LA BAND

Elegante. JJ porta un vestito color canna da zucchero. Una fazzoletto scuro a pois bianchi nel taschino della giacca (e dove sennò?). Graham Maby, minuto come un adolescente, ha pantaloni neri e una camicia viola che tiene fuori dai pantaloni. E una cascata di capelli laterale che serve a spostare l’attenzione dalla calvizie incipiente si allarga sul lato opposto. È sempre sorridente. Anche perché non manca il generoso riconoscimento del pubblico al suo operato. Per quanto mi riguarda, Maby è uno dei bassisti più bravi della sua generazione. Un musicista che la critica dovrebbe nominare più spesso.

Teddy Kumpel, il florido chitarrista, è un vero dandy. Sorta di Nick Nolte prestato al rock, con basco che cambia colore al variare delle luci, si distingue per un completo vinaccia, una camicia che potrebbe essere grigia, e una cravatta bene annodata. Corpulento – sotto i pantaloni si intuiscono cosce solide come le colonne del Partenone – imbraccia una Fender Stratocaster dorata. Unica concessione ‘giovanilistica’ una vistosissima catena che parte dalla tasca sul fianco sinistro dei pantaloni e finisce nella corrispondente tasca dietro. Delle dimensioni della ferraglia che si metteva alle caviglie dei galeotti un secolo fa.

Al netto dei chiodi sparati in testa JJ sembra un cenobita uscito da Hellraiser di Clive Barker. Che gli passava per la testa quando ha deciso di farsi conciare le labbra a quel modo? Di farsi tirare la pelle come un tamburo?

Domanda che mi porta Doug Yowell, il batterista. Non so perché, ma mi pare sia dotato del sorriso di plastica del prestigiatore. Si adorna di una bella camicia rossa sotto un gilet grigio antracite che fa pendant con i pantaloni. Al collo una sciarpa legata come una cravatta. Picchia sulle pelli come un fabbro in attesa della paga da sei mesi. Porta le mani più in alto che può e poi bum-bum-bum. Nell’abbattere colpi fragorosi perde un paio di bacchette. Una la spezza sul rullante. Ne sarebbero intimoriti i metallari che frequentano le peggiori bettole di Caracas (dice il refrain popolare).

Ma qualcuno non vuole che gli faccia troppa buona pubblicità. È solo una voce nella mia testa: il protagonista del progetto di romanzo che ho nel cassetto da anni. Un misterioso chitarrista.  

– Ma che c’è? – obietto – Io adoro i batteristi. Phil Collins è uno dei miei idoli fin da ragazzo.

– È un esibizionista. Lo sono tutti i batteristi. Non smette di agitarsi per farsi notare. È stato il primo a entrare in scena. Da solo.

– Ma è bravo!

– E questo basta per farne il centro dell’attenzione? Quando suona, e picchia sempre!, copre tutto il resto.

– È una tua impressione…

– Il batterista è il musicista che cambia più spesso in una band. Un motivo ci sarà. E poi non è mai fedele: Phil Collins quando era nei Genesis registrava con altre decine di musicisti. E metà del patrimonio gli è andato per ripagare i danni di tre matrimoni falliti.

– Ma che c’entra?

– Hai notato quando JJ l’ha presentato? L’applauso più fragoroso è andato a lui. La gente ama gli sbruffoni.

– Ma perché? La gente sottolinea la sua importanza.

– Se ne potrebbe benissimo fare a meno. Dimmi, come hanno eseguito Steppin’ Out, il brano forse meglio riuscito della serata?

– Ho capito ciò che intendi: con una drum machine del 1969.

– Allora non è indispensabile. Tu sai di un batterista che ha girato in tour da solo? Io sono un chitarrista; io posso farlo. Ti faccio una lista di chitarrista lunga un rotolone di carta Regina che lo fanno. Lui no. Nessuno sopporterebbe due ore di sola batteria. Eppure è stato il primo a comparire, come fosse lui la star. E…

– Ed è stato l’ultimo a uscire. Come fosse lui la star.

– E questo ti sembra giusto? No. I batteristi non mi piacciono.

