Rocker si nasce o si diventa? Qualcuno viene al mondo con i cromosomi X/(ro)CK?
La risposta binaria, si/no, potrebbe non bastare. Non essere esaustiva per tutti i casi. Max Montanari  rocker è nato, nessun dubbio. Ha accettato di salire sul ring del rock battagliero in giovane età, ha accumulato una lunga serie di combattimenti, poi quando era a un passo dal titolo ha abbassato la guardia un momento e si è beccato una gragnuola di colpi. Qualcuno anche sotto la cintola, da squalifica dell’avversario. Ma l’arbitro non ha visto o non ha voluto farlo. Leggete la recensione di S.A.L.I.G.I.A. e vi farete una idea di quello che intendo dire.

Max è andato al tappeto. Svanito il sogno il suo team si è dileguato come brina al sole. Lui invece non ha appeso i guantoni al chiodo. Si è rialzato, ha ripreso ad allenarsi, a lavorare sui punti deboli, e infine si è ripresentato. Tirato a lucido per una nuova sfida. Più forte e completo di prima.
Nelle sue vene il rock non ha mai viaggiato più velocemente, e in quantità così copiosa, di oggi.

Max Montanari è un cantante assolutamente alive and kicking, impegnato su progetti che lo riporteranno alla ribalta; ma parallelamente al lavoro in prima linea, in studio e sul palco, ha avuto l’accortezza e l’intelligenza, inoltre la modestia, di dare vita a un management – Alkatraz, nato nel 2002 – per mettere capacità ed esperienza al servizio di chi non sa bene come muoversi tra le sabbie mobili di un mondo, quello della musica rock, sempre pieno di insidie, all’interno del quale un solo passo falso può decretare la fine di un percorso fatto di anni di lavoro.

Con Max ho parlato del suo passato e del presente che è un trampolino di lancio per un futuro pieno di iniziative che comprendono nuovi dischi a tour teatrali. Una fucina di idee e proposte, una personalità travolgente e coinvolgente, che metterebbe voglia di fare a uno zombie. Soprattutto senza peli sulla lingua. Insomma un inno vivente all’età della maturità, che in qualche modo sfata il consunto mito che il rock, la musica, e tutto ciò che intorno vi ruota, è cosa per giovani dissennati.

Capisco la frustrazione di arrivare a un passo dal sogno e perdere tutto: la maggior parte della gente getta la spugna, ma tu hai continuato nel mondo del rock fino a metterti dalla parte di chi ha infranto il sogno dei PerikoloGeneriko, però con l’intento di fare invece di disfare…

Ciao Andrea, ti ringrazio innanzi tutto per la disponibilità a questa intervista. Io amo leggere e trovare ancora giornalisti con la G maiuscola, con il tuo background alle spalle che ascoltano un album e lo studiano, lo scavano, lo rovesciano come un calzino: è un onore; ma torniamo all’intervista.
Parli di frustrazione… beh, per me è stato molto di più: è stato come aver buttato via 10 anni di lavoro in un colpo solo! Anche perché la mia band, i fantomatici PeriKoloGeneriko, allora era il mio lavoro: a 21 anni, quando decisi di licenziarmi dalla banca, una delle tante scelte folli, e intraprendere la libera professione, fu per loro. Per dedicarmi alla promozione della band e all’organizzazione dei concerti la maggior parte della mia giornata, e lavorare come consulente grafico, il mio piano b, quando c’era tempo. Allora una band come quella, parliamo di rock/metal cantato in italiano, aveva solo una strada per farsi conoscere: il live. Ciò che in definitiva è stato il nostro punto di forza, la qualità che è balzata agli occhi di una major. A quei tempi per trovare date c’era solo il telefono e tanta forza di volontà e impegno. Ricordo anche di avere realizzato il sito web della band, ma a quei tempi chiedere a un gestore di locale di andare su internet e dare una occhiata alla nostra biografia era quasi utopistico: considera che con i modem a 56K ci metteva come minimo mezz’ora a scaricare le foto!
Tutta quella gavetta però è servita, mi ha fatto capire che si poteva fare molto di più, non solo per me ma anche per altri artisti che hanno bisogno di supporto. E nonostante la fine dei rapporti con la major e le promesse mai mantenute mi siano  costati un anno e mezzo di repulsione verso i musicisti, la fine dei PerikoloGeneriko, e diverse sedute dallo psicologo, nonostante tutto ciò ho pensato di impiegare la mia esperienza non solo per i miei progetti personali futuri, ma anche a favore di coloro che dalle mie vicissitudini possono trarre una lezione e un riferimento.

