Il corriere – The Mule Book Cover Il corriere – The Mule
Drammatico, poliziesco
Clint Eastwood
Nick Schenk
Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy García, Alison Eastwood, Taissa Farmiga, Ignacio Serricchio, Loren Dean, Victor Rasuk, Manny Montana, Clifton Collins Jr., Noel Gugliemi, Robert LaSardo
Arturo Sandoval
7 2 2019
USA
116’
Visto il 12 2 2019, cinema Raffaello, sala 3

 

A quasi novantanni l'immarcescibile Eastwood non molla. E nel doppio ruolo di attore e regista confezione un film dignitoso ma non indimenticabile.

 

Giudicare male un film di Clint Eastwood è una operazione coraggiosa. Chi è che si prende la briga di puntare l’indice contro una leggenda vivente? Tanto più ora che ha raggiunto un’età nella quale ‘offenderlo’ – a livello artistico – sarebbe un doppio peccato (di lesa maestà), addirittura un affronto. E poi c’è l’affetto che ci lega – il pubblico italiano su tutti, credo – all’attore che abbiamo seguito lungo un film che è durato una vita.

Alison Eastwood, Clint Eastwood

Uno dei pochi casi in cui la critica si è schierata compatta contro il cineasta californiano che va per gli 89 anni (a maggio) è stato il precedente Ore 15:17 – Attacco al treno (2018). Ma è un evento raro, quasi isolato, almeno per quanto riguarda gli ultimi 30 anni (bisogna risalire a Cacciatore bianco, cuore nero del 1990 per un altro flop di pubblico e critica, il resto sono passi lunghi e ben distesi di una marcia trionfale).

Il corriere sta avendo accoglienza lusinghiera. Ma si tratta della sentenza di un processo – vinto – alle intenzioni. C’è il messaggio, nel film, la morale. Un anziano che ha trascorso tutta l’esistenza mettendo il lavoro davanti agli affetti viene messo all’angolo dalla vita che, uno sganassone alla volta, è pronta ad assestare il colpo del K.O. Ma Earl Stone – al secolo Leo Sharp, un veterano della Seconda Guerra Mondiale, perché il film si basa su una storia reale – ha la buona sorte che si mette al suo fianco come secondo e gli suggerisce la strategia per finire l’incontro in piedi, e magari ribaltare il risultato e vincere.

On the road again

Il vecchio diventa così un mulo per un cartello messicano della droga, senza porsi troppe domande: soldi facili che gli daranno modo di mettere a posto alcune cose, ma non la situazione familiare che è precipitata e pare irrecuperabile. I nodi però sono destinati a venire al pettine, ed Earl – ecco il riscatto e con esso la morale che si adagia comoda su un bel sofà con birra fresca a portata di mano – non si sottrarrà alle sue responsabilità.

Tutto bene, ok: quello che conta, ci racconta Eastwood – al cui fianco recitano la figlia Alison, Bradley Cooper in una parte alquanto insipida, Laurence Fishburne in espansione come l’Universo, il noto caratterista Michael Peña, e Andy Garcia nei panni del boss che ti fa domandare se l’amaro Averna fa tanto bene o tanto male – sono i legami di sangue, e capirlo a giochi quasi fatti (per la moglie; e quando per lo stesso Earl si intravvede il capolinea) è una consolazione classicamente magra. Una vittoria morale con le toppe. Earl non si ravvede perché rimugini sul suo percorso in discesa, su quello che sta facendo; anzi lungo la strada se la spassa. E non viene neppure folgorato da una epifania sulla “via di Damasco”. Viene piuttosto fulminato dall’agente Colin Bates che lo pizzica sulla via – dello spaccio – per Houston.

Clint Eastwood

Insomma, meglio tardi che mai – meglio forzosamente tardi che mai – è un adagio che secondo Il corriere funziona. Come il goal della bandiera in zona Cesarini quando nella tua porta ne hai dovuti raccattare 3 o 4. Anche se durante lo svolgersi della partita tua moglie è andata al creatore, negli ultimi tre lustri tua figlia non ti ha rivolto la parola, e nel frattempo causa gli anni che hai messo sulle spalle ti reggi in piedi a malapena. Più che magra, una consolazione scheletrica.

Ma non è questo il vero tallone d’Achille del film, il percorso di riabilitazione dell’anziano che prima non si fa alcuno scrupolo e poi si ravvede. Il problema del nuovo lavoro di Eastwood è legato al cinema, al modo di scriverlo e farlo. In altre parole, quello che ma manca a The Mule è la tensione narrativa. Qualcuno sul web scrive di film fordiano. Ma se John Ford elevava il panorama a uno dei protagonisti delle sue pellicole, l’on the road – classico del cinema USA tanto quanto il Western – di Clint Eastwood 2018 è un nastro piatto di asfalto privo di colorazione emotiva.

Bradley Cooper

Manca lo shock, lo strappo, la sgambetto, qualcosa che ti prenda le budella o – direbbe Hank Chinaski – per le palle. La leggenda che per definizione ingigantisce e idealmente contorce le strade pulsanti di imponderabile (romanzato) del centro degli States: gli spazi – anche quelli della meagalopoli con lo skyline che ha sostituito i pinnacoli delle strutture calcaree della Monument Valley – dentro i quali i vari Earl Stone, i poliziotti della DEA Bates e Trevino, gli sgherri messicani, si rincorrono senza sublimare troppa emozione, né provata né trasmessa.

Clint Eastwood

A The Mule manca quella componente viscerale che fa scattare l’immedesimazione tra ciò che scorre sullo schermo e chi guarda e vorrebbe esserci dentro, che fa di un film come Green Book – o anche meglio, di Old Man and the Gun che ne condivide la generazione della star e l’eterno confronto tra legge e fuorilegge –, che è ancora in sala e ha la ‘pretesa’ di comporre un messaggio più lungo di un Twit, un lavoro vibrante e traboccante di vita.

Clint Eastwood

Il mistero Andy Garcia, infine, anche lui raddoppiato nel volume e nel peso come Fishburne se non di più. Ci si chiede se era l’Amaro Averna a tenerlo in splendida forma ai giorni della campagna pubblicitaria made in Italy, o se al contrario sia stata l’assunzione della mortifera bevanda a conciarlo in questa sorta di fratello più gonfio dell’omino Michelin. Io per sicurezza, e fino a ulteriori chiarimenti sulla bevanda, dopo pranzo d’ora in avanti mi fermo al caffè.

 

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