Cistern Book Cover Cistern
Jherek Bischoff
Indie, Classical, Experimental
CD, LP, download
15 7 2016
USA
The Leaf Label / Brassland
43:46

 

Difficile pensare di condurre una vita ‘normale’ se ti chiami Jherek. Né Jack né Derek, ma una strana combinazione dei due. Con l’aggravante di quella ‘h’ piazzata lì, che quando ti chiedono di firmare un documento, o un compito in classe, quante volte avranno pensato gli altri intorno “guarda quello, non è nemmeno capace di scrivere il suo nome”?

Difficile pensare di crescere come una persona ‘normale’ se hai genitori che a un certo punto decidono di salpare in barca e almeno tre anni della tua adolescenza, quelli formativi, li spendi in mezzo al mare. E che ti mettono un nome così, già. Se hai un padre che ha studiato musica presso la University Of California di Davis, CA appunto, con John Cage; e ha fatto parte di una band, Amra/Arma, composta di due batteristi che utilizzano anche sintetizzatori auto-costruiti, di cui uno ricavato in un casco da palombaro che si può suonare con la lingua.

Jherek Bischoff musicalmente è quasi autodidatta, ma ciononostante suona una sfilza di strumenti, tra fiati e a corda, da fare impressione. Lo stesso vale per la composizione: ha sperimentato e si è fatto le ossa in gran parte sul campo. Si può dire che una straordinaria caparbietà, oltre l’ingegno, gli ha permesso di farsi strada ad ampie falcate: Composed, disco del 2012, offre l’idea di una orchestra alla quale, in seconda battuta, su 8 dei nove pezzi che lo compongono, si aggiungono altrettanti cantanti diversi. Ma di una certa caratura del mondo del ‘nuovo rock’. Il fatto è che Bischoff ha compiuto il lavoro con pochissimi strumentisti e un infinito numero di sovra-incisioni (effettuate con un computer), recandosi – in bicicletta! – a casa di ognuno e registrando in salotto. Facendo eseguire anche 20 volte la stessa parte al violinista così da farne una intera , inventata, sezione di archi. Gli unici che hanno registrato nella loro dimora senza ricevere visita da Bischoff sono stati Caetano Veloso e David Byrne, evidentemente fuori portata per un ciclista non professionista.

Composed è stato osannato dalla critica. Ma Cistern alza l’asticella, perché è stato registrato – solo in parte perché non c’era sufficiente aria per più persone – all’interno di una cisterna sotterranea della capienza di 2 milioni di galloni che si trova dalle parti di Washington. Vi aiuto: 1 gallone = 3,8 litri; per un totale di 7 milioni e 600.000 litri. Un dato che non dice granché. Finché non ne spiega i risvolti lo stesso Bischoff:

“L’enorme vuoto della cisterna genera un tempo di decadimento del riverbero di 45 secondi. Vale a dire che se schiocchi le dita, il suono dura 45 secondi. Tale quantità di eco è un ambiente assolutamente selvaggio, per provare a creare musica al suo interno”.

Significa che qualunque rumore provocato casualmente - dallo starnuto a… lo so cosa stanno pensando i più maliziosi, ma questo non è un gruppo di musicisti messo insieme da Neri Parenti, e il povero GG Allin se n’è andato… a, pensateci voi - bloccava la registrazione per quasi un minuto. Per farla breve, dopo la stessa accensione di un apparecchio per la registrazione, bisognava attendere 45 lunghissimi secondi prima di cominciare a suonare: in attesa che il brevissimo “click” finisse di rimbalzare sulle pareti della cisterna e nella – poca -  aria.

Una sfida che si traduce in un disco a metà tra la musica ‘atmosferica’ di Brian Eno e l’orchestrale, ipnotica, semplicità di Michael Nyman. Dalla trama sonora estremamente ‘cinematica’ e impressionista. Capace di creare, con risacca di archi e accenni di piano, o rumoristica sparsa e parca, tensione (Automatism, Closer To Closure), attesa (Cas(s)iopeia, Lemon), malinconia (Headless, Cistern), angoscia (The Wolf), e dolce, finale, catarsi (The Sea’s Son). In grado di instillare sentimenti, ed emozionare, oltre il ‘piacere’ dell’ascolto.

Si potrà obiettare che lo stesso risultato si poteva ottenere con meno sbattimento. Non c’era bisogno di seppellirsi dentro un gigantesco serbatoio underground, magari con la porta arrugginita che poi non si apre, e lì sotto quasi sicuro non c’è campo e finisce che si ricordano di te, che sei là sotto, quand’è belle che tardi. Ma è in questo che consiste la grandezza di Bischoff, nell’assurdità dei metodi che adotta per fare musica ‘apparentemente’ normale e normalmente bella. Nella sua bizzarria congenita. Bicicletta compresa.

Per me è già un idolo. E poi si chiama Jherek, non scordiamolo mai.

 

 

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