A Tramonti risorge il sole; sorta di ossimoro. La micro località che disorienta per definizione, poiché suddivisa tra Tramonti di Sopra, di Sotto e di Mezzo – J. R. R. Tolkien non avrebbe saputo fare di meglio – balza all’onore delle cronache 30 anni dopo. Esagerato. Oggi se ne parla perfino su La Stampa, va bene, ma parlare di onore delle cronache per il festival progressive di inizio decade dei ’90, evento che si replicò per alcune edizioni, è un po’ tanto.

Si trattò, in verità, di onore delle cronache poco più che casalingo, diciamo rionale, circoscritto alle fanzine di progressive rock e pochissimo più: che in quei lontani anni fatti di ingenuità (musicale) e voglia di nuovi gerghi – in realtà già alla seconda o terza revisione – si dannavano per fare uscire alla luce il figlio del Progressive rock. Era stato battezzato – con poca fantasia – New prog ed era pronto a vendicare le ingiurie e le persecuzioni subite dal nobile genitore. Ma in fin dei conti si trattava di una creatura di fragile costituzione, dal fisico incerto come quello di un settimino. Un po’ come quei sovrani, gobbi o in altro modo male in arnese, nati dalle famiglie di sangue blu che si incrociavano tra apparentati. Pratica che mai ha prodotto i migliori frutti.

Erede rachitico, il New prog, che peraltro, per riaffermare il suo primato musicale non poteva fare più affidamento su nessun vero esercito, su alcuna potente flotta, ma solo su un manipolo di sbiellati armati di buone intenzioni ma male assortiti: da una parte pattuglie sparute di giovani desiderosi di sposare una buona causa, che si imbarcavano nell’impresa come una volta si partiva per le Crociate – alla ricerca del Santo Graal e col miraggio del Paradiso quale ricompensa –; dall’altra la Vecchia Guardia (napoleonica), una manciata di nostalgici, cariatidi sopravvissute all’Età dell’Oro che cercavano di rivivere i fasti del passato, sinceramente o a base fraudolenta per trarne qualche vantaggio (di immagine, per millantare, o scroccare copie di dischi).
Ma molto lentamente le cose sono cambiate, e se non si è trasformato nel Principe Azzurro, il gobbo ha perlomeno raddrizzato la schiena. Al peggio, già da molto tempo si può fare ricorso alla chirurgia plastica. (Pensate a Baglioni che diversi anni addietro ha registrato un triplo vinile con la band di Peter Gabriel).

Ma oggi, da qualche giorno –  e fino al 21 agosto – a Tramonti di Sotto si celebra il raduno annuale della Rainbow Family, circa tremila hippie da tutta Europa che soggiorneranno tra i boschi friulani mangiando e bevendo in santa pace, lavandosi nella acque del torrente, ma soprattutto completamente a secco di grana: zero denaro. Rimarranno tracce del loro passaggio, ovviamente rifiuti organici, ma di sicuro nell’erba non si troverà “sterco del diavolo”.

La stampa locale – quella che mette in prima pagina la sciura Adalgisa e adora adoperare termini apocalittici – è già lì a scrivere di “timori dei valligiani, allertate le forze dell’ordine” (Messaggero Veneto). Wow! Sembra che le donne hippie siano alquanto, diciamo, leggere nell’abbigliamento. In pieno luglio; in quello che è stato stimato il secondo anno più torrido del secolo. Poco vestite, ma va?
La Stampa di Torino – al contrario – riporta come gli indigeni siano rimasti invece favorevolmente impressionati dalla gentilezza e buona educazione dei figli dei fiori (sono ancora tali?).
A chi credere? Probabilmente qualcuno consumato da sincera preoccupazione, a Tramonti ci deve essere: le ragnatele nelle tasche degli hippie pacifisti/vegani/ambientalisti non possono essere la gioia di nessun esercente. Mentre è ancora nell’aria, qui a Modena, il rumore delle mani che si sfregavano gli omologhi emiliani prima, durante e dopo il concerto del Blasco.

Buona parte dei fan che si fiondano ai mega raduni rock lo fanno per dire “io c’ero”. Io posso asserire “c’ero a Tramonti”, quando nel 1990 o 1991, non ricordo bene, la benemerita band degli Asgard organizzò uno dei primi festival che sancivano la nascita di un piccolo movimento musicale – e in qualche modo anche microscopicamente sociale. Oggi nelle acque fredde del torrente gli hippie si buttano per lavarsi o trovare refrigerio dalla calura; durante la due/tre giorni di quei festival il padre/padrone degli Asgard, il tastierista Alberto Ambrosi, voleva che i ragazzi del suo gruppo  si tuffassero nel fiumiciattolo puro e gelido come atto simbolico e di coraggio. Visto a posteriori, si trattava di un encomiabile ricalco, anche se breve, à la Thoreau. Che aggiunto alla giustificata ambizione di fare musica ‘alta’ (rispetto alla media rock) non fa che conferire ulteriore valore a quella originale esperienza naturistico-filosofica-sonora.

Gli Asgard con tanto impegno e pochi soldi – appena un po’ di più della Rainbow Family – sono riusciti a portare a Tramonti campioni stranieri del New prog come gli inglesi Pendragon e Galahad (nomi che ne tradiscono la immediata vicinanza di intenti) o gli svizzeri Clepsydra, i primissimi che mi vengono in mente, e mi voglio fermare qui per non fare torto a nessuno. Così come radunarono tanti altri musicisti, più o meno professionali, italiani. Per pochissimi spettatori, verrebbe da dire per pochi intimi: in maggioranza accampati con le tende nei dintorni del palco, nessun biglietto da pagare. Essendo io più ‘stagionato’ rispetto alla media dei presenti, e avendo vissuto la parabola discendente del Progressive rock, ho partecipato a quei giorni e quei concerti con uno sguardo – e un orecchio – disincantato, rispetto all’entusiasmo spumeggiante dei più. Ma è stata comunque una bella esperienza che ricordo con estremo piacere. Anzi con affetto. Tra quei ragazzi e tra quei musicisti ho guadagnato delle amicizie che sono durate anni; qualcuna sopravvissuta fino ad oggi, benché sia sempre più rara la possibilità di sentirci e vederci.

Tutti allora, in quella occasione, erano sullo stesso piano: organizzatori, musicisti, appassionati. Potremmo dire che lo spirito che aleggiava ero identico a quello dei tremila hippie che adesso stanno occupando quel suolo che è stato prima dei progressive fan. Solo, questi avevano in tasca un po’ di soldi che servivano per mangiare, bere, magari una camera, e comprare un po’ di CD. Per scrivere una cartolina: cristo, che bello!, lo realizzo ora: quello che oggi si definisce “il valore aggiunto” dell’esperienza: non c’erano cellulari che ammorbavano l’aria con musichette irritanti ogni due minuti; e le uniche luci nella notte non erano schermi LCD ma il prodotto di falò e stelle.

Benché fosse nel cortile di casa (quasi), dal concerto di Vasco Rossi a Modena, 220.000 paganti da record, traguardo che ci hanno ripetuto alla fino nausea, ero assente più che giustificato.
Al Gothic Gathering di Tramonti di Sotto, per due/tre volte all’inizio degli anni ’90, saremo stati un centinaio, musicisti compresi, io c’ero. E ne sono tuttora felice.

 

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