Il mondo della discografia del passato era capace di creare eroi ma anche di infrangere sogni e personalità… credi che la odierna frammentazione in migliaia di piccole label abbia dei lati positivi?

Un contratto con una major negli anni  ‘90 era un bel sogno e una garanzia; oggi la frammentazione del mercato ha dei lati positivi e negativi. Premesso che la musica da ormai vent’anni viene considerata come un bene gratuito che non va pagato, così da non conferire valore al lavoro IMMENSO che c’è a monte, molte piccole label non hanno soldi da investire causa gli introiti esigui. Ma ci sono due problemi principali: ci sono tantissimi bravi artisti che pubblicano ma non arrivano alle orecchie degli ascoltatori perché mancano i soldi per la promozione, ed esce troppa musica tutti i giorni. Io sarei per fare un lavoro più efficiente di selezione e scegliere meglio a chi destinare le proprie forze. L’aspetto positivo per il musicista di questi tempi è che se hai delle buone idee puoi fare un disco in home recording e catturare più facilmente l’interesse di una label. Dunque è più facile arrivare alla distribuzione rispetto a 15 anni fa.

A differenza dei manager discografici che hanno portato al collasso le major, cioè burocrati che hanno sostituito gli appassionati e cultori della musica, tu sei un musicista e sai distinguere: qual è il polso della situazione odierna? C’è talento in buone dosi nelle band che si affacciano al mondo del rock o si tratta di casi rari?

Hai detto bene: quando i soldi non sono i tuoi spendi senza ragione ed è proprio per questo che sono saltate per aria moltissime major discografiche. Chi ascolta e riascolta musica, studia, segue e confronta da 20 anni, mai avrebbe portato a un tale appiattimento del settore: oggi si produce “qualcosa che assomiglia a qualcos’altro” che secondo i manager “funziona “, facendo venire meno tutta la creatività che ha portato il mercato musicale a vivere il fermento incredibile che c’è stato tra gli anni ’70 e gli anni ’90, quando ancora si creava. Oggi la situazione è che le band non esistono, ci sono i talent show e si pensa che fare video su youtube ti porti risultato. Il problema è che quando arrivi al pubblico e non sai suonare, e anche peggio non trasmetti nulla, la gente lo avverte. In ambiente rock escono solo prodotti riciclati; tornano sempre i soliti “mostri sacri”. Io sto aspettando da 5 anni qualcosa di buono! E per questo ho riesumato S.A.L.I.G.I.A., il  mio nuovo album uscito il 20 aprile.

A proposito di S.A.L.I.G.I.A., ho trovato il lavoro ancora fresco come sonorità e attuale nei testi. Faccio un azzardo: perché non reinciderlo da capo con nuovi musicisti?

S.A.L.I.G.I.A. è un azzardo dal suo concepimento. Oggi la realtà dice che funziona di brutto, è entrato in Euro Indie Chart e la gente lo ascolta su Spotify. Tutti elementi che mi hanno dato la voglia di proporlo in tour con nuovi musicisti. Di sicuro valuteremo se reinciderlo; sicuro è che a settembre uscirà il vinile rimasterizzato e sistemato nei suoni e volumi.

E magari ti rimetterai in gioco riprendendo a cantare?

Io ho venduto l’anima al Diavolo e sono più in forma che a 20 anni! Continuo a fare live anche con un altro progetto musicale, i Cani Bagnati in cui io sono Voce, del quale a settembre uscirà il disco. Inoltre faccio parte di una compagnia teatrale pro, con cui faremo uno spettacolo che da novembre sarà in tour. Non voglio farmi mancare nulla, Andrea!

Una bella scelta quella dei testi in italiano: difficilmente si riesce a coniugare hard rock e testi di qualità, addirittura di denuncia dei costumi…

Io non riesco a scrivere in inglese, non mi piace come lingua e mi dà l’idea di una omologazione che non voglio nella mia musica. I Rammstein insegnano che la musica è universale; e forte di questo fatto continuo a difendere la lingua italiana come regina della musicalità. Non ti nascondo che incastrare parole con un senso su determinate ritmiche non è affatto semplice. Ma io amo le sfide, e non trovo gusto a fare cose semplici.

