Causa un increscioso problema tecnico cui sinceramente sono incapace di trovare risposta, non riesco a rispondere allo scrittore Pierfrancesco Prosperi in apposita sede: cioè nella pagina dove ho scritto le mie impressioni sul suo libro Garibaldi a Gettysburg, in calce alla quale l’autore aretino si dice offeso ed esterrefatto poiché non mi sono prostrato di fronte alla sua indiscussa arte. Sono dunque costretto a generare un post a parte.

Ho riletto il mio pezzo e sono certo che non comprende alcun attacco personale allo scrittore e men che meno dileggio. Salvo che l’utilizzo dell’ironia di tanto in tanto, per il suddetto autore sia un peccato mortale. Il brano è lì, potete leggerlo e giudicare da voi. Non prenderei neppure l’iniziativa di rispondere al suo intervento se lo scrittore sin dalla prima riga della sua reprimenda non mi prendesse di mira personalmente appellandomi con un sarcastico “arguto”.

Ma ammetto che Prosperi ha ragione. Dal momento che sono l’unico ad avere comprato il suo libro per ben due volte – la prima per fare un regalo a mio padre – di certo non sono stato acuto. Di solito un artista ringrazia chi gli fa guadagnare royalties – perché gli scrittori bravi sono pagati in questo modo – ma sembra che il signor Prosperi abbia bisogno di sudditi inneggianti alla sua arte, e non di lettori che esprimano un pensiero autonomo.

Il navigato autore scrive che concludere il suo romanzo con “Generale! Generale!” mi ha portato a scomodare Elmore Leonard. E anche questa volta, in un certo senso, ha ragione. Non c’era bisogno di puntare lo scrittore americano e neppure mia nonna. Se il sig. Prosperi non rammenta la quantità di punti esclamativi che sul suo libro si trovano per quante pulci ci sono su un randagio, che se lo rilegga, e vediamo se si tratta solo di “Generale! Generale!”. Anche meglio, lo facesse leggere a un editor serio, che di certo gli imporrebbe – gli avrebbe imposto se la potente macchina editoriale che l’ha preso sotto la sua ala di aquila ne avesse avuto i mezzi – una approfondita revisione e di rimettersi all’opera; ma solo dopo averne estratto dalla tastiera il punto esclamativo con una pinza come farebbe un dentista con un dente marcio.

Ma poi, detta sinceramente, e per chiudere la questione: a me del feticismo di Prosperi per i punti esclamativi non frega proprio un tubo: gli piacciono?, che se li faccia cucire anche sui fazzoletti e gli asciugamani a seguire le iniziali del nome. Questo il giudizio da cittadino. In quanto lettore le cose cambiano: non c’è alcun dubbio che la buona letteratura dei punti esclamativi fa un utilizzo estremamente parsimonioso. Basta leggere un po’ (di buona letteratura).

Lo scrittore incompreso – ma solo dal sottoscritto, è certo Prosperi – ci fa sapere che il suo romanzo si “è portato via tre premi nazionali”. Mi viene in mente Lance Armstrong che di premi nazionali se n’è portati via sette consecutivamente. Sette Tour de France e sapete come. O anche meglio a Rocco Siffredi che si è fregiato di titoli addirittura internazionali. E come sottovalutare il Premio San Marco – Città di Venezia sezione romanzi, sul quale Prosperi pone l’accento e rispetto al quale vi invito a fare una ricerca su Internet per vedere tutto ciò che ne risulta.

Pioggia di premi, su

Ho indagato anche alla ricerca di recensioni su Garibaldi a Gettysburg. Immaginavo che ce ne fossero a decine. La mia viene dopo 6 pagine di risultati di Google, al posto – riga, sito, numero: chiamatelo come volete – 61. Prima c’è solo quella del sito NetMassimo blog che conclude in questo modo: “Quando scrisse “Garibaldi a Gettysburg”, Pierfrancesco Prosperi era già un autore esperto ma è riuscito a mascherare solo in parte i difetti del romanzo”.
Wow: che ne sarà stato di questo scellerato recensore che tanto ha osato?
Proseguendo, in posizione n.64, ecco Goodreads raccogliere 7 commenti dei lettori che però riferiscono ad Autocrisi – altro romanzo di Prosperi – nella versione ripubblicata nella collana Urania Collezione nel marzo 2011. (Su Goodreads, Garibaldi a Gettysburg non sanno manco che è). I voti – stelle come nel mio caso – sono: 3, 2, 3, 1, 4, 2, 3. La media dunque è di 2,5/5. Ovvero 5/10. Una chiara insufficienza, se la matematica… come dice il vecchio adagio…
Ma vediamo qualche commento nel dettaglio. The Frahorus conclude il sua intervento con questa frase: “Ma non mi ha entusiasmato più di tanto”. Va sottolineato però come poche righe prima il poco malleabile lettore si sia lasciato andare a un eloquente “le auto!!!”, un esaltante “il motore a scoppio!!!” e un più compìto, ma pur sempre accettabile, “l’automobile, appunto!”. Un portatore sano di punti esclamativi, The Frahourus: la testa del ragazzo è salva.
Devero invece deve essere posseduto/a dal demonio, andrebbe esorcizzato/a: “Non gradisco molto Prosperi, nemmeno nei fumetti. Trovo le sue sceneggiature per Martin Mystére pessime. Anche come romanziere non mi prende proprio; indigeribile lo ha definito pure un’amica a cui ho prestato il volume”. Scritto nel 2013. Alquanto tranchant, Devero.
Oltre la posizione n° 64 non sono andato: si rischia di sprofondare nel deep internet.

