Le vie della lettura sono infinite. Il capolavoro di micro-artigianato prodotto da ArchivioGotico mi ha spinto a leggere Il Deserto Dei Tartari, un classico moderno, uno dei tanti della lunga lista, che mancava all’elenco delle mie letture. Si tratta del lavoro che ha lanciato nell’empireo dei letterati nostrani Dino Buzzati, fino a quel momento – siamo nel 1940 – autore di un paio di opere che non avevano ottenuto particolare riscontro (Barnabò Delle Montagne, e Il Segreto Del Bosco Vecchio). Che lo ha reso popolare e stimato non solo in Italia, ma soprattutto oltralpe, dato che nel sondaggio del 1999 ideato da Le Monde, insieme alle librerie Fnac, per stabilire i 100 Libri Del Secolo secondo i francesi, Il Deserto Dei Tartari guadagna un lusinghiero 29° posto (secondo degli italiani dietro l’Umberto Eco di Il Nome Della Rosa).

il deserto - ultima pagina 2

Il Deserto Dei Tartari è un’opera di forte stampo metaforico. Un’idea che Buzzati maturò pensando alla sua condizione di giornalista per Il Corriere Della Sera. Alla routine del turno di notte che nei suoi pensieri non era diversa da quella che accomuna gli uomini di tutte le città che vivono di schemi, orari, funzioni prestabilite e quasi sempre immutabili. Una condizione di limbo tra desiderio (che qualcosa di nobilitante prima o poi accada) e impotenza (di realizzazione del desiderio) che si trova a vivere anche il tenente Giovanni Drogo, preda di una insana malia per un fortilizio di confine, la Fortezza Bastiani, dove la vita militare si consuma scandita, giorno dopo giorno, anno dopo anno, dalle medesime insignificanti incombenze. Nell’infinita attesa di nemici che dovrebbero offrire una fetta di gloria, dare senso a una vita in divisa. Ma compariranno solo quando per lui sarà troppo tardi.

Dino-Buzzati 2

Giovanni Drogo passerà tra le mura della Fortezza Bastiani trent’anni, i migliori della sua vita, con l’intervallo di qualche breve licenza che non farà che rendere ogni volta più chiaro il distacco tra il mondo reale – fatto di amicizie, affetti, di un lavoro normale che sono oggetto per la gente della città – e la stagnante inoperosità che lentamente debilita fisico e coscienze dei militari della fortezza al confine con il deserto e le pianure del nord, luoghi fantasmatici che puntualmente sostituiscono alle illusioni di gloria allucinazioni e disincanto.

il deserto cover retro - particolare

In un mondo di mancati eventi, il meglio di sé Buzzati lo dà nel monologo interiore che scuote il tenente Drogo, in un primo tempo spaventato dalla fortezza, poi stregato, infine piegato dalla stessa. Nelle lucide, crude, a un tempo poetiche e crudeli, riflessioni sull’età e relative prerogative: la giovinezza e la sua ineluttabile incapacità di valutare a dovere il tesoro del tempo che ci è dato e ci pare, stupidamente, inesauribile; il declino e la definitiva vecchiaia che giungono quasi inaspettati, come le acque di un fiume in piena, limacciose, che scorrendo oramai turbinose e irrefrenabili portano via ogni residua cosa.

E a più di quarant’anni, senza aver fatto nulla di buono, senza figli, veramente solo nel mondo, Giovanni si guardava attorno sgomento, sentendo declinare il proprio destino.

Sono parole forti, impietose, che rimbombano nella mente con un’eco vivida. Alle quali è difficile, in parte o in toto, sentirsi estranei. Nel 1940 dovevano fare ulteriore impressione. A venire a oggi, ci sono stati di mezzo le donne ‘che io sono mia e mi gestisco io’, l’epoca del trionfo – e tronfio tonfo – dei single, l’avvento dei mini appartamenti, i bamboccioni, posti di lavoro e retribuzioni che si riducono o spariscono con la lestezza di uno scippo e tanto altro, altre penose brutture per definirle con più precisione, che neppure Buzzati, nel suo inestimabile senso del fantastico che si nasconde tra le pieghe del quotidiano, avrebbe immaginato.

Senza figli, soli al mondo, senza avere fatto nulla di buono, oggi ce ne sono eserciti. Ma quasi nessuno si dà le pene che soffriva Giovanni Drogo .

locandina

Nel 1976 Valerio Zurlini si congedò dal mondo del cinema portando proprio il romanzo di Buzzati sullo schermo. Benché dalla realizzazione travagliata, il film – ricca coproduzione italo-franco-tedesca con un cast di prima grandezza che comprendeva attori quali Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Fernando Rey, Laurent Terzieff, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Giuseppe Pambieri, Francisco Rabal, Lilla Brignone – l’anno seguente vinse 2 David di Donatello (miglior film, migliore regia) e un Nastro D’Argento (registra del miglior film).

 

 

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