Bolognese, di età che non è bene svelare per mantenere un po’ di “sintomatico mistero”, ma ancora giovane, Luca Mazza è un prolifico scrittore che ha fantasia da… vendere? Nel passato si diceva così, oggi, vista la crisi dell’editoria – pensate alla piaga degli editori a pagamento – “vendere” e “incassare” per uno scrittore sono parole davvero grosse e impegnative. Da maneggiare con cura. Ma a proposito di attenzione nell’usare vocaboli, Luca Mazza si dimostra un portento anche fuori dalle pagine delle sue rutilanti creature letterarie. Ne sono attendibile prova quelle, in generosa quantità, che ha usato per rispondere alla domande di una intervista che si legge con lo stesso piacere dei suoi lavori. 

Lo scrittore (è quello sotto)

Qualche altro elemento statistico sullo scrittore felsineo va comunque dato. Ha una laurea in Scienze motorie i cui insegnamenti evidentemente mette in atto per tenere in forma la materia grigia, e ha sparso parecchi scritti nel mondo dell’editoria dei bit: sue opere brevi appaiono nelle antologie che in alcuni casi hanno un titolo da Oscar della dissacrazione, per esempio: Zappa & spada (Acheron Books 2017, con il racconto Il monco, il lurco, la laida); La sfida a Guiscardi senza gloria (Minuti Contati, 2017, scaricabile gratis); Thanatolia (Watson 2018, L’Inferno non ha mappe); L’orrore di Lovecraft (Esecranda 2018, Eggregora); Alien Silver – Albo 10 – Scritture aliene (Editrice Gds, 2018); Scritture aliene – Alien Platinum (Editrice Gds, 2019).

E ancora eccolo autore di letteratura breve pubblicata a suo nome: Odiabili resti (Delos digital), Asta mortale (Delos digital, 2019, spy story vietata ai minori); Solomon Sawyer – Neve rossa (Delos digital, 2019), Il braccio delle vedove (Delos digital, 2018); il recentissimo Vilupera (Lethal Books, 2019) e Riviera Napalm scritti a quattro mani con Jack Sensolini, (Lethal Books, serie Hardmony Vol. 1), quest’ultimo che rifulge di parodistica SF atta a mettere in subbuglio gli abituali frequentatori della riviera romagnola, casomai qualcuno di essi fosse avvezzo alle futuribili, brutalissime, svolte che potrebbe prendere la godereccia località costiera nelle previsioni degli autori. Ma su tutto spicca Black Hills (Moscabianca, 2019, anche in cartaceo), il centro focale dell’intervista.

Luca però ha anche trascorsi da curatore (l’antologia N di meNare, Lethal Books, 2018), così come presta la ricercata prosa ai siti web di Heroic Fantasy Italia e Italian Sword&Sorcery. Infine – ma solo fino a questo punto, è dato immaginare – ha soffiato vita nel primigenio vuoto elettronico che ora si presenta come Ignoranza Eroica (anche su Facebook), che per il solo nome di battesimo merita una visita. E una spiegazione che nessuno meglio di lui può dare:

Ignoranza Eroica in soldoni è un movimento di controtendenza fondato dal sottoscritto e dal suddetto Jack Sensolini che si propone di condurre una visione alternativa del genere fantastico, in antagonismo alla corrente mainstream, tenendo ben viva l’eredità dei classici ma guardando oltre le ingessature del genere. Parole chiave sono ibridazione (anche con l’action), fantasi di meNare, colpi bassi e metriche alte, paura di tutti ma rispetto di nessuno. L’etichetta che supporta l’autoproduzione letteraria di Ignoranza Eroica è appunto Lethal Books (in onore di un racconto dello Sniper di Alan D. Altieri). Abbiamo all’attivo le due antologie di meNare, i romanzi Riviera Napalm e Viupera (scritti in combo), e i romanzi di Fabio Andruccioli I racconti della Stua e di Mochee Gonnella I 47 valperg, tutti disponibili su amazon!