“Ciclo”pico

In posizioni precedenti, invece, compaiono alcune interviste e tutta una serie di siti che riportano “copia e incolla” lo stesso comunicato stampa. Le interviste sono tutte uguali. Nelle quali lo scrittore ci fa sapere senza che nessuno glielo chieda che Garibaldi a Gettysburg nella edizione della Nord ha venduto 3000 copie. Bella zio: non è il massimo dell’eleganza; un po’ come arrivare in un salotto da sconosciuti e presentarsi alle signore dicendo “io ce l’ho lungo così”. Ma crediamo alle parole di Prosperi. Prendiamole come dato di fatto. Che rientra in quella faccenda curiosa, molto, delle fascette che urlano sempre “100.000 copie vendute”, o “1.000.000 di copie vendute”: e chissà perché non sono mai 85.000, 48.700, 67.578.

Le interviste – quattro/cinque – sono fatte dal classico manichino che ha letto un comunicato stampa e lascia andare a ruota libera l’autore. Autopromozione. Lo stesso delle interviste concordate col politico. Una domanda che mette alla sbarra l’intervistato – o solo pertinente – non c’è perché NON può e non deve esserci. Chi fa le domande il libro non l’ha mai letto, e viste le premesse, l’avesse fatto, figurarsi se può averci capito qualcosa.
La prima intervista è di Book Print edizioni (giudicate voi): alla domanda “a chi ha fatto leggere il suo romanzo? ” la risposta è: “Ma per molti altri romanzi mi sono avvalso della preziosa consulenza dell’amico Gianfranco De Turris, giornalista, curatore e critico con una lunga carriera in RAI, che ha dato ai miei testi un apporto fondamentale”.
E un vero amico non si fa mai negare. Ecco infatti arrivare l’intervista firmata Giancarlo De Turris, da ridere: postata su due siti come si trattasse di pezzi diversi ma in realtà spudorati “copia e incolla”.

È poi la volta di Gian Filippo Pizzo – intervista intitolata Ai Confini della Terra – che proprio in apertura confessa “in occasione della pubblicazione del romanzo Finis Terrae (Meridiano Zero, 2017) da me suggerito all’editore,  ho intervistato Pierfrancesco Prosperi”. Insomma, si fa tutto tra amici. Tanto che Pizzo si prodiga con un secondo articolo:
“(…) e nel 1993 esce Garibaldi a Gettysburg (…). Il romanzo non è completamente riuscito, probabilmente perché era nato come romanzo breve e poi è stato ampliato (…) secondo noi forse l’abitudine di sceneggiare fumetti ha condizionato il dipanarsi della trama”. Ahia. Ma dopo avere drizzato la schiena per dare idea di essere un critico senza padroni – ma soprattutto per non giocarsi la reputazione difendendo l’indifendibile – Pizzo sul finale aggiusta il tiro per non rovinare l’amicizia: “Si tratta in ogni caso di un libro avventuroso di buon livello e di piacevole lettura, vincitore di numerosi premi”. Numerosi premi? 10, 63, 129, 1.334.568? Quanti?
Altra intervista. Offre Il Primato Nazionale, testata indipendente, nata nell’ottobre 2013, il cui motto è “giornale sovranista”.
Per la Treccani, la Ferrari delle enciclopedie, il sovranismo è “la posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione“. Un esempio recente, secondo Bernard Henry Levy, è la vittoria della Brexit al referendum inglese. “Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo – osserva il filosofo francese – è la vittoria, in altri termini, del sovranismo più stantio e del nazionalismo più stupido“.

Domanda dell’esperto di Il Primato Nazionale: “Ma ci sono previsioni che si sono avverate fra quelle contenute nella trilogia?”.
Pensiero mio: scusa tanto intervistatore sovranista, ma che cazzo hai letto? Come ti sei documentato per fare l’intervista? Non dovresti essere tu a dirci che cosa c’è scritto in quel benedetto libro? Chiedi alla mamma di valutare il suo scarafone?

