Guardatelo, non pare il giovane Al Pacino? Mi piacciono, la foto e la sua musica.
È stato il classico fulmine a ciel sereno. E a seguire il colpo. Il colpo di fulmine.
O l’amore acustico a primo ascolto.
Ci vuole coraggio a registrare un disco come Dove andiamo noi niente a che fare e pensare di riuscire a venderlo. Ma c’è ancora qualcuno, al giorno d’oggi, che fa le cose per amore di ciò che sta realizzando. Un concetto che spaventa: senza scopo di lucro. Brrr…

Alessandro Tomaselli fa venire in mente il primo Claudio Lolli. Non perché ci sia affinità artistica, ma per integrità, e mezzi stilistici. E apparato tecnico ridotto all’osso.
Del resto che ci vuole per fare arte? A qualcuno basta una matita e un pezzo di carta. C’è chi riesce con una chitarra e la voce. Senza trucco e senza inganno. Tra le fonti di ispirazione – anzi l’unica che cita nella intervista che segue – Alessandro ricorda Fabrizio De André, mostro sacro che non mi ha mai preso più di tanto. Mi ha stregato invece Dove andiamo noi niente a che fare. Che non è un paragone tra i due – De Andrè vs Tomaselli –, ma una mia semplice constatazione. Una personale confessione che non avrà alcuna influenza sull’idea che il mondo ha di De André, ma testimonia semplicemente che Alessandro, in me, dal giorno tardivo nel quale l’ho scoperto, ha un fan di più.

Alessandro vive a Berlino. Non vi darò l’indirizzo. Nemmeno alle fan di Al Pacino. Gli ho chiesto un po’ di cose. La curiosità non è solo donna. Racconta un po’ della sua vita, della sua musica, di un passato di cui non si sa granché. Perché chi fa informazione (?!) lo fa su chi è già conosciuto/noto/famoso. È il comma 22. Come gli annunci di lavoro che cercano un ventenne con esperienza.

A proposito. Sabato 26 agosto Alessandro compie gli anni. Buon compleanno.


Alessandro, l’ho promesso: la prima domanda è quella non può mancare, la faccio prima di scordala – o di pentirmene –, riguarda i tuoi riferimenti musicali. Quali sono? Ma non rispondere ancora per piacere… Ora che sono stato di parola, dimmi prima come sei finito a Berlino. So che vivi lì… perché sei espatriato?

“Espatriato” é un parolone e non mi appartiene. Mi sento un cittadino del mondo nato in Italia. Parlerei di Berlino come di un viaggio da cui non sono ancora tornato e da cui non è scontato che io ritorni.

Berlino è ancora l’Eldorado – in quanto a vitalità artistica – di cui si favoleggiava anni fa?

È una città piena di stimoli, zeppa di giovani, epicentro dell´Europa reale.

Nelle tue canzoni parli di un libro di Tolstoj, citi Zazie nel metro. Che libro stai leggendo o qual è stato l’ultimo?

L’autobiografia di Andre Agassi, Open, una scrittura onesta sul suo rapporto amore e odio con il tennis. Poi, The Inner Nature Of Music And The Experience Of Tone di Rudolf Steiner, che parla di musica come arte privilegiata perché pare attinga direttamente dal mondo spirituale, a differenza di altre arti, come la pittura, che partono da una visione mediata dalla realtà. Generalmente, comincio e finisco le mie letture quasi sempre a due alla volta.

Perché?

Sembrerebbe dalla tua domanda che ho tanto tempo per leggere. Invece no, ma le letture a due alla volta accadono mio malgrado. Se è per questo mi succede anche di peggio, tipo interrompere poco prima dell´epilogo, come è successo con Il maestro e Margherita, un conto in sospeso che risolverò a breve. Stesso karma con il secondo del doppio volume Einaudi del Don Chisciotte della Mancia, nella traduzione di Vittorio Bodini, che pure risolverò presto.

Come vanno le vendite del disco?

Benissimo. Almeno, le copie che ho tenuto io sono quasi finite, tra coloro che le hanno acquistate e regali di compleanno che ho fatto.

È vero che non volevi pubblicarlo?

Non avrei mai immaginato di pubblicarlo in questa versione, solo, chitarra-voce, onestamente. L’idea iniziale era quella di realizzare insieme ad Amerigo Verardi, un disco “normale”. Lascio a te la licenza delle virgolette sul “normale”. Comunque, a un certo punto, si è scelto il paranormale. Da qui, il titolo, Dove andiamo noi niente a che fare.

Per quale ragione hai deciso di fare un disco solo voce e chitarra?

Per puro caso. Perlomeno, non è stata una decisione cosciente ma un naturale evolversi delle cose. La performance contenuta nel disco era stata concepita in partenza come semplice materiale di pre-produzione, per pensare i brani scelti e a come vestirli, un lavoro che in due anni di corrispondenza Brindisi-Berlino fece pochi passi, e quei pochi, incerti. La scelta di ritornare a quella performance e di farne un disco d’esordio è venuta successivamente ed è stata un impulso di Amerigo.

Perché alla fine Lecce città – elettrica – forse un ponte che si stende verso il prossimo disco?

No, soltanto un indizio di una vaga idea che la mia chitarra non è sempre e solo acustica.

Ho scoperto vaghissime tracce dei Senza Rancore Fran: mi racconti della tue passate esperienze?

