La casa della vita e della morte Book Cover La casa della vita e della morte
Urania, n° 561
AA. VV.
Fantascienza
Mondadori
7 3 1971
19 x 13
168
Lire 300

Per il numero 561 del 7 marzo 1971 – dal suggestivo titolo La casa della vita e della morte, che è lo stesso dell’ultimo racconto della raccolta – Urania mette in tavola quattro piatti di genere diverso che fanno un brutto pasto. L’antologia è sempre stato un pezzo forte della collana, ma questa volta sembra la che scelta degli scritti sia stata fatta ad occhi chiusi, e tra titoli che non sono esattamente di prima fascia.

Apre NecrologioObituary nell’originale, pubblicato su The Magazine of Fantasy and Science Fiction –, antipasto del “buon dottore” del quale già sapete tutto. Un racconto che fondamentalmente ha il meccanismo del giallo, che si svela poco a poco, condito con spezie fantascientifiche. Godibile, ma non tra gli indimenticabili di Asimov. Inoltre, e non si sa bene perché, questo lavoro risale all’agosto 1959 mentre gli altri tre sono di oltre dieci anni dopo.

Segue la novelette Zanna lunga, autore l’americano Edgar Pangborn. Una sorta di brano gotico che stride con l’anno nel quale è stato scritto, tempo di New Wave anche nella Fantascienza come sta a testimoniare il coraggioso, quasi folle, tentativo che chiude la raccolta a firma di Roger Zelazny.  Zanna lunga, nonostante introduca spunti vincenti e quasi anticipatori come la preoccupazione per l’ambiente, o il rimbrotto palese al metodo di giudizio adottato da una società irrigidita sui pregiudizi, e pronta a condannare senza appello la variabile umana a suo modo di vedere impazzita (il matrimonio tra la giovane di facili costumi, così si dice in ‘paese’, e il vecchio misantropo), nonostante le buone intenzioni, risulta farraginoso fino alla noia, complice anche una traduzione per lo meno datata. Longtooth esce in origine su The Magazine of Fantasy and Scienze Fiction del gennaio 1970).

Solleva le sorti dell’antologia Un’operazione delicata di Robin Scott. Una spy story che solo al momento della conclusione mette in mostra il quid che gli permette di trovare posto su Urania. La sua forza consiste nel non avere pretese, nel presentarsi per quello che è – puro intrattenimento – e dunque risultare un piacevole outsider. La prima pubblicazione di A delicate Operation è la stessa del numero di The Magazine of Fantasy and Science Fiction nel quale appare il racconto di Edgar Pangborn.

Ci pensa la narrazione che dà il titolo all’antologia a rialzare tiro. Fin troppo. Roger Zelazny è considerato un fuoriclasse, uno di coloro dai quali ci aspetta, si parlasse di calcio, anche 80 minuti di caracollare al piccolo trotto, ma poi, quando non sembra giornata, ecco la fiammata capace di cambiare il risultato. In La casa della vita e della morte però Zelazny fa letteratura ‘spettacolo’ sin dalle prime battute. Romanzo breve, ermetico e inestricabile in questa forma incompiuta, dovrebbe trattarsi della prima parte [pubblicata nel 1968 come Creatures of Light su If del novembre 1968] di quello che insieme a Creatures of Darkness e molto probabilmente The Steel General, entrambi del 1969, andranno a costituire lo ‘sperimentale’ Creatures of the Light and Darkness: un’opera – la cui prima parte ha forma letteraria, la seconda poetica e la terza i contorni del copione – che Zelazny aveva cominciato a comporre per proprio diletto e sarà pubblicata solo su insistenza dello scrittore Samuel R. Delany, al quale ne aveva parlato come si fa tra amici. Un tentativo di rompere gli schemi, figlio legittimo del tempo nel quale ha preso forma: quel 1969 dove ‘osare’ era la chiave di accensione per qualunque tipo di arte del periodo.

La casa della vita e della morte è una immersione alternativa nella mitologia egiziana, con Anubis, Horus, Osiris e tutto il contorno a fare e disfare ogni cosa: nella ‘modalità’ simbolica più spinta. Impossibile, a questo stato, senza un finale, senza maggiori elementi in grado di fare luce, trovare il bandolo della matassa. Il testo impressiona per la fantasia sfrenata e allo stesso tempo per la precisione chirurgica con la quale alternano e si scambiano situazioni e dialogare. Ma il confine tra la voglia di spingere la SF ‘oltre’, nel tentativo di farne qualcosa di diverso e/o più alto, e l’esperimento letterario fumoso, in questo caso è davvero sottile.

C’è infine un quinto racconto: Un giorno di vita nella città della morte; che visto il sapore da potpourri del volume si sarebbe potuto promuovere come parte integrante dell’antologia ma chissà perché è rimasto in fondo, dopo le strisce di B.C. e Il mago Wiz, a fare panchina. Il lavoro di Steven Guy Oliver che pare abbia pubblicato solo questo racconto – Survival, 1969 – è il resoconto di una [scontata] avventura quotidiana nel centro di una città abitata da pochi sopravvissuti alla catastrofe [forse nucleare] planetaria. Il protagonista si deve difendere dall’assalto di un esercito di formiche rosse mutate e giganti; ma una donna che l’uomo aiuta a salvarsi dai voraci insetti rischia di dimostrarsi altrettanto letale. Nulla di trascendentale. Giusto il limoncello alla fine di un pasto, La casa della vita e della morte, che sazia ma non soddisfa.

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