Beppe “the Great”

Poi succede un inciampo più marcato. Arrivati a http://kelebeklerblog.com/2009/11/23/pierfrancesco-prosperi-gianfranco-de-turris-e-limmaginario-islamofobo/ tale Miguel Martinez si lancia in una disamina sagace e capace di quello che al momento era l’ultimo libro di Prosperi, La casa dell’Islam, e sono dolori. Lo fa nero. Doppiamente. Sia perché lo accusa di essere di estrema destra quanto l’inseparabile sodale De Turris (“Gianfranco De Turris, raccomandato di ferro delle Destre governanti, presidente della Fondazione Julius Evola e autore (tra l’altro) di Elogio e difesa di Julius Evola, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee”), sia perché smonta con cognizione di causa le farraginose congetture letterarie di Prosperi (potete leggere il pezzo via link).

A proposito, De Turris è anche dirigente RAI: ed ecco spiegate le apparizioni di Prosperi a RAI 5, i cui spezzoni compaiono su youtube e sul sito dello scrittore.

(Breaking news: a distanza di qualche settimana da quanto scritto sin qui, e introducendo altri criteri di ricerca mi sono imbattuto in un altro paio di recensioni: la prima di Carlo Menziger, dal suo personale blog La legenda di Carlo Menziger, che si descrive così: “Da sempre la mia passione è per i libri che amo sia leggere, sia scrivere, e ne ho pubblicati ormai un discreto numero (…)”. Inoltre, ci fa sapere Menziger, egli è “membro del GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini, di World SF Italia (associazione di autori di fantascienza) e membro Eletto della Fratellanza della Fantascienza di Anobii”. Sti cazzi: Aleister Crowley, fosse vivo, rosicherebbe non poco.
Nel recensire Prosperi i tag inseriti dal letterato membro della fratellanza sono, tra gli altri: “amici”, “autori italiani”, “autori poco noti”. Menziger – che nella recensione di Garibaldi a Gettysburg riesce nel non facile compito di storpiare il capolavoro di Dick, La svastica sul sole, quattro parole in tutto, in La svastica sopra il sole – dopo un lunghissimo disquisire sul concetto di ucronia dedica al libro di Prosperi le ultime quattro righe: “Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo”. Quel che si dice una disamina approfondita, chiara e puntuale, no? In bello stile. Come si conviene a chi di libri ne ha pubblicati ormai un discreto numero.
La seconda proviene dal sito Il mangiacarte, e fa il punto della versione del romanzo Editrice Nord: “Non tanto bello, e anzi deludente nonostante il tema interessantissimo, quello di Pierfrancesco Prosperi, architetto aretino di tanto in tanto prestato alla scrittura. (…)   Intreccio, personaggi e battute scontati, spesso da fumetto vintage. Al confronto, ‘Non ci resta che piangere’ (1984) pare un’opera di Philip K. Dick”.)

Questo per quanto riguarda il capitolo recensioni di Garibaldi a Gettysburg sul web.
Ma di un romanzo che vince tre titoli nazionali, scusate, che si “è portato via tre titoli nazionali” – “via via, vieni via con me” –, ci si aspetta come minimo gli abbiano concesso spazio la Lettura, Alias, Robinson, Panorama, il Resto del Carlino, il Mattino, Il Giorno, Vanity Fair, il Foglio, Libero, Rumore, Rolling Stone, Famiglia Cristiana, The New Yorker, EsquireFahrenheit, Che Tempo Che Fa, Per un pugno di libri
Io ne leggo di questi fogli, ascolto Fahrenheit tutte le volte che posso (a proposito, consiglio agli aspiranti intervistatori: ascoltate in questa sede come fa una vera intervista gente competente, e sa di ciò che parla), provo a stare al passo. Ma credo di avere perso i numeri dove si parlava di Prosperi, di Garibaldi a Gettysburg e dei premi che non potevano stargli lontano come fa il ferro da un magnete.

Ma ricordato che ci sono avidi lettori di Harmony, così come chi possiede la bibliografia completa di Fabio Volo – che non sarà un grande scrittore ma ha il pregio di non sentirsi tale –, e che il nano Bagonghi troverà sempre un ruolo da gigante nella Hollywood di Lilliput, sui premi & concorsi, della loro serietà e fondatezza, penso che si potrebbe discutere molto ma molto a lungo. Perfino il Nobel è stato travolto da uno scandalo. Il fatto che dietro a ognuno di essi ci siano interessi e dinamiche che tirano molte giacchette, conventicole e meccanismi mai troppo trasparenti, nonché incessanti polemiche, personalmente mi suggerisce di prenderli tutti indistintamente con le pinze. Che non significa che stia affermando che tutti sono falsati o privi di validità. Ma dire che un premio indichi il prescelto da Dio è come pretendere di incoronare Re dei pesci il più bell’esserino dotato di pinne e squame che c’è nell’acquario in salotto. Dimenticandosi che esistono pozze d’acqua dette fiumi, laghi, mari, oceani. L’autore più bravo della storia della letteratura può essere là fuori e morire da perfetto sconosciuto. In barba a tutti i premi del mondo.