La pagina web introduttiva di Ignoranza eroica

Innanzitutto complimenti per avere fatto di Garibaldi il perno del tuo libro (o forse il punto di partenza): nonostante sia una figura leggendaria, in Italia capita di imbattersi in molta gente che nicchia sulle sue qualità…

Innanzitutto grazie 1000 per la domanda. Premetto che uno dei testi consultati per stendere il mio romanzo si intitola Antistoria del Risorgimento… Più che una leggenda, Garibaldi è il prototipo dell’eroe della rivoluzione: e nelle storie e nella Storia gli eroi hanno il brutto vizio (o la cocciuta virtù) di seminare vento e ideali per raccogliere tempeste e temperie, specie quelli di un periodo dibattuto come il Risorgimento italiano. Nel costume popolare romanticismo e controversia camminano di pari passo alla sua epopea, la cui eco ora onora il patriota ora grida strumentalmente al fuorilegge, come accade con Ernesto Guevara, per esempio, ad usum delphini di un dato “colore” culturale e orientamento storico. Al di là dei revisionismi o delle strumentalizzazioni, la scelta “garibaldina” di fare delle ultimi vicissitudini di Don José il fulcro di Black Hills ricade prevalentemente sull’uomo più che sul condottiero o il politico. Uno spirito a tutto tondo e insieme sfaccettato, della sua epoca ma al contempo antesignano della morale cosmopolita del XX° secolo: insomma, un avventuriero di Frontiera ideale!

Da cosa nasce la tua predilezione per il Western?, genere in un certo senso datato, bistrattato e snobbato (da critica e masse, guarda caso in Italia in particolare)…

Il fascino del Western, a mio giudizio, è la devastante potenzialità dello scenario. Polveroso, cicatrizzato, desertico di saguari, gracchiante di spari. Eppure non credo esistano generi tanto evocativi e prolifici di trame e caratterizzazioni seppure circoscritti a una geografia e una fase storica così vincolante. La parola chiave, stregata, è quel Far che tenta corde mai sopite e tendenti al remoto, a distanze selvagge, all’epica dell’antieroe, a magie di popoli più antichi del Cristianesimo, al senso della meraviglia e del pionierismo che cova in ogni bambino, lo spinge a travestirsi da pirata o cowboy, e da adulto può anche generare mostri. Più della letteratura lo sa bene il grande schermo, che ha macinato miglia di cellulosa con imprese di sceriffi, taglie e duelli antologici. Lo Spaghetti-western su tutti è una personale miniera di citazioni e mitologie che dalla “Trilogia del dollaro” a Vamos a matar, companeros impregna (nel mio piccolo) anche l’immaginario di Black Hills. Datato? Forse. Snobbato? Già, ma da chi vuole inoculare il “sociale” in ogni genere e scomparto della vita e della cultura. Il Western è, paradossalmente, universale: applicabile a derive dark o weird (come in alcuni racconti di Joe Lansdale o in Black Flag di Valerio Evangelisti) o a contesti del tutto avulsi, e qui menziono l’“eastern” sanguinario e apolide Dust e non dimentico il piombo e la filosofia di El Topo di Jodorowsky. Un filone mai estinto, che alla stregua dei fortunali di sabbia nella Death Valley risorge con stagioni di mai doma prepotenza, e che negli ultimi decenni ha prodotto remake quali Il Grinta e capolavori come Appaloosa e Pronti a morire, reclutando registi del calibro di Tarantino e Inarritu. Insomma, quando si spara si spara, non si parla.

