C’è il Made in Italy. E c’è l’ “all’italiana”. All’italiana è una medaglia, o moneta per gli euroscettici, surreale. Ha tante facce. Dovevano farla disegnare a Maurits Cornelis Escher. Una, per esempio, è “Gli esegeti del giorno dopo”. Sono anni che non ho un apparecchio TV. Ascolto molta radio, parecchie ore al giorno. C’è del buono, e buona musica. Su Radio Capital musica accessibile ma di qualità, su Radio Rai 3 il ventaglio si apre, e si va dal Jazz al Free, dalla Classica – tanta – all’Elettronica che nemmeno un protone capirebbe, dall’Etnica del gruppo di Berberi che suona zoccoli di dromedario intonati ad hoc al DJ che mixa Hamilton Bohannon col canto delle balene. In tutto questo, in tutti questi anni, non ho sentito trasmettere un brano, uno solo, di Gianmaria Testa. Poi, è vero, in qualche modo, da qualche parte, sarà passato, ma di certo il cantautore piemontese non ha ricevuto dai media quel trattamento da beniamino di mezza nazione che pare oggi, appena detto addio. All’italiana, appunto.

Gianmaria-Testa-reduced

Lancio in aria la moneta. Si presenta con un altro lato: “I francesi”.  Fottuti francesi, bastardi, sciovinisti. Questo, più o meno, il tenore delle lamentele dei frignoni italici all’indomani del mancato ossequio alla (presunta) superiorità del cinema italiano all’ultima edizione del Festival di Cannes, la numero 68 del maggio 2015. Matteo Garrone, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino – autori rispettivamente di Il Racconto Dei Racconti (n.b.: coproduzione Italia/Francia/UK), Mia Madre (Italia, Francia) e Youth (Italia, Francia, Svizzera, UK) – a sentire i nostrani esperti di cinema avrebbero dovuto partire per la Francia con una tribù di sherpa al seguito, ché a portare a casa tutto sto po po’ di premi che loro spettava di diritto, da soli rischiavano di spezzarsi la schiena. Il risultato è stato di stampo alquanto sanremese: zero assoluto. Dopodiché apriti cielo: francesi bastardi, fottuti, sciovinisti. Più o meno. Il fatto è che i francesi si sono accorti di Gianmaria Testa, decretandone la bontà in maniera ufficiale, ben prima degli sparuti intenditori italiani, che per lo meno gli avevano offerto il platonico Premio Recanati. Non fosse stato per Nicole Courtois, la Label Bleu e i primi due dischi usciti inizialmente solo in Francia – Montgolfières e Extra-Muros, 1995 e ’96 – per noi Gianmaria Testa sarebbe rimasto un ferroviere. Con l’hobby della musica.

Extra_Muros

Il fatto è che i francesi prima di Testa avevano concesso giusta dignità anche a Paolo Conte, col quale l’ex capostazione di Cuneo ha in comune tanto l’area di provenienza quanto una certa comunanza musicale. Ma mentre l’avvocato di “Un gelato al limon”, giocando di sponda con la fortuna derivata da brani scritti per calibri da novanta della canzone popolare, vedi Celentano, ha fatto breccia nel grosso degli italiani in via definitiva, Gianmaria Testa, persona e non personaggio, schivo e anti presenzialista, nello sbrindellato Stivale è rimasto un artista di culto. Nonostante nove dischi, i tour nei teatri, la fisionomia da predatore di premio della critica, i numeri li ha fatti in Francia e nel mondo. In Italia Chi l’ha visto? in TV. Chi l’ha sentito? alla radio. Però ora che è morto, vuoi mai che qualcuno in caduta libera si attacca al treno e a forza di tributi e cover ne ripristina il nome, ma soprattutto le proprie esangui casse. Vecchia tattica, all’italiana. (De Andrè. Gaber…).

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Un altro lancio del soldo. Questa volta esce: “Basta piangersi addosso. Aperta la caccia al gufo. Ottimismo. Le nostre eccellenze. Cultura e tesori d’arte: siamo una squadra fortissimi”. Politici, nani, ballerine, ganassa, si riempiono la bocca di questa stantia retorica che piace alla sinistra dallo sguardo lungimirante come quello di una talpa guercia. Perché, quando si tratta di fare qualcosa di concreto, per la cultura, per la musica, per il cinema, non c’è mai un soldo da dare. Tagli e ritagli storici. Ma da prendere sì. La SIAE, le tasse, i bolli, i moduli, i cavilli: questa è creatività, all’italiana. Ti viene la rabbia.