Per la seconda volta però tengo a ribadire: ma chi se ne frega: Garibaldi a Gettysburg potrebbe avere vinto il Pulitzer, l’Hugo, il Nebula o il Remigino d’oro che per me – e sottolineo per me – resta un romanzo mediocre se non pessimo. Nella mia recensione ho oggettivato tutti i punti che non mi piacciono, ma non ho messo in discussione la persona Pierfrancesco Prosperi – al contrario di quello che lui fa con me – che io non conosco come non conoscevo Luca Mazza, il cui Black Hills ho trovato invece ben scritto e soprattutto originale: un buon primo piatto rispetto alla minestra riscaldata di Prosperi. Ciò non mi porta a escludere che i restanti 29 romanzi dello scrittore toscano, “gli oltre 100 racconti” (sue parole), e sceneggiature per i fumetti siano fior di capolavori, che un giorno perfino le sue epigrafi lasciate con la Bic sulle porte dei cessi dei locali che frequentava da giovane possano divenire patrimonio dell’umanità a seguito del lungimirante intervento dell’Unesco. Ma anche conoscessi personalmente entrambi, la valutazione della persona rispetto all’operato mi risulterebbe assolutamente ininfluente: nelle recensioni, articoli e interviste che mi sono state commissionate oppure ho svolto per mio conto e personale interesse, tutti quanti – sconosciuti, amici, nani & ballerine – partono da sotto lo stesso striscione. Conta quello che sono in grado di fare nel loro campo. Secondo il mio parere, che si può ritenere più o meno valido, ma non è mai stato usato per ledere l’onore della persona.

Noble Nobel

I concorsi ve li spiego così: non è garantito che un capolavoro vinca l’Oscar, ma è sicuro che chi vince l’Oscar viene trattato da capolavoro. In altri termini, al botteghino si fionderà tutta quella gente che al cinema ci va una volta l’anno, come fanno certi fedeli con la messa di Natale.

Il concorso nazionale pare chissà che cosa, ma basta aprire l’iscrizione a tutti i cittadini ed ecco servito il concorso nazionale. Ma esageriamo: diamo il via al Gran Prix Internazionale del Condominio Scaccabarozzi. Nel frattempo chiediamo un contributo – dal comune all’Europa per meriti culturali, e agli sponsor che scaricano fattura. Si iscrivono mio cugino residente a San Marino, un pescatore delle isole Lofoten che manda un componimento in gaelico, un architetto di Andorra che ha scritto un romanzo di 700 pagine. Il concorrente di Andorra viene scartato perché da regolamento il peso del manoscritto non deve superare i 500 gr. Il pescatore è dato per disperso in mare dopo l’ultima tempesta. Vince mio cugino con un voto, quello dell’amministratore del condominio che ha redatto il regolamento, il cui giudizio è insindacabile. E ora? Intervista a mio cugino.

–              Ciao cugino, come ti chiami? Ovvio che io lo so, ma è per chi ci legge.
–              Ho vinto un premio internazionale.
–              Ma davvero?
–              Ho venduto oltre 100 copie.
–              Fiuu…
–              Vi parlo del libro, si intitola Garibaldi a Hokenheim. Il protagonista ha cambiato sesso. Ora è una donna. Si chiama Mara Venier.  Uno strano caso di omonimia: io avevo in mente quel nome da prima che la presentatrice nascesse, sto meditando di farle causa.
–              Ma quanti anni hai, cugino?
–              Mi sono reincarnato più volte e ho trovato un modo per passare tra mondi paralleli: con lo stesso biglietto puoi andare da uno all’altro per 90 minuti. Ma veniamo al romanzo che ha vinto un premio internazionale. Mara distratta cade in un canale di Venezia ma non si rovina l’acconciatura perché prima di toccare l’acqua viene catapultata in un mondo parallelo dove i nazisti hanno inventato una macchina del tempo talmente potente che quelli della Mercedes ci corrono anche in F1. Mara diventa l’amante di Lincoln che è un appassionato di lirica, e per prendere i due classici piccioni con una fava decide di chiamare Garibaldi in America: per metterlo a capo dell’esercito dell’Unione ma soprattutto per prendere lezioni di italiano così da capire i libretti dell’opera. Garibaldi però si rivela una pippa, così per liberarsene Lincoln lo manda in Germania come presunto team manager vincente, tipo Briatore, e grazie al lavoro dei servizi segreti americani riesce a metterlo alla testa della Mercedes per farla collassare, perdere il campionato del mondo e pure la guerra. Ma Garibaldi che in Sudamerica per sopperire alla mancanza di cavalli per i suoi rubava i Ciao e li truccava fino a fargli toccare gli oltre 100 km/h, di motori ne sa un sacco, e così fa vincere il mondiale di F1 ai tedeschi che col morale a mille, anzi oltre mille, vincono la guerra e prosciugano i canali di Venezia per farci una pista per il Gran Premio d’Italia. Vuoi farne una critica?
–              Ma non l’ho letto.
–              Fidati.
–              Ok, è bellissimo.
–              Tutto qui?
–              È bellissimo!
–              Così va meglio.
–              Progetti futuri?
–              Ti rivelo che ho già pronto il seguito che si intitolerà Garibaldi assediato: i ribelli di Monza. I ribelli ovviamente sono i cittadini di Monza che non vogliono vedersi cancellare il gran premio a favore di Venezia. Garibaldi, cui intanto sono stati concessi la cittadinanza tedesca ad honorem diventando von Garibalden e il bastone di feldmaresciallo, dovrà vedersela con le truppe di Montezemolo finanziate in gran segreto da Berlusconi e Galliani, massimi dirigenti del Monza calcio promosso nella cadetteria, che intendono unire il campionato di serie B e la F1 in un nuovo format mai tentato in precedenza e battezzato Forz-mula Italia B1, così da mettere insieme politica, sport, tv e una vitamina fondamentale: perché tutti sanno che praticare sport e una sana alimentazione ti fanno campare 100 anni e oltre. Vuoi farne una critica?
–              Ma deve ancora uscire.
–              Sono certo che vincerà un premio nazionale, forse tre.
–              È geniale!
–              Vedo che impari in fretta, bravo. Questa sì, è critica.