Hai fatto di Giovanni Carrettieri, John Carter… e qui entra in gioco la SF degli albori…

Ed è lì che mi abbevero da che ho sete e coscienza. Il fantastico, in tutte le sue accezioni, ha plasmato il mio DNA critico e narrativo con la barbara violenza di un fendente cimmero e la visione folle di un Grande Antico. Il piccolo omaggio a Borroughs (nato dalla conversazione con un veterano italiano del genere, lo scrittore Enzo Conti) è solo una nota del peana che la SF contemporanea ha il dovere di tributare ai Maestri narranti di Weird Tales e Astounding Stories, ai C.A. Smith, agli HPL, agli Howard, agli Hodgson, e a tutti gli influencer delle generazioni di fantasisty futuri.  Dovere spesso disilluso, specie nella nostra realtà, che per contrappasso ha nella sua matrice culturale le radici di ogni esperimento eroico-fantastico: si pensa mai in tal chiave a Luciano, primo visitatore della luna, all’epos di Pulci e Folengo, all’Orlando cavalleresco, e perché no, ad Arrigo Boito, che ritengo uno dei padri del grimdark con il suo Re Orso?

Garibaldi che riceve il vino Marsala ma non lo beve, è una verità storica o invenzione?

Confesso che è farina del mio sacco. Tra tutti i vini che un reduce delle guerre risorgimentali potesse degustare al confine del mondo civilizzato, il Marsala mi è parsa la scelta più appropriata!

Garibaldi si alzò e andò alla cassapanca. C’era un’uniforme stirata degli Stati Uniti, sepolta sotto una camicia rossa che da Montevideo al Volturno aveva sanguinato di libertà”. Lo sai che è una scena tratta pari pari da Io sono Valdez con Burt Lancaster?

Lo ignoravo, e me ne pento. Correrò subito ai ripari.

Ancora sui nomi: Van Halen è indizio dei tuoi gusti musicali?

Stimo tutto quel che è creativo e procreativo, in qualunque campo dell’arte, e i Van Halen sono stati il germe e l’ispirazione dell’heavy a venire. Inoltre, è una sottile e doverosa dedica a Valerio Evangelisti, che nel capolavoro Metallo Urlante – a sua volta pietra miliare della New Italian Epic – intesta i vari racconti della raccolta ad una band metal, dai Pantera ai Sepultura.

Ascolti musica quando scrivi?

Francamente, no. Perturberebbe la concentrazione. Solo nel silenzio religioso è possibile che rintocchi l’ispirazione. Se non mi vengono le frasi, talvolta, spernacchio.

Hai inserito anche Deadwood, forse la serie tv western più bella degli ultimi 30 anni…

Sensazionale, in particolare per la capacità di ibridare personaggi storici e fittizi in un quadro realistico e insieme coinvolgente. Un po’ la tendenza che ho cercato di imprimere anche al plot di Black Hills, e per quanto distopico e a tratti surreale, farlo camminare da solo.

E La cosa di John Carpenter: “Red Jo vide una testa mozzata partorire zampe ossute e prendere il largo come un crostaceo”.

Carpenter è uno dei pilastri della mia formazione: Grosso guaio a Chinatown temo sia il film che ho più riguardato in assoluto, e l’horror più agghiacciante di tutti i tempi dopo L’esorcista è a mio avviso Il signore del male. Prima di Greta, Carpenter ha affrontato decisamente il tema del tracollo ambientale e globale con l’allucinante Essi vedono. Della sua Cosa, rifacimento di un classico SF degli anni ‘marziani’, apprezzo le implicazioni sovrannaturali e cosmiche e l’ironia di fondo, ingrediente immancabile di tutta la sua filmografia.

Ti prendi anche gioco di Charles Dickens… perché proprio lui?

Perché è divertente dissacrare un mostro sacro, autore di Canto di Natale, la fiaba più nera ed etica della letteratura occidentale, simulandolo alle prese con una mercenaria da saloon. I rosiconi dell’epoca allora avrebbero potuto sogghignare: “Vedi che alla fine Scrooge le caccia, le ghinee!”

Segui qualche sport, sei tifoso di…?

Un tempo, ultrà di basket (Fortitudo Bologna) e calcio (Bologna Football Club). Oggi pratico body building, e mi piace immaginarmi portatore del motto “Mens sana in corpore sano”. Finché tengo botta, s’intende.

Sembra che il finale di Black Hills resti aperto, che Ofiuco possa intraprendere nuove avventure… mi sbaglio?