Quale dei sette peccati capitali ci calza meglio come italiani? Se vuoi puoi aggiornare la lista e aggiungere un nuovo vizio…

Guarda, io ritengo che l’italiano medio sia accidioso: come si dice in Romagna gli piace fare lo “sburone” e “tirarsela” facendo vedere che fa mille cose, ma in fin dei conti non porta a casa nessun risultato ed è bravo solo a parlare perché i fatti, come si dice, stanno a zero.

Nessun altro dei PerikoloGeneriko ha continuato con la musica?

I ragazzi si sono messi  a fare cover e se va bene, in band diverse, fanno qualche live dietro casa.

Quali erano i tuoi modelli di riferimento, e chi secondo te ha qualcosa di più degli altri, come artista completo: voce, carisma, teatralità… dato che anche tu sul palco hai sempre curato l’aspetto della performance nella sua totalità…

Dopo 30 anni che vedo concerti resto dell’idea che le band internazionali che hanno quel qualcosa in più siano Freddy Mercury, Iron Maiden e Rammstein su tutti.
Dickinson è mostruoso, corre come un grillo e con un solo gesto trascina migliaia di fan a cantare e costruisce con i suoi compagni delle performance ineccepibili per occhi e orecchie.
Mercury era inarrivabile sia come voce che come carisma, i Queen erano lui. Dopo di lui ci sono quattro musicisti normalissimi. Lui, con la sua voce, il suo baffo e le sue canottiere bianche, catalizzava l’attenzione in una maniera incredibile.
I Rammstein sono epici dal vivo, una di quelle band che in studio mi dicono poco e dal vivo mi lasciano a bocca aperta.
Di italiani mi piaceva molto Pelù quando aveva 30 anni e faceva rock per davvero, e Pao dei Negrita.
Io sono figlio di un po’ tutte queste influenze che mi sono entrate dentro.
Non credo sia possibile estromettere una delle qualità da te elencate; quando sali sul palco devi dare spettacolo, e per dare spettacolo devi essere sicuro e preparato in quello che fai, ore su ore di prove, e non devi aver paura del lavoro duro. Per questo voce, carisma, teatralità sono elementi essenziali di ogni artista che tale si definisce.

Credi che si tornerà alla cosiddetta normalità dei concerti e dei festival? E in quali tempi?

Ho amici all’estero che mi dicono che in Svezia i concerti e le attività ricreative non si sono fermate se non per una settimana. Io credo che questo stop in un primo momento farà molto male al nostro settore uccidendo tutti gli “imprenditori improvvisati della notte”; resterà solo chi è solido e ha le spalle coperte; si tornerà ai live come li conoscevamo nel 2021, mentre credo prenderà piede il “pay for live” che valorizzerà sicuramente il musicista e creerà fan base reali dato che per vedere un artista si deve pagare, anche se solo cifre simboliche di manciate di euro.

Professionalmente, qual è la maggiore soddisfazione che ti dà Alkatraz management?

Mostrare agli artisti il loro prodotto anche da un punto di vista diverso e riuscire a farglielo capire.

E invece un rammarico, se c’è?

Ho avuto diverse persone che lavorando con noi in Alkatraz, attiva dal 2002, sulla scia di quello che è depositato a nome mio, hanno scopiazzato idee e politiche e campano da 14 anni utilizzando termini che sono “figli di Alkatraz”, inventando storie assurde per giustificarsi quando dovrebbero avere il coraggio di raccontare la verità su nomi, titolo e meriti che non sono loro.

Un amico inventa la macchina del tempo e ti permette di tornare indietro per 3 viaggi e con 3 pass “all areas”: dentro uno studio di registrazione; alla registrazione di quale disco vorresti assistere?

The Number Of The Beast degli Iron Maiden.

… sul set di quale film?

Schindler’s List, il mio film preferito.

… a cena con un ideale femminile: musicista, attrice, figura storica… vale tutto e per qualunque motivo: bellezza, bravura, intelligenza, importanza storica…

Facile questa! Angelina Jolie tutta la vita: mi ha colpito da quando era nel video dei Rolling Stones, semi sconosciuta, di Anybody See My Baby: una bellezza unica, iconica. Grazie per questo viaggio nei ricordi Andrea, in fondo parlarne mi dà sempre più voglia di viverne dei nuovi!


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