Fine dell’intervista.

Se volete saperne di più circa il luccichio privo di oro di tanti premi letterari, anche i più ambiti, vi consiglio – sig. Prosperi compreso – la lettura di Visto si premi. I retroscena dei premi letterari (Edizioni Santa Caterina), da poco arrivato in libreria.

Il caso però può essere davvero beffardo.
Il primo “primo premio” vinto da Prosperi, la prima volta del premio Italia nel lontano 1972, nasce sotto il segno della contestazione.
Cito le parole di Wikipedia: “Il premio Italia viene tradizionalmente assegnato nel corso della cena conclusiva dell’Italcon, il Convegno Italiano del Fantastico e della Fantascienza”. Come viene scelto il vincitore? “Negli anni è cambiato diverse volte anche il metodo di votazione, che in alcuni periodi è stato aperto a tutti gli appassionati, in altri periodi a larghe giurie, con diversi sistemi di calcolo dei voti”.

Prosegue Wikipedia parlando della premiazione del 1972: “I voti inviati dai lettori della Libra Editrice, raccolti da Ugo Malaguti e successivamente inviati all’Organizzazione, non vengono considerati perché inviati dopo la scadenza. La Libra rifiuta i premi”. Di consolazione, evidentemente.
Questo sminuisce il valore del titolo consegnato a Prosperi? Chi può dirlo? Regole e convenzioni sono necessarie, certo, ma la qualità di un libro si può giudicare con un cronometro.

Ma torniamo a noi: con quanti voti ha vinto Garibaldi a Gettysburg? Le votazioni, con quale sistema? Giuria di esperti? Composta da chi? Amici e amici degli amici?

Oppure era la cosiddetta giuria popolare? A seguito della quale vince chi si organizza meglio: chi fa votare sodali, parenti, ex compagni di scuola. Con questo metodo si falsano anche le elezioni politiche. Figuriamoci.

Sul premio “Cosmo” della editrice Nord non si trovano più indizi. L’editore è stato ceduto negli anni un paio di volte e adesso ha una filosofia molto diversa dalla originale. Ma per quanto mi riguarda vale quanto detto in precedenza per tutti gli altri concorsi.

I premi sono, in via di massima, il modo di camuffare una iniziativa pubblicitaria col vestito serio della buona causa. L’intento di qualunque editore che si metta a indire concorsi è quello di battere la grancassa a costi contenuti: pubblicità. Alla fine il lavoro da premiare costerà nella maggior parte dei casi solo la stampa, nei casi più munifici aggiungete una cifra irrisoria in denaro, e comunque sempre meno dei diritti d’autore dovuti a un editore/autore straniero. La giuria sarà ben felice di farsi un paio di giorni fuori porta e costerà una manciata di spiccioli, e quando comprendesse nomi di spicco, siamo da capo: nelle nicchie ci si accontenta o uno sponsor si trova. Dopotutto è cultura. Il senso dei concorsi e dei premi è questo: se siamo ad alti livelli si tratta di guadagnare lustro all’ente che organizza; a una città, una amministrazione, che possono permettersi di buttare soldi per una patina di nobiltà d’intenti che non acquisirebbero in altro modo – in sostanza la laurea comprata dal Trota –; se siamo a livello più basso, quello dell’editore o simile, come detto ci arrabatta per ottenere il massimo col minimo sforzo. Le belle parole e le facce, il concorso – in truffa – dei media locali o poco più per abbindolare il pellegrino ben disposto a farsi infinocchiare si trovano.