Affatto! In tutte le mie storie lascio sempre uno spiraglio per trame future. É la deriva di un latente senso di pietas, il tenere in vita i miei personaggi e le mie creazioni. Il macumbeiro è tra color che son sospesi, pronto a entrare in campo per una nuova elegia di piombo e cicatrici. Aborro i sequel, per cui avrei in mente una dime-novel con Ofiuco protagonista assoluto, magari in una San Francisco ‘carpenteriana’ di lotte tra le tong cinesi e con un villain davvero fuori dal comune.

Credi che il tuo libro possa essere tradotto all’estero?

Nell’illusione? Si. Realisticamente. No

Perché secondo te in Italia il giallo/thriller trova terreno fertile da lunghissimo tempo ma weird, SF, fantasy etc. restano cosa per pochissimi? Anche di questi tempi, quando i cinema si stipano per gli Harry Potter o i Super eroi Marvel e DC?

Una cosa è scegliere (tra legioni di cartacei e digitali) un libro, vivere la storia, patteggiare con l’autore: un’altra sbracarsi in un multisala, sgranocchiare liquirizia e godersi Scarlett Johansson in acrilico. Scherzo. Il Weird-Fantasy è notoriamente un genere di nicchia, e chi vi si cimenta è conscio di affrontare i donchisciottesci mulini a vento se nutre speranze di un concreto successo letterario. Una stima empirica sancisce che in Italia i lettori duri e puri del fantastico non superino le poche migliaia (sic! e sigh), e i casi editoriali come quelli di Licia Troisi sono una goccia nel Mediterraneo. Non per questo mancano validissime CE con le loro proposte, cito a braccio Zona 42, Watson, Acheron Books, oltre alla stessa Moscabianca e a indipendenti come Gabriele Campagnano. Viceversa, come tu sottolinei, i filoni del Crime e del Thriller navigano col vento in poppa, e più si presentano in una veste commerciale e seriale più approdano a primati di botteghino e sovvenzioni RAI. Con questo, lungi da me caldeggiare un revival tra guelfi e ghibellini del calamaio. Ho letto e reputo Romanzo Criminale un affresco inaudito del costume e della società italiana, e grazie alla confidenza accordatami da talenti del settore quali Roberto Carboni e Alberto Odone posso solo intuire lo studio e l’ingegno che sottendono la scrittura di un giallo o un noir di spessore. Ma essendo aduso, come Red Jo, a badare al mio orto, azzardo giusto un paio di consigli alla comunità del fantastico patrio. 1) Essere più solidale con se stessa: il divide et impera non ha mai ingrassato nessuno, tranne il sistema. Se tutti remassero nella stessa direzione (autori, CE, addetti ai lavori), il mors tua vita mea che attualmente alligna nel settore innescherebbe quel circolo mutuo e virtuoso di interesse e indotto capace di far decollare non solo i numeri ma la credibilità di un genere. 2) Mi rivolgo alle case editrici: puntate sul vivaio. Un prodotto a chilometro zero ‘gira’ meglio ed è pure ecologico. Affidatevi agli autori autoctoni, senza pregiudizi o esterofilie: il mainstream tradotto vende oggi, ma in prospettiva è un’economia malintesa. Il fantastico non è mai stato tanto in fermento, brulica di autori e autrici portatori sani di concept e soggetti che con il vostro appoggio potrebbero esprimersi al meglio per ottenere quel giusto compromesso tra originalità, qualità e “commerciabilità”. Osate l’inosabile!

