Il nome è comunissimo, a tutte le latitudini: Joseph. Il cognome, se calibrato all’interno del mondo del rock è piuttosto pesante, per lo meno impegnativo: di Parsons, da questa parte dell’oceano, viene subito in mente Alan, prima al servizio in sala con Beatles e Pink Floyd e poi al centro di una clamorosa carriera solista; dall’altra parte dell’Atlantico si pensa subito a Gram, fugacemente con i Byrds ma artefice dei Flying Burrito Brothers, nonché autore di un paio di dischi che hanno influenzato parecchio cantautorato americano.

Ma Joseph Parsons, benché originario di Philadelphia, ha scelto di fare della Germania la sua casa. Lo si capisce dalla lunga serie di date in programma in terra teutonica, dove oltre a mettere radici si è costruito un buon seguito, sulla base di un lavoro assiduo e certosino fatto di ben dodici dischi. L’ultimo dei quali, Digging for Rays, è l’oggetto che spinge il cantautore a rimettersi sulla strada per affrontare i palchi di – oltre alla citata Germania – Francia, Olanda, Stati Uniti, e Italia.

Sulla ribalta dello Stones Cafè di Vignola, il lungo musicista che imbraccia la chitarra acustica (per un problema tecnico gli è precluso l’uso della elettrica) è spalleggiato da Freddi Lubitz al basso (proprio senza “e”: gli americani sono grandiosi nel forgiare mostruosità anagrafiche!) e Sven Hansen alla batteria. Mentre un discorso a parte va speso per Ross Bellenoit, alla sei corde elettrica, che sul piano fisico ha lo stesso appeal di Danny De Vito, ma quando si mette a fare scivolare le dita sullo strumento diventa un adone da copertina di Uomo Vogue.

Presentato – ai pochi presenti nonostante l’entrata allo Stones Cafè sia gratis, politica che andrebbe premiata in ben altro modo – come un mix di pop, rock e folk, cioè quello che si dice di quasi chiunque proviene dagli States imbracciando una chitarra, Parsons si rivela, piacevolmente, qualcosa di diverso.

Bruce Springsteen è l’ombra lunga che incombe sul rocker ‘classico’ a stelle e strisce, ma probabilmente anche per merito della prorogata lontananza dalla terra natale, la musica che scaturisce dai brani che provengono da Digging for Rays, nonché da quelli del recente passato di Parsons, si attestano più verosimilmente nei dintorni del bivacco musicale R.E.M., con piccoli accenni di Paul Simon, o perfino tracce di James Taylor se riuscite a immaginarlo rivitalizzato da salutari dosi di infusioni elettriche. Con testi al cui centro ci sono storie di persone che hanno attraversato a piedi nudi il lastricato di una vita cosparso di cocci di vetro, per ritrovare la retta via – riassestata e pulita – alla fine di un percorso salvifico fatto di amore e spiritualità.

Sven Hansen, Ross Bellenoit, Joseph Parsons, Freddi Lubitz

E qui va ricordato il ruolo fondamentale del sagace Ross, basso e panciuto, che quando arrampica le dita sul manico della chitarra si trasforma in una sorta di slanciato gigante (dello strumento): loquace esecutore di frasi che si insinuano come delicati fili dorati all’interno della solida trama del brano, oppure all’opposto, e all’occorrenza, in grado di soffiare rabbiose ondate elettriche sulle quale il resto della band si destreggia come surfisti tra i grintosi marosi di Big Sur.

Ovvio che il pubblico non conosca il repertorio di un cantautore ignoto ai più. Ma bravo. Al punto che un brano alla volta, senza miseri trucchi, concentrati sul proprio lavoro, i quattro scaldano le coscienze dei presenti e si guadagnano applausi a ogni pezzo più sinceri e calorosi. Fino al bis che è l’apoteosi del gradimento: Pinball Wizard degli Who – dopo un’ora e mezza di ottimo rock, poco folk (Parsons eseguirà un solo brano alla chitarra acustica senza l’accompagnamento della band) e zero blues. (God bless atypical yeankees). Con tanto di braccia roteata nell’aria come un’elica, à la Pete Townsend (come poteva essere altrimenti?).

La prossima volta che Joseph Parsons – ex membro fondatore di Hardpan e US Rails, questi ultimi tutt’ora in attività a Philadelphia – si porta a Vignola, conviene fare un salto a sentirlo anche se non lo conoscete: la buona musica, sincera e coinvolgente, passa anche attraverso la voglia di uscire dai soliti percorsi che vi può offrire una proposta già consolidata alle vostre orecchie.   


(Visited 13 times, 1 visits today)