Zio Oscar

C’è chi i grandi trofei li usa come ferma porta o ferma carte: chi ha rifiutato l’Oscar o l’ha portato al banco dei pegni. E chi li mette sul comodino per avere una erezione. A una certa età può servire. Al sig. Prosperi vorrei ricordare – chissà se l’ha visto? – la bellissima metafora che ne fa Sam Mendes in 1917: il giovane soldato coprotagonista che morirà chiede al compagno medagliato perché non metta in bella mostra sul petto la gloriosa decorazione che ne attesta il coraggio. E quello risponde che ha barattato la medaglia con un francese per una bottiglia di vino. Perché non è un pezzo di metallo a renderlo migliore.

In ultima analisi ci tengo a sottolineare che io non provo alcun piacere nel bocciare un lavoro. Che si tratti di un disco, libro o film non valuto mai con fretta o sufficienza, perché sono assolutamente conscio che il percorso che porta alla nascita – a proposito di altre parole di Prosperi che riesumerò a breve – di qualunque lavoro di questo tipo può essere lungo e faticoso, a volte l’impegno di una vita. Ma trattare tutti allo stesso modo, buoni e cattivi in senso qualitativo, significa sopra ogni cosa fare un doppio torto e penalizzare chi, con altrettanta fatica e impegno, ha prodotto qualcosa di meritevole al di là di dubbi e pregiudizi. Inoltre, una sberla bene assestata – ma non gratuita – può essere uno sprone per riprendersi dal torpore, un toccasana in grado di risvegliare dal letargo generato dal troppo oziare sugli allori.

Da parte mia confesso di avere avuto l’intenzione di intervistare Prosperi, come del resto fatto con Mazza. Io avrei esposto i miei dubbi, lui avrebbe spiegato le sue ragioni in un confronto civile. Ma già immaginavo come sarebbe finita. Credo che in presenza di onestà intellettuale ci si possa rispettare pur mantenendo posizioni e giudizi opposti. Ma non in Italia, dove l’esperienza mi dice che gli artisti si dividono in due categorie che non sono quelli con la pistola o il fucile – per dirla à la Sergio Leone –, bensì in coloro sufficientemente intelligenti da capire che nel corso della carriera hanno avuto alti e bassi – come chiunque: che si chiamino Dick o Bradbury, King o Calvino, e persino Shakespeare – e riconoscono i momenti di flessione, qualcuno fino ad arrivare all’abiura dei lavori meno riusciti, e all’opposto i “mammasantissima” con la cresta in perennemente tesa, come in overdose di Viagra tracimato in entrambe le teste, a nord e sud dell’ombelico, pronti a lanciare la scomunica su chiunque abbia l’ardire di mettere in discussione qualunque puzzolente emanazione gassosa sia fuoriuscita dai loro orifizi fronte o retro stanti. Categorizzazione valida trasversalmente a tutte le arti.

Ricordo che la PFM si legò al dito il fatto che giudicai Miss Baker un disco da balera. Provate con le vostre orecchie, se avete tempo da buttare. Ma la critica onesta subita come offesa personale che va lavata col sangue è una piaga endemica esclusivamente nostrana, poiché sono solo gli artisti italiani – qualunque sia la loro posizione sulla scala del successo – a ritenersi intoccabili. All’estero le star dello spettacolo e della cultura vengono indistintamente fatte a fettine, martoriate persino sul piano personale: eppure nessuna di loro si mette a frignare come gli avessero rotto o portato via il giochino. Ma va sempre ricordato che l’Italia è il paese di Fantozzi da una parte, del “lei non sa chi sono io” dall’altra.

