Lo scorso 26 dicembre, quasi tutti hanno notato le spiacevoli news che riguardavano l’ennesima morte che ha appesantito il mondo del rock’n’roll e caratterizzato al nero il 2016. Pochi si sono accorti che lo stesso giorno è scomparso Alphonse Mouzon.

Grande protagonista della batteria, Al – noto così – ha iniziato sotto i migliori auspici: prendendo lezioni da Bobby Thomas, accompagnando precocemente il leggendario pianista McCoy Tyner, e incidendo con Wayne Shorter (Odyssey Of Iska) che lo introduce alla prima formazione dei Weather Report, coi quali nel 1971, a soli 22 anni, registra l’album di esordio, Weather Report.

L’anno dopo Al ha già un contratto da solista per la Blue Note, LA etichetta del jazz, e nel 1973 fonda insieme al chitarrista Larry Coryell la band The Eleventh House. Tutti gli appassionati a quella fantastica creatura sonora che sono stati – e sono tuttora, poiché ritornati in pista, pare, con buon successo di pubblico – i Brand X, dovrebbero farne un ascolto obbligato. Prendete l’inizio di Birdfingers – da Introducing The Eleventh House – e confrontatelo con quello di Hate Zone – da Moroccan Roll – e molto probabilmente capirete cosa voglio dire. Oppure ascoltate il brano in fondo all’articolo.

Non è un caso che quando Peter Gabriel lasciò i Genesis, e finalmente si seppe che Phil Collins avrebbe preso il suo posto dietro il microfono, per un po’ circolò la voce che il batterista inglese avrebbe voluto inserire Mouzon nei Genesis, del quale era un ammiratore. Poi sappiamo come la scelta cadde su un altro batterista – di colore, e anch’egli con un passato legato ai Weather Report. Collins aveva le idee chiare, evidentemente. Peccato che non abbia cercato di imporre quel genere di svolta ai Genesis. O chissà se c’ha provato cosa gli hanno tirato dietro, o messo nella birra, l’acida zia Banks e il ciondolone Rutherford.

Nel 1974, Al registra a suo nome Mind Transplant, al quale partecipa anche Tommy Bolin, che aveva suonato sullo stellare Spectrum di Billy Cobham e presto sarebbe entrato nei Deep Purple: un album – Mind Transplant – che All Music Guide ha definito come “uno dei migliori dischi di fusion di tutti i tempi”.
Da lì una parata di stelle del rock  e zone limitrofe si è accorta e ha voluto lavorare con lui: Jeff Beck, Eric Clapton, Santana, Patrick Moraz, Stevie Wonder, Al DiMeola, Passport, Herbie Hancock, George Benson, i fratelli Brecker, Jaco Pastorius
Quando ai Led Zeppelin, nel 1995, viene concesso l’onore della Rock & Roll Hall Of Fame, al discorso di accettazione Robert Plant citò Al Mouzon come fonte di ispirazione.

La frequentazione e la stima del mondo del rock non gli fecero però perdere la credibilità che vantava in ambito jazz; anzi, nel 1991 Miles Davis lo chiama per incidere la colonna sonora intitolata Dingo.
Una sorta di viatico che gli apre le porte del cinema che prende a frequentare come attore. Mouzon partecipa ai ciak di Music Graffiti (1996) diretto e interpretato da Tom Hanks – con Charlize Theron, Liv Tyler, Giovanni Ribisi, Chris Isaak tra gli altri -; The Highlife (2003), film indipendente diretto  da Josh Monkarsh che si è visto nel circuito dei festival; Un Teenager alla Casa Bianca (2004) di Forest Whitaker, con Michael Keaton e Katie Holmes; di The Dukes (2007), di quella faccia da gangster del bravo caratterista di lungo corso che è Robert Davi, con lo stesso Davi e Chazz Palminteri, storia di un gruppo Doo Wop che si trova senza lavoro e tenta la drammatica rapina.

Artista poliedrico, ma batterista di prima fascia, dallo stile pulito e fantasioso, tra i caposcuola del jazz-rock/fusion, capace di scrivere, arrangiare, produrre, un centinaio di dischi incisi, sangue indiano nelle vene (antenati Blackfoot), Al Mouzon meritava un modesto saluto di commiato. Era nato il 21 novembre 1948 a Charleston, South Carolina, USA. E se n’è andato in uno di quei giorni che si considerano tra i più belli e festosi dell’anno.

I dischi che ho nei quali compare, compreso In Search Of A Dream, continueranno a fare parte dei miei ripetuti ascolti.

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