Al Bravo Caffè di Bologna, sull’angolo in fondo che ospita i musicisti, c’è una chitarra bianca sospesa a mezz’aria come una nuvola immacolata. Dietro, una sorta di lenzuolo appeso in verticale che farà da sfondo a filmati e proiezioni. Chi da quella Ovation tirerà fuori quasi ogni sfumatura che una chitarra è in grado di intonare, si chiama Kaki King. Arriva vestita di una tuta, in bianco da capo a piedi. Anche i capelli sono nivei. Potrebbe essere il risultato del vivere così in fretta, ha soli 36 anni ma ha raggiunto con pieno merito tanti traguardi. Invece anche questo è un trucco di scena funzionale allo spettacolo. Come i pesanti occhialoni.

Kaki King Guitar reduced

Se qualcuno pensasse di dare un sequel ad Arancia meccanica, così conciata la chitarrista americana potrebbe interpretare la parte della donna di Alex, in uniforme perfettamente in stile con il resto della violenta banda. Ma la King non è una presenza così minacciosa, e qui non ha né banda né band. Anzi, nel corso della serata avrà modo di dimostrare tutta le generosità e disponibilità che manca a molti suoi colleghi. L’avevo preannunciato che sarebbe stato uno spettacolo imperdibile, e così si è rivelato.

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The Neck Is The Bridge To The Body, titolo dello show che riferisce al più recente lavoro di studio della King, è una magnifica carrellata delle grammatiche sonore che la chitarra ha contribuito a sviluppare nel corso degli ultimi 50 anni. Nozioni che hanno permesso alla King, nella sua eccezionale bravura, di scrivere trovando una sua specifica ‘voce’. Per mezzo dei brani che vengono eseguiti nello stesso ordine del disco, la ragazza di Atlanta apre porte su mondi musicali che conosciamo, che tanto ci hanno dato come ascoltatori e oramai ci parevano inariditi, ma sui quali riesce a gettare nuova luce è infondere rinnovata vitalità.

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In the beginning, inizio dell’esibizione e secondo la King tributo all’inizio del tutto (la Genesi), è un momento ieratico che sa di Krautrock à la Popol Vuh, mentre Thoughts are born suona come un magistrale gioco percussivo che ti aspetti di ottenere da altro genere di strumenti, e Notes and colors si presenta come una meditazione elettro-acustica che fonde l’elemento umano al cibernetico. Tutto scorre senza pause e senza intoppi. Giunge Ooblek, ipnotica, basilare, una delicatezza che ha la vaga eco di certo chitarrismo bidimensionale ma pieno di sensibilità come quello degli inglesi, indimenticati Felt.

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Poi Anthropomorph e The surface changes che, all’opposto, sono pezzi di funambolismo accessibili al cuore. Una delizia per le orecchie, finora, mentre la Ovation modello Adamas 1581-KK elaborata per questo tour – grazie all’apporto della Glowing Picture che ha affiancato musicisti come David Byrne e Brian Eno, Beastie Boys e Animal Collective tra gli altri – prende vita come uno schermo. Illuminandosi, cambiando colore, ricevendo e rimbalzando immagini, sequenze, filmati, cento e cento volte, in simbiosi o rivaleggiando con quanto viene proiettato sul telo che si trova alle spalle della King.

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Trying to speak I e Trying to speak II, la prima impetuosa la seconda meditativa, consegnano vortici di note stordenti per temerarietà e passione, mentre It Runs and Breaths, nella stramba sfrontatezza da out-take strumentale degli XTC, sembra nuovamente rivolgere l’orecchio oltreoceano. Battle is a learning, invece, si staglia su quanto abbiamo sentito con un ruggito elettrico, in un turbinare di luci e colori altrettanto selvaggio. Chiude We did not make the instrument, the instrument made us, momento di lirismo puro, commovente, come la mise candida che ammanta la King.

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Il mondo sonoro di Kaki King però, almeno dal vivo, non è solo compostezza e serietà. Pur in uno spazio relativamente rigido come presuppone questo tipo di esibizione, che è una sorta di concept, c’è posto anche per l’umorismo. A metà dello show, ecco la sorpresa che non trovi su disco. Viene proiettato sul telo alle sue spalle un cortometraggio girato con la tecnica stop-motion, una storia che narra di un mondo dove le chitarre sono vive e interagiscono. E la sua Ovation, costruita in gran parte in grafite, è considerata una freak, incompresa dalla sua stessa famiglia composta da strumenti costruiti in legno, una quasi emarginata non solo per il materiale del quale è fatta ma per la voglia di suonare musica diversa da quella delle chitarre tradizionali. È una spiritosa trasposizione degli inizi della stessa King che dal palco dà voce, per mezzo dei pedali, alla bistratta protagonista in fibra dello schermo.

Kaki's guitar speaks

Alla fine dell’esibizione, la King non solo invita a comprare i suoi dischi, e fin qui nulla di nuovo, ma si dice disponibile, per chiunque, a rispondere a domande su quanto appena visto e sentito. Inoltre annuncia che replicherà lo spettacolo, qui, questa sera stessa, dopo una pausa di 30/40 minuti. L’ho rivisto e gustato più del primo. ?????????????????????????????????????????????????????????

Dopo due ore e mezza di musica la chitarrista si è adoperata per smontare tutto quello che la riguardava, computer, pedali, chitarra. Non ho mai visto nessuno, di questa caratura, con tali trascorsi ed esperienze, dimostrare tanta modestia. E che non è solo questione di soldi. Davvero unica, Kaki King.

 

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