Nel Bel Paese i critici sono soggetti a una sorta di Comma 22: se sei onesto non puoi esprimerti con sincerità perché al primo giudizio non condiviso il tuo nome entra nella lista di prescrizione stilata da tutte le parti coinvolte dal cane sciolto e a questo punto anche isolato: autori, editori, etichette discografiche, musicisti, agenti, etc; mentre se al contrario ti conformi al sistema è probabile che stai facendo strada ma è certo che non fai critica. Nella penisola delle meraviglie funziona così: il critico – più o meno accreditato, che sia in grado di farlo o lo millanti, oggi in fin dei conti basta poco: millantare, appunto – parla bene di tutto e di tutti per paura di ritorsioni che si possono palesare in svariati modi, ma soprattutto per raccogliere briciole: biglietti o copie omaggio, ossa da spolpare e carezze sul pelo; salvo poi ringhiare – per dimostrare di sapere tenere la schiena dritta – con chi sta già affogando sospinto a fondo da tutti insieme appassionatamente, oppure con chi è talmente lontano o gravita così in alto che tu/il tuo giornale/ il tuo sito web nemmeno sa che esistono. A Hollywood Party – giusto per fare un esempio, e pure nomi e cognomi – dove tutti si spacciano per grandi intenditori di cinema – e in buona parte lo sono, ma condizione non sufficiente per fare buona critica – quando si presenta, Neri Parenti viene trattato alla stregua di Stanley Kubrick, I soliti idioti come Oliver & Hardy. La critica non esiste più, si è atrofizzata, è ridotta a un flebile spasmo incontrollabile: si tratta di informazione, anzi di promozione. Se il distributore del Neri Parenti di turno è lo stesso del nuovo Clint Eastwood (solo un esempio), state certi che se la trasmissione radio metterà in difficoltà il primo – che si tratti di intervista o analisi del film –, di avere ospiti e anteprime per parlare dell’attesissimo film del secondo se lo può scordare. E allora sono dolori. “Fine delle trasmissioni” è l’espressione più azzeccata. “Tu chiamali se vuoi”, sistemi coercitivi. Se preferite una parola meno imbarazzante, ma non troppo, ricatti. Ricatti su cui si fonda il sistema falsato e fuorviante dell’informazione. Il Festival di Sanremo rappresenta l’azienda responsabile della più ampia produzione di liquame acustico e inquinamento sonoro annuale della nazione, eppure tutti fanno a gara per esserci: sul palco, dietro, di fianco. Critici e giornalisti che si spacciano per rocker, intenditori, quelli che hanno fatto le barricate, e tanto altro, trovano parole flautate per l’ultimo scaracchio aristoniano che non avrebbero riservato a un Nick Drake, Tim Buckley, Syd Barrett, o Piero Ciampi. Non ce n’è uno solo che non sia pronto a vendersi. Il mio sogno erotico più grande è che un giorno qualcuno faccia fare all’Ariston di Sanremo, in febbraio, quando pieno… bombato, la fine del cinema nell’epilogo di Bastardi senza gloria di Tarantino.

Accantonato il discorso premi – e finalmente! – proseguo citando altre parole di Prosperi: lo scrittore, provando a fare sarcasmo sul mio giudizio definisce Garibaldi a Gettysburg come “un mezzo aborto”. Ma poiché il suo romanzo è venuto al mondo, anzi è stato persino ripubblicato, ha vissuto per ben due volte. Che trovi un paragone sensato, dunque, le parole giuste anche nelle lamentele, che poi qualcuno le legge, glielo fa notare, e ovviamente si offende. Aborto è una parola drammatica simbolo di indicibile sofferenza: ci sono milioni di donne che coscientemente o no ne portano le cicatrici che in molteplici casi non si rimargineranno. Ricordi inoltre, il sig. Prosperi, che in natura esiste anche – anche – l’aborto spontaneo. Che non è certo una scelta.

Best seller

Ma non divaghiamo troppo, che poi lo scrittore si sente poco attenzionato nonostante la bacheca piena di trofei. Prosperi ci rende edotti del fatto che non ci sarà una terza avventura di Andrea Venier. Uno scoop che è la confessione implicita del flop di Garibaldi a Gettysburg nella edizione di Urania. Vi spiego perché. Tutti nel mondo dell’editoria – e non solo – sono alla ricerca della gallina dalle uova d’oro. Chiaro come il sole. E lecito, perché no. Prendete Luca Zingaretti che qualche anno fa, dopo numerose stagioni, aveva annunciato che non avrebbe più fatto il commissario Montalbano. Alla Rai – forte di sontuosi indici di ascolto e conseguenti introiti derivanti da inserti pubblicitari e diritti di vendita della serie all’estero – è bastato presentarsi all’attore con l’assegno adeguato: a Zingaretti è comparsa sulla pelata una temporary voglia a forma di “Yes we can” ed ecco che i panni del poliziotto siciliano non li ha tolti neppure per fare la doccia.

Stessa cosa per Daniel Craig che a suo dire non avrebbe più indossato la mise persino più ricercata di James Bond. Ma anche nel caso dell’attore britannico che ha girato i film dell’agente segreto di Sua Maestà dagli incassi più elevati della pluridecennale storia, le bizze (forse una strategia ponderata) sono durate poco: quando i produttori americani gli hanno messo a disposizione gli sherpa che l’avrebbero portato in cima alla montagna di dollari che era stata preparata per lui, quando si è ricordato che tutto sommato c’era da mettere sotto al sedere una Aston Martin, mica una Panda a metano, che le partner femminili non sarebbero state né Miss Gettysburg né Miss Calatafimi ma una manciata delle giovani donne più sexy del pianeta, guarda un po’, Craig ci ha ripensato.

Che ne dite, allora: se Garibaldi a Gettysburg avesse generato buoni guadagni, credete che da buoni padri di famiglia – con i chiari di Luna di questi tempi – gli oculati gestori di Urania non avrebbero spinto per ottenere un terzo seguito? E avanti così fino a che ci fosse da mungere? Oppure credete che Prosperi si sia impuntato a prescindere, e con la mano destra sul cuore, la sciabola nella sinistra, il Leone di San Marco in plastica, illuminato come quei planisferi di una volta, sulla scrivania, in teleconferenza con i piani alti di Mondadori abbia tuonato: “nossignori, non ne voglio sapere”.

