct, anche un indiano e un messicano. Messaggio ‘politico’ che non riesce a competere con la scena di Chris (Yul Brynner) e Vin (Steve McQueen) che scortano alla sepoltura il cadavere di un indiano che gli ‘onesti’ cittadini non vogliono fare seppellire nel cimitero dei bianchi.

E Jack Horne (Vincent D’Onofrio), un robustissimo trapper che con barbone e un filo di voce porta alla mente, curiosamente, il povero Di Giacomo (ex cantante del B.M.S.: i fan del progressive rock sanno di chi sto parlando) quando fuori dal palco.

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Ci sono in compenso azione e sparatorie in abbondanza, pistoleri che non sbagliano un colpo e pistole che roteano come girandole prima di essere rinfoderate. Qualche frase a effetto, un dialogo buono e prolungato sarebbe troppo. Più western spaghetti che John Ford. Insomma, un classico ricucinato per i palati del pubblico giovane, quello che va al cinema oggigiorno. I magnifici 7 impacchettati secondo i 4 salti in padella.

Una formula che ha funzionato in USA, dove la MGM si è rifatta dei soldi persi col catastrofico flop di Ben Hur, anche in Europa e Asia, ma che in Italia non sembra avere avuto grosso seguito. Neppure tra i più attempati, che forse amano ancora le pietanze a base di ingredienti che profumano di vintage e sanno di casa.

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Ethan Hawke

Si poteva fare molto di più, puntando su un’opera del tutto nuova. Negli ultimi anni, nonostante il numero dei titoli sia andata drasticamente assottigliando, e in Italia si importi anche meno del meno prodotto, il Western ha messo in mostra cose egregie: Appaloosa, Open Range, Il grinta per restare sul ‘classico’, o il recente e ‘atipico’ The Revenant, sono i primi che mi sovvengono. (The 8ful Eight l’ho colpevolmente perso, spero nel home video).

I magnifici 7 (con quel seven originale che in alcuni paesi, Italia compresa, diventa misteriosamente 7), però, questo di Fuqua, preso a sé, senza troppo sottilizzare, e considerato che supera generosamente le due ore di durata, è al minimo piacevole. Né annoia né – anche meglio– mette in mostra imbarazzanti topiche. A parte quel modo di sparare a ripetizione armando il cane con il palmo della mano che è un appurato falso storico. Ma quando parlavo di topiche mi riferivo alla sceneggiatura. E di questi tempi, non è consolazione da poco.

Un’ultima cosa. Ne sopravvivono tre, come in tutti i magnifici sette/7, a partire dal 1954 samurai compresi: questa volta un nero, un indiano, un messicano. Forse un messaggio?

I magnifici 7

 

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