Testa ed Erri De Luca

Rilancio lo spicciolo. Rispunta la faccia: “I francesi”. Paolo Conte, Gianmaria Testa. Ma anche Andrea Manzoni, uno dei migliori giovani jazzisti nostrani. Da quando è emigrato a Parigi, lo scorso anno, la sua carriera è decollata: Carnegie Hall a New York, tour in Russia, collaborazione continuativa con la Radio Nazionale Svizzera, etceterà, con accento sull’ultima sillaba, alla francese. Tra i nostri confini suonava con meno frequenza dei congiuntivi che azzecca l’On. Razzi. Ma anche i Corimé, duo Folk di origini marsalesi che ha trovato sede sulle alture prospicienti il Lago di Garda. Li vede esibirsi una volta in riva al lago il direttore de la Maison de la Culture di Grenoble, e bam!, li catapulta senza esitazione in Francia per 7 date, di questi giorni, concerto finale proprio nella fantascientifica struttura del teatro di Grenoble, MC2. Se ne frega il direttore se ne fregano i francesi se Corimé non hanno un nome altisonante, etichette blasonate alle spalle, se non li presenta l’amico degli amici, il partito. Interessa loro che siano bravi. Bastardi, fottuti, sciovinisti. La solita vecchia storia, all’italiana: resti e fai la fame, oppure te ne vai fuori, un passo oltre il confine e sei in Francia, dove la gente apprezza la tua eccellenza. In Italia si presta attenzione a Sua Eccellenza, intento a distribuire benefit – un inglesismo di tanto in tanto ci vuole – ai suddetti nani e ballerine della pregiata corte. Musica, cinema, teatro? La grande famiglia della cultura? What’s cultura? Maybe do you mean forfora? Oh, yeahh, understand!

Testa 3

Butto al cielo il rotondo metallo, c’ho preso gusto: “Associazioni fallaci”. Appreso della morte di Gianmaria Testa non ho pensato a nessuna delle sue canzoni. Ma al nuovo brano di Nicolò Fabi, che si può facilmente incrociare per radio, quello sì. “Ha perso la città”. Bello. Niente poesia presunta, per fortuna. Niente retorica di facile presa. Solo una fotografia della realtà – di un pezzo, ma significativo, di realtà – nella quale siamo immersi con alto tasso di assuefazione. Bello ma fa rabbrividire. Ascoltare per credere.

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L’accostamento frutto di un’associazione mentale improvvisa può essere fallace, non sono del tutto convinto della bontà della mia pensata, ma che Gianmaria Testa se ne vada a 57 anni, ancora giovane si può dire, non lo considero un caso che fa storia a sé. Lo vedo come un altro trattino da congiungere tra due punti, come in quel gioco che non manca mai su La Settimana Enigmistica, La Pista Cifrata. In attesa che il misterioso disegno si riveli. Ci sono ancora migliaia di ferali linee tra milioni di puntini da tracciare. Qualcosa però già si intuisce. Di gente che muore alla maniera del cantautore se ne conta sempre di più, un numero fuori dal normale, di tutte le età. Anche bambini. C’è qualcosa di semplice, sotto i nostri occhi, che tutti sperimentiamo costantemente, che non va. Il sistema di vita che abbiamo adottato. Non è più umano.

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La gente si è abituata a vedere i propri cari morire di tumore, i propri figli nascere malformati. Per lo schifo che respiriamo, beviamo, mangiamo, nel quale ci muoviamo ogni giorno a ogni ora. Inebetita, la gente non reagisce. Non parlo di singoli, o scarne pattuglie, qualcuno lo fa. Mi riferisco alle masse. Perché il popolo – parola che da nobile ha assunto connotazione quasi volgare – non si unisce in un fronte compatto, invincibile, impossibile da ignorare anche dai cosiddetti potenti? Cambiare il mondo è un atto di volontà, collettiva. Non puoi farlo con una chitarra, con una canzone, perdendoti per via lisergica in mondi virtuali. Ci hanno provato e hanno fallito. Ma se i miliardi di persone che sono il cuore dell’umanità si svegliassero dal torpore e tutte insieme prendessero la stessa direzione… Oggi, se solo una piccola parte dei soldi sperperati nel modo più becero, o strumentale, fossero usati per la ricerca, il cancro si batterebbe con una caramella in vendita al bar. Da prendere prima di un caffè, facendosi una risata con gli amici. Ma ci sono i Mondiali di Calcio da programmare, il G-numero-tot, la TAV. Eserciti da mantenere. Fabbriche di armi da tenere oliate e in perfetta efficienza. Che quelli sono posti di lavoro, e mica si scherza.

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Lancio nell’aria la moneta, più in alto, voglio farla roteare ripetutatmente per vedere una facciata nuova, illuminante, che infonda forza. Poi riprenderla al volo e magari leggervi una risposta. Mi scivola tra le dita e cade in un tombino. Perduta per sempre. Mi resta la città che mi circonda. La cultura che scricchiola. Nani e ballerine, politici, ganassa che ne parlano con il tono di una segreteria telefonica, meccanicamente, un messaggio preregistrato. Penso a Gianmaria Testa, che aveva cominciato a interessarmi per un particolare che con la cultura ha poco a che vedere: faceva il ferroviere, come mio padre. Ma in fondo tutto esprime cultura, quando lo fai con passione, e senso del dovere.

GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

Guardo avanti. Al giorno nel quale la gente si riverserà nelle piazze piena di gioia perché i nostri capaci politici avranno riportato a Roma le Olimpiadi. Con un occhio a La Pista Cifrata. Una serie di linee che rendono sempre più ampio lo schema, per un gioco che – almeno per adesso, e credo a lungo – non conosce fine.

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