Che cosa ha fatto la Rowling con Harry Potter?, si è fermata al secondo capitolo o ha pensato di arrampicarsi sull’albero della cuccagna finché c’erano assegni da staccare? Ecco spiegato perché il sig. Prosperi non scriverà una terza novella della serie. Perché la pacchia è finita. Ma se così non è, ci racconti come sono andate le cose. E come già detto, che ci sveli i numeri. Che posti su Instagram le storie che illustrano la vita da nababbo che conduce grazie alla cascata di denaro che continua ad arrivargli sul cc per effetto delle royalties generate dalla vendita Garibaldi a Gettysburg. Al quale Ritorno a Gettysburg è probabile che sia stato aggiunto in omaggio. Sempre in ottemperanza della cosiddette leggi di mercato: perché state certi che se un editore – o etichetta discografica – ha un nome spendibile si inventa di tutto pur di sfruttare monetariamente l’inedito e non ha alcun pudore nel raschiare il barile.

Mamma Potter

Mi spiego meglio: Garibaldi a Gettysburg + una manciata di racconti sarebbe stato la mossa più naturale – prassi consolidata di Urania, anche Millemondi, messa in atto per decine di autori, lo sapete bene. A seguire due/tre mesi di interregno concesso ad altre firme, ed ecco l’attesissimo seguito Ritorno a Gettysburg, portato alle 150/200 pagine utili a dirsi romanzo, oppure le stesse attuali 110 pagine con altra manciata di racconti per dare volume (fino a farne volume). Normale, no? Così come in ambito discografico si compila l’antologia con aggiunta di 2/3 inediti. Stessa identica operazione.

Quasi l’ultima cosa. Il dotto motto col quale Prosperi si congeda, O tempora o mores, l’hanno interdetto persino dalle frasi dei Baci Perugina, per quanto è sdrucito. Ma dal momento che anche al Real Madrid e al Barcellona capita di toppare, magari contro Osasuna e Granada, non se ne faccia un cruccio. Consideriamolo un momentaneo calo di zuccheri. Sono certo che ritrovata la serenità saprà dare ancora la zampata vincente e a effetto.

E finalmente davvero l’ultimo sermone, che è un proposito: per me la storia finisce qui. Prosperi può mettersi a lanciare contumelie in greco, le mie parole al riguardo sono esaurite. Totò ha lasciato ai posteri un leggendario “Punto! Due Punti!! Massì fai vedè che abbondiamo. Adbontantisit Adbondandum!”.  Ma non ci sono sketch nella lingua di Aristotele. E non ho intenzione di trascinarmi alla stregua dei protagonisti di I duellanti di Joseph Conrad, bellissimo romanzo, magnifico film, ma situazione che non ho voglia di vivere, in un infinito rimando di botta e risposta. Sig. Prosperi, faccia ciò che vuole. Ma se mi vuole sfidare a duello spero che tra pistola e arma bianca si possa optare per la terza via: fare a forchettate. Non per uccidersi in maniera finalmente romanzesca, se non addirittura fantascientifica come piace a lei, ma a tavola: per giocarsela a chi mangia di più. In tal caso non mi sottrarrei al disegno del fato.

Adbontantisit Adbondandum!

La saluto, dunque, sig. Prosperi. Non posso dire che è stato un piacere, né leggerla né scrivere di lei, ma la vita comporta degli obblighi. E chissà che un giorno non si diventi amici per la pelle. O per le palle, per citare Piero Marras, vecchio cantautore che ebbe un momento di notorietà a fine anni ’70 e tuttora incide. E potrebbe avere vinto il Premio Città di Nuoro, non so ipotizzo, essendo originario della città, ma per certo nel 2003 ha fatto suo il premio dalla Fondazione Ignazio Siloneper l’alto valore culturale dei suoi testi”. Un esempio calzante, della bontà delle sue parole musicate intendo, lo si trova in Fuori campo, una canzone che nel 1978 andava forte tra gli amanti del cosiddetto cantautorato:

Buonanotte Garibaldi / Smetti di abbaiare / Neanche a svenderti per saldi / Ti si può smerciare. / La tua razza un po’ marziana / Ti difenderà

E poi, appunto:

Caro amico per le palle / Dimmi cosa fai / Speri ancora in qualche stella / Quella che non hai? / L’hai trovata quella cosa / Che cercavi tu / Quel tuo sogno un po’ italiano / Sotto i cieli blu / Fermo lì non ti incazzare / Non si può neanche scherzare

Non sarebbe la prima volta che da una iniziale antipatia – che io ho espresso in prima analisi solo verso il suo libro – nasca un buon sodalizio.


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