Antologia di cinque racconti, Il muro viene pubblicato in Francia nel 1939, un anno dopo La nausea, romanzo a cavallo tra esistenzialismo e nichilismo considerato il capolavoro narrativo di Jean-Paul Sartre. In Italia Il muro arriva nel 1947 per merito di Einaudi, e si apre con il racconto che dà il nome alla raccolta, l’unico che non si svolge in Francia ma nella Spagna della guerra civile del 1936-‘39, e anche quello che denota più attenzione per la trama rispetto allo scandaglio psicanalitico.
Ne è protagonista un partigiano in attesa di essere fucilato posto davanti al dubbio del tradimento in cambio della libertà. La sua coraggiosa scelta, al cospetto di un mondo – secondo la visione di Sartre – che espone sempre la faccia in ombra, produrrà un effetto inaspettato.

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La camera, Erostrato, Intimità, sono storie disperate che si dipanano tra boulevard brulicanti, bistrot e appartamenti sbiechi, amaramente vissuti da un campionario di umanità emotivamente disfunzionale.
Vittime e carnefici che non sempre si distinguono per ruolo, in balia di un destino scolpito nella roccia inattaccabile di convenzioni e condizionamenti, morali, sociali, familiari che siano. Caratteri instabili, al limite della follia (La camera), sospettata o inconsapevole, a un passo o già oltre la linea di demarcazione che delimita il confine di una normalità adattata su regole insensate ma pubblicamente rese accette e dunque accettate.

Personaggi attratti dal richiamo invincibile della devianza che, anche quando si apre uno spiraglio, una via di fuga per la salvezza, fisica o mentale, non riescono a intraprendere la strada del riscatto (Intimità). Che maneggiano sesso o sentimentalismo, senso di rivalsa e vendetta (Erostrato), amore genitoriale, filiale o di coppia, dalla parte della lama.

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Infanzia di un capo, lo scritto che chiude l’antologia, è un romanzo breve. L’odissea psichica di Luciano Fleurier, rampollo di una dinastia di industriali la cui coscienza, per tutta la vita un guscio elastico e vuoto, riuscirà a solidificare solo attorno a un totem di marca fascista: il branco, selvaggio, intollerante, xenofobo, classista.

Ovvio come con questi campioni di umanità marcescente ritratti con magistrale attenzione per il dettaglio interiore non si possa entrare in empatia. Ma si tratta di creature, alienate, plasmate nel laboratorio in perenne fermento che chiamiamo società. Riesce impossibile, nei loro riguardi, una condanna senza appello. Si prova compassione, invece. Perché sul fondo delle loro anime giace una materia oscura, stagnante nel profondo alveo dell’umanità intera, che è alla base della vita stessa. Che quando sollecitata, in parte o in toto, rischia di venire a galla. In ognuno di noi.

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