Il palco dello Stones Cafè di Vignola è gremito della copiosa presenza dei membri della Jazz In’It Orchestra, big band che è una istituzione del paese e di conseguenza si può dire giochi in casa. Sono proprio tanti. Tutto ciò che serve a una rock band più un vasto armamentario di fiati.

Il mal di denti e un Gin Lemon per alleviarne la pena non mi aiutano a contarli. Sono pressappoco quanto una comitiva di giapponesi in visita agli Uffizi. Ma fanno baccano – organizzato, musicalmente ben strutturato e piacevole – come i 13.500 tifosi tedeschi impregnati di birra che un paio di settimane fa hanno accompagnato l’Eintracht di Francoforte a Milano per prendere a calci nel deretano l’Inter, e cacciarla fuori dalla coppa (Uefa).

Jazz In’It Orchestra

L’Orchestra ha un repertorio di standard, e non poteva essere diversamente. Ma arriveranno almeno un paio di sorprese. Su un brano di Ted Jones una coppia di swingers si stacca dal tavolino per mettersi a ballare nello spazio di due mattonelle. Lui ha gli abiti del giorno del diploma da geometra preso negli anni ‘70, ma è leggiadro come un fringuello. Ricorda lo Stanley Tucci di Shall We Dance?, benché i capelli sembrino i suoi. Lei è una piccoletta che porta alla memoria Edna Mode di Gli incredibili, con i capelli più lunghi e un paio di pantaloni a campana che sembrano inghiottirla come un imbuto. Piroettano che è una bellezza. Sembra una coppia del mondo animale intenta nella danza del corteggiamento che prelude l’accoppiamento. A fine concerto scoprirò che ognuno andrà per la propria strada. Che peccato. Fare l’amore, o sesso, o come vogliate chiamarlo, fa sempre bene. Al singolo, alla coppia, all’umanità intera.

La Jazz In’It Orchestra prosegue con altri classici tratti dal repertorio di Horace Silver, Charles Mingus, Duke Ellington, Freddie Hubbard. Poi ci buttano in mezzo qualcosa di parzialmente scremato come Over the Raibow, che bene o male, dal 1939 a oggi, mezza umanità ha orecchiato. Anche i due che si parano tra me e il palco.

Smesso e ben ripiegato il cappottino rosa shocking che appoggia su uno scaffale, lei mette in mostra una attillatissima mise da Cat Woman, nera come una notte senza Luna e stelle, dalla pesante montatura degli  occhiali fino ai tacchi alti a base quadrata. Lui ha lo stile di un boscaiolo del Wyoming. Coppia bene assortita. Ma nulla a che fare coi fini ballerini di prima. Questi si limitano ad accennare un lento da discoteca qualunque, appiccicati come la carta moschicida all’insetto.

La gente che si trova nel locale, dall’aria di essere tutto meno che jazz connoisseurs, apprezza l’operato dalla big band. Il che può sottintendere due cose: che la buona musica ha il potere di fare presa su chiunque, anche non educato al genere, purché la si affronti con curiosità e mente aperta; oppure che i frequentatori dello Stones Cafè sono nati negli anni ’40, ma tra chirurgia estetica ben riuscita, capi di abbigliamento da trentenni e luci soffuse, si spacciano efficacemente per quello che non sono.

Non importa: ciò che conta è che la jazz band ottiene consenso e di conseguenza si esprime trasmettendo buone vibrazioni (e/o viceversa). Ammannendo musica scritta quasi un secolo fa con un gergo apparentemente poco intellegibile per gente avvezza al consumo di musica con un telefono cellulare. Dimostrando che davvero la (buona) musica è un linguaggio universale che necessita solo di predisposizione all’ascolto.

Il finale è costituito da una piacevole versione reggae di Don’t Worry Be Happy. Un regalo/omaggio della Jazz In’It Orchestra a Franco Longagnani, il capace manager del locale e dell’intero complesso delle piscine di Vignola, che oggi compie gli anni.

P.s.: A Vignola circola voce che egli sia Billy Gibbons sotto mentite spoglie. La somiglianza è sorprendente: è più lui Billy Gibbons di chi è veramente Billy Gibbons. Si dice, insomma, che il chitarrista texano, stanco della fama acquisita con gli ZZ Top, dopo lungo peregrinare alla ricerca di un angolo di mondo meno frenetico nel quale ritirarsi e godere comunque della musica in un contesto lontano dagli obblighi delle etichette discografiche che ti offrono sì la fama, ma alle quali devi vendere l’anima, abbia scelto Vignola come luogo della rinascita.

Billy Gibbons/Franco ?

D’accordo con il resto della band, Gibbons avrebbe dato tempo al management americano di trovare un sosia in grado di sostituirlo e imparare il repertorio, così da non decretare la morte del gruppo amato da milioni di fan. Dopodiché ha assunto l’identità di Franco.

Un secondo spiffero, questa volta proveniente dal Texas, vorrebbe che Billy Gibbons/Franco abbia inciso un disco solista intitolato Born (Again) on the Sixth of April, che prima o poi dovrebbe venire alla luce in edizione limitata, di pochissime copie, a esclusivo uso e consumo degli amici più fidati.

Nulla di tutto questo è sicuro, ma Agatha Christie diceva che due indizi sono una coincidenza, e tre fanno una prova. Resto vigile, in attesa che Billy/Franco lasci inavvertitamente un’altra traccia.       


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