The String Quartets Book Cover The String Quartets
Jethro Tull
Progressive rock
24 3 2017
CD, LP, download
UK
Bmg 538257472
47:55

 

Oramai i dischi di progressive si fanno come si trattasse della realizzazione di piacevoli ricette di cucina. Ecco come preparare il nuovo Jethro Tull – le briciole che restano – allo stile di Suor Germana.

Ingredienti:

  • un quartetto di archi, nello specifico: Matthew Denton (violino), Michelle Fleming (violino), Eoin Schmidt-Martin (viola), Emma Denton (violoncello) al quale dare un nome italiano, Carducci, ché in ambito classico fa sempre fico, e nello specifico è pure poetico;
  • un John O'Hara, già nei Jethro Tull, che cura gli arrangiamenti orchestrali e suona celesta e pianoforte;
  • un Ian Anderson - flauti, chitarra acustica, mandolino, voce - dalla stagionatura decisa e corposa;
  • la musica dei Jethro Tull che serve per saturare un CD o doppio LP.

Preparazione:

prendete dodici brani dei Tull, tra i quali alcuni classici immarcescibili - Living In The Past, We Used To Know, Wond’ring Aloud, Aqualung, Locomotive Breath, Bungle In The Jungle. Poi, in tre recipienti a parte mescolate due a due:  Sossity: You're a Woman / Reasons For Waiting, Songs From The Wood / Heavy HorsesRing Out / Solstice Bells. Aggiungete un cucchiaio di musica classica (Bach Prelude In C Major) che c'entra più o meno come i cavoli a merenda. Cambiate qualche titolo a mo di guarnizione. Mettete tutto  in un CD (o vinile) e fate mantecare. Dopodiché prendete il supporto con i dodici brani e fatelo riposare nel lettore/giradischi.

Fate passare la notte, come la musica fosse pasta che ha bisogno di levitare. Rimuginando se è il caso, il giorno dopo, di sentire il disco. O se non è meglio regalarlo a qualcuno che non conosce i Tull, possa incuriosirlo, fare da apripista, e spingerlo a muoversi per andare a riscoprire il vecchio catalogo che suona di gran lunga più vivo di questa accozzaglia registrata – guarda un po’ – nella cripta della cattedrale di Worcester. Posto ricolmo di tombe e di cadaveri.

Per quanto già abituati al vizietto, i Tull - ricordiamo A Classic Case del 1985, realizzato insieme alla London Symphony Orchestra -, la mossa è trita ma comunque studiata bene: da una parte il rock che sveste ogni dignità per mettere i panni della classica e farsi aprire le porte dei luoghi preposti a questa; dall'altra i templi della classica che si prestano per dimostrare quanto aperti essi siano mentalmente. Nessun dorma, come nella Turandot: tutti a prendere qualunque pesce. Anche quelli al mercurio.

Prodotto impeccabile, comunque. Eseguito alla perfezione. Che trasmette l’emozione di un salotto di nobili parrucconi del ‘700 intrattenuti da un quartetto di archi, più ospiti. Di cera, però. Come da ricostruzione del museo di Madame Tussaud.

Sin troppo facile presagire un prossimo tour che si svolgerà solo nei teatri o in sale dall'alto lignaggio per musica storica.
Il paradosso è che quando i Tull – come tanti altri dei nomi di punta del prog – erano ancora all’apice della creatività, venivano stroncati dalla critica. Ora che si trascinano come zombie, arrancando in un nulla nel quale professano un ulteriormente più grande vuoto di idee, è un coro unanime di 'oh!'. Critici che sono già tutto un plauso. Figurarsi. I fan?

Ah, già, i critici. Ma se il rock è morto, a che pro sarebbe dovuta sopravvivere la critica rock?

 

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