Suono e registro in realtà da quando ero adolescente. Conservo quasi tutto, anche se alcune soluzioni ho dovuto accantonarle perché inafferrabili. In generale però conservo tutto, tipo album fotografico. Senza Rancore Fran è uno dei progetti miei passati più significativi, sia sul piano musicale che su quello umano, oltre che il più recente. Credo che se vivessimo ancora vicini, noi SRF suoneremmo ancora insieme. Al massimo in un’altra sala prove. Ancora indietro nel tempo, mi interessavo di elettronica, sempre in contesti cantautorali. Era un periodo in cui, ricordo bene, non riuscivo più a suonare la chitarra perché la sentivo sempre scordata. Le tastiere e il midi mi rassicuravano. Le esperienze ancora più precedenti sono quasi sempre collegate alla figura di mio fratello Davide, uno dei miei musicisti preferiti. Comunque, tornando ad oggi, l’interesse per il canto e la cura della canzone è cosa recente. Si suona più adesso di quando si era ragazzini e, in teoria, più liberi.

Come sei stato scoperto da YeahJaSì!?

Sono stato invitato da Amerigo Verardi a YeahJaSì! Brindisi Pop Fest nel 2012. Credo fosse la prima edizione.

Ora che il download ha praticamente ucciso la discografia, come se ne esce secondo te? Intendo dire: non si vendono più dischi; ma si diceva che chi suona dal vivo, i dischi li vende ai concerti; ora non si riesce più a suonare, ma anche se suoni la gente preferisce bersi due birre in più, l’equivalente del CD venduto a un concerto. E dunque? Che fare? Trovare un secondo lavoro, tentare la rapina, scippare gli stessi presenti ai concerti?

Difficile generalizzare su questo tema senza cadere nel pessimismo. Io comunque sono ottimista e avere un secondo lavoro mi aiuta. È un discorso di priorità, una risposta che ogni musicista dovrebbe dare a se stesso singolarmente, nell’introspezione. Non c’è una soluzione valida per tutti, né una lotta di classe auspicabile in questo senso. Ti dirò, una mia amica mesi fa si trovava per caso da turista in un baretto a Copenhagen e ci trovò Duende in play dal SoundCloud del proprietario (italiano). Non è una bella cosa Internet? Io di concerti ne faccio pochi al momento e non a Copenaghen. Tu mi dirai per contraddirmi: “Come si faceva ai tempi di Rodriguez?”. Io ovviamente mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

E ora finalmente ci siamo: quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Ci sono momenti in cui i miei riferimenti musicali mi sono molto chiari. In quei momenti purtroppo non c’è mai nessuno che mi pone questa domanda. La prossima volta giuro che me li scrivo! De André comunque è l´influenza che mi viene da annoverare più agevolmente. Per il resto, rimando la risposta alla prossima intervista.

Ma dove andiamo noi, quelli di niente a che fare?

Biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip (bip acustico di censura)

Si stava meglio quando si stava peggio? (Dalla canzone di Alessandro Ieri e domani).

Ho la memoria di un pesce.

Nelle tue canzoni parli più volte di mare, onde, navigare, mozzi: si capisce che sei nato vicino al mare… Come fai a farne a meno? Te lo chiedo perché io sono nato sul mare, e ogni anno che passa senza vederlo, mi sembra un pezzo della mia famiglia che se ne va…

Mi manca assolutamente il mare. È un mito. Se potessi arrivarci ora su una spiaggia ci starei per ore, anche se quando il mare ce l’avevo a due passi non riuscivo a stargli vicino più di mezzora.

“Oggi noi non siamo liberi”: chi sono quelli del Walkie Talkie ai quali presto o tardi scriverai una mail?

Mi sento sotto interrogatorio. Vuoi nomi e cognomi?

C’è un leggero filo malinconico che percorre l’intero disco,  forse l’unica canzone veramente ‘leggera’ ma non troppo è Vivo al sesto piano, anche se nella stessa canzone canti di pagare l’affitto e di come non sia facile mantenere un lavoro…

Se accosti la mia malinconia a questioni di lavoro, ti sbagli di grosso. Il lavoro per me è una gioia, anche troppa. Anzi, dovrei lavorare di meno! Se vuoi spingermi a parlarti della mia malinconia, allora ti direi, refusi di adolescenza vissuta a fine secolo. Boh. Questioni di karma, comunque.

Fai delle date in Germania? Intendo dire se i tedeschi recepiscano la lingua italiana di un cantautore?

Non ho mai suonato a Berlino così tanto da sviluppare un’opinione forte al riguardo. Credo comunque che la lingua italiana suoni alle orecchie dei tedeschi sempre bene, anche se gli dici contro parolacce. La musicalità è insita nel medium della lingua.

Una delle canzoni più belle del disco è La canzone della madre, commovente. Ma citi gli occhi della mamma anche in un’altra canzone, è tua madre? Lei l’ha sentita quella canzone? Come l’ha presa?

Mia madre, da brava diga, è stata piuttosto sobria e contenuta, devo dire, almeno di fronte a me. La mia ex invece ha pianto pur non capendo una parola di italiano. Questione di indole.

L’ultima domanda è d’obbligo come la prima sulle influenze: da Dove andiamo noi niente a che fare è passato tanto tempo che forse hai qualcosa di nuovo in preparazione; se è così, cosa puoi anticipare?

Mi trovo nel mezzo delle registrazioni di un nuovo album, questa volta prodotto. Ho allestito uno studiolo in casa, si chiama Inner Bar, una specie di luna park autogestito e in effetti mi sto divertendo molto. L’album vorrei finirlo entro l’anno e pubblicarlo e promuoverlo l’anno prossimo, non so ancora bene attraverso quali canali. In realtà non so neanche bene in quale formato. La cosa giusta verrà a suo tempo. Comunque si tratta ancora di cantautorato. Difficile cambiare carriera.

 

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