Come hanno reagito i critici paludati al tuo romanzo e ai lavori di Moscabianca in genere? Intendo dire se i settimanali e gli inserti letterari allegati ai quotidiani e le loro stesse rubriche che scrivono di cultura, quelli che vanno per la maggiore, dimostrano interesse… Perché in Italia se non parli di casi umani (drammi familiari, sociali, etc.) di solito non ti prendono neppure in considerazione…

Parafrasando Aldo Giuffré, capitano nordista ne Il buono, il brutto, il cattivo, il “mio romanzo è solo una cacca di mosca (bianca) sulle mappe dei loro altisonanti settimanali e inserti”. L’Italia si bilancia a caste e clientele, ribadirlo non serve a spostare i piatti. Nel mio piccolo ho avuto il privilegio di collaborare con grandi autori carenti di appeal o socialmente out relegati a palcoscenici infimi per non dire infami, e spulcio quotidianamente estratti di best seller straviziati e pagati nemmanco degni di temperare le loro matite. Il dramma umano, a mio parere, sta proprio in questo.

Ho apprezzato parecchio la cura che Moscabianca mette nello scegliere le copertine: ti interessa la cosa?, sei stato coinvolto?

Il copertinista del mio volume, Jacopo Starace, è un fumettista di certificata fama. Sicuramente il suo tocco ha confezionato il prodotto in maniera eccelsa, accanto al supporto e alla fiducia concessami da Silvia e Federico di Moscabianca. Spendo un grazie caloroso anche per Emanuela Valentini, scrittrice superlativa e sis più che amica, che mi ha aiutato nell’editing della prima stesura.

Di solito è l’editore a scegliere il titolo… com’è andata per Black Hills?

Frutto di una concertazione. La mia idea iniziale era una citazione di Da Quarto al Volturno, di Giuio Cesare Abba, altra fonte storica a cui ho attinto per colorire la storia, “gente che va nel buio”. Troppo old style. Black Hills incarna a dovere il mood oscuro e polveroso racchiuso nelle sue pagine.

Ora che siamo in fondo raccontami un po’ il tuo percorso artistico sinora: ho visto che sei autore di altri libri/iniziative… sei anche editore?

Lo racchiuderei in una sigla: IGNORANZA EROICA. É il movimento che ho fondato nel 2017 con l’autore riccionese Jack Sensolini, il cui manifesto campeggia quivi inossidabile a futura perdizione: http://www.ignoranzaeroica.it/manifesto/. La dichiarazione di fondo propugna un fantasi di meNare, non in conflitto ma in controtendenza rispetto al mainstream urban e agli statuti di quel fantasy ‘imbalsamato’ che imita ma non reinterpreta i classici, con una particolare attenzione alla ricerca dello stile, della sperimentazione linguistica e dell’ibridazione tra generi. Riassumendo: COLPI BASSI, METRICHE ALTE. Sotto l’egida dell’Ignoranza Eroica, e patrocinati dall’etichetta Lethal Books (che subdolamente altro non è se non un marchio autoprodotto), abbiamo organizzato due edizioni del torneo letterario Schiaffantasi, dopato due antologie (N di meNare e L’amore al tempi del meNare, includenti tra gli altri due premi Urania) e sgasato Riviera Napalm, un romanzo post-apocalittico girato tra Bologna e Riccione che coniuga Paolo Villaggio a Mad Max strizzando l’occhio a Valentino e Vasco Rossi e all’immortale Sergio Altieri. Ho anche diversi racconti pubblicati da altrettanti CE, che spaziano dallo sword&sorcery allo spy erotico.

Quale sarà la tua prossima mossa letteraria?

Già fatta. Con il mio socio, Jack Sensolini, dopo Riviera Napalm presenteremo al prossimo Stranimondi il nostro secondo romanzo in combo, Vilupera, un fantasi di meNare ambientato nel rinascimento mercenario di Penumbria, ultimo feudo di un turbolento e allegorico Regno di Taglia. Un grimdark very dark vietato ai minori di diciotto armi, nel pieno spirito dei dogmi di Ignoranza Eroica. Colgo l’occasione per ricordare che nel corso della kermesse saremo anche relatori della conferenza “Le nuove lame del grimdark: epica senza etica del fantasy di fango”, dove presenteremo con l’autore Maurizio Ferrero, l’ultimo figlio di Moscabianca Edizioni Ballata di fango e ossa. E colgo infine il momento di ringraziarti per quella che è stata, a tutti gli effetti, la mia intervista-battesimo!


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