La band è schierata col modulo 2-2: alle ali ci sono JJ che suona un paio di tastiere elettroniche con buona padronanza – una Roland accertata – e Teddy Kumpel sul lato opposto. Rispettivamente a sinistra e destra del pubblico. Un passo indietro, nel mezzo e sulla stessa linea, tra centrocampo e difesa, sostano Graham Maby e Doug Yowell.

IL PALCO

Minimalista. Ci sono gli strumenti e una semplice quanto suggestiva coltre di pesanti tendaggi che sullo sfondo cadono dall’alto. Quelli ai lati planano verso le assi del palco; gli altri al centro si intrecciano come marosi irosi (rima incolta e cercata). Prendono vita al cambiare monocromo delle luci. Semplice, bello e sorprendente.

IL PUBBLICO

Laddove ci sono, i capelli si ergono bianchi. Anche quelli di alcune donne che trascinate dal ritmo muovono la testa come galline al cospetto dell’agognato becchime dopo lungo digiunare. Io batto il tempo con i piedi. Non dovrei dirlo, ma è merito del batterista. Ma il chitarrista del mio potenziale romanzo risponde che io molleggio i piedi anche nel totale silenzio.
Il calvo alla mia sinistra ha lo smartphone acceso. Non può applaudire perché è impegnato a chattare. Quando ha finito riprende il concerto col telefono. Siamo in quarta fila. Nel display compare uno spettatore della terza fila che sta filmando, nel cui schermo del cellulare compare un fan della seconda fila nella cui registrazione del concerto appare un ometto che in prima fila sta facendo lo stesso.
Tutto questo quando da domani, su YouTube, Facebook e Instagram, saranno disponibili centinaia di video dell’intero tour di qualità superiore.
Buona parte della gente che sta compiendo l’onanistico, ma soprattutto inutile, rito era sotto il palco di JJ 30 anni fa senza uno straccio di instant camera, però attenti a ciò che si parava loro di fronte. Ora sono concentrati sull’immagazzinamento di una scarsa riproduzione che un giorno – ma non è detto – gli ricordi sensazioni che potevano essere migliori se non fossero stati distratti.
Poi, quando la memoria dello smartphone sarà piena e dovranno scegliere se cancellare il filmato del figlio che spegne le candeline della torta di compleanno, i goal della partita di calcetto, o le foto dell’amante nuda, allora JJ andrà eliminato. O lasciato lì dov’è all’acquisto del nuovo modello di cellulare.

LA MUSICA

Il concerto apre con Fabulously Absolute tratto dal recente Fool – la cui maschera di copertina compare sulla grancassa della batteria –, ma sin dal secondo brano è un tripudio di ‘standard’. Pretty Girls e Is She Really Going Out With Him danno la stura a un passato glorioso che si prende gran parte dello show. Come suggerisce il titolo della tournée – Four Decade Tour – un paio di brani almeno vengono estratti dagli album che JJ ritiene i più significativi dei decenni passati. One More Time, Sunday Papers da Look Sharp!; I’m the Man dal disco omonimo; Another World e Real Men (e la già citata Steppin’ Out) da Night and Day;  You Can’t Get What You Want (Till You Know What You Want) da Body and Soul; Obvious Song e Stranger Than Fiction da Laughter and Lust; Invisible Man e Wasted Time da Rain.
Il resto è rappresentato dal nuovo disco: Fool, Dave, Strange Land, Alchemy. E da una cover che non ti aspetti ma si addice alla classe acquisita da JJ nel corso degli anni: King of the World, estratta da Countdown to Ecstasy degli Steely Dan, del lontano 1973.

GRAN FINALE

L’audience, tra tentativi patetici di abbozzare battute in inglese maccheronico alla presentazione di JJ dei brani, e urletti isterici da tempi della Beatlemania, apprezza senza riserve. Ma siamo di fronte a una band di musicisti rodati. Professionisti navigati che sembrano anche divertirsi. Difficile che possano offrire qualcosa di meno. Peccato che JJ non spiaccichi una sola parola di italiano, nemmeno “grazie”.
Chissà se al ristorante se la cava almeno con gli “spaghetti alla bolognese”. In caso contrario farà la gioia del sindaco Merola, al quale, è notizia di questi giorni, il piatto che ritiene un falso storico è del tutto inviso.     


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