Ci sono mestieri nuovi e altri che scompaiono. All’orizzonte oggi si profila lo spettro dei robot. Nelle ultime settimane se ne è parlato molto. Ci sostituiranno, prenderanno il nostro posto di lavoro, quello dei nostri partner umani tra le lenzuola, perché no. Bambole e ‘bamboli’ di plastica e nuove leghe, probabilmente più empatici di molti esseri umani: come resistere?

Cosa ci metteranno di loro, unicamente loro, gli esseri umani per salvarsi? La competenza e la passione. L’onestà laddove ci sia. Doti che non mancano a Roberto Menabue che dirige con le idee molto chiare Dischinpiazza, l’ultimo negozio di dischi a Modena, al n° 35/36 di piazza Mazzini.

Roberto non ne vuole sapere di mollare, soprattutto di cedere il posto a un robot. Anzi, sentirlo parlare con sincero amore del suo lavoro, e della musica in generale, aiuta a rintuzzare il senso di smarrimento che inducono certe funeste previsioni. Io, comunque, uno come Roberto non lo cambio con un automa.

Roberto Menabue

Un antico luogo comune diceva che dietro a ogni giornalista musicale si cela un musicista mancato; cosa c’è invece dietro chi apre un negozio di dischi?

C’è un musicista mancato. Conosco tanti musicisti ed ex musicisti che lavoravano in un negozio di dischi. Cosa c’è dietro… c’è una grande passione, e una grande fortuna che è quella di trasformare la propria passione in un lavoro. Una volta era una cosa molto facile, al giorno d’oggi è una cosa che richiede una dose di coraggio molto grossa che però dà ancora delle grandi soddisfazioni, almeno a livello personale, perché coi negozi di dischi non ci si è mai arricchiti. Oggi lo fai come faresti qualsiasi altro lavoro, con la differenza che rispetto a chi fa il classico lavoro di ufficio e guarda l’orologio perché non vede l’ora che arrivi il momento di timbrare il cartellino io questo tipo di problema non l’ho mai avuto.

A proposito di coraggio, dato che prima lavoravi per Fangareggi, l’ultimo storico negozio di dischi a Modena, ti chiedo se hai mai covato qualche dubbio nell’ aprire una attività in un settore morente e magari in qualche momento ha pensato di passare a fare qualcos’ altro…

Io ho aperto prima che Fangareggi chiudesse, un anno e mezzo prima. Avevo in testa questa idea da tanti anni, e paradossalmente ho aspettato quello che poteva essere il momento peggiore per una decisione di questo tipo, ma devo dire che dopo sette anni sono contento. Poi è chiaro che rispetto al passato la torta si è notevolmente rimpicciolita, come è vero che una volta in una città come Modena si era in dieci e adesso ci sono solo io. Una volta ne mangiavo solo una fetta, ora, grande o piccola che sia, la torta è tutta mia.

La rinascita del vinile è autentica come si dice?

Nei paesi anglosassoni esiste solo il vinile. E la musica liquida. Per farti un esempio, sono stato a Londra di recente e nei due negozi della Rough Trade il rapporto vinile/CD è di 8 a 2. Da noi il processo richiederà un po’ più di tempo, ma credo che alla fine il supporto che resterà sarà il vinile. Qua da me devo dire che c’è ancora una discreta predominanza del CD. Ci sono delle giornate, soprattutto nel fine settimana, nelle quali le vendite si equivalgono. Ma soprattutto è diversissimo il tipo di pubblico. Mentre l’età media dell’acquirente di CD è abbondantemente over 40, l’acquirente di vinile è under 30. Gli acquirenti di vinile sono giovani.

Perché secondo te?

Perché sono cresciuti ascoltando musica sul iPod, o al pc, quindi il supporto fisico per loro è diventato il vinile perché in questi anni l’album è il supporto protagonista.

E come fanno per l’impianto hi-fi?: anche questo tipo di negozio non c’è più.

Molti hanno recuperato quello dei genitori, ma ora alcune aziende hanno cominciato a produrre giradischi che ormai si vendono tanto. Al giorno d’oggi se uno vuole comprare un lettore CD non lo trova. Anche sulle auto non si monta più, c’è solo modo di utilizzare la chiavetta USB.

Dunque si vendono più LP nonostante il costo che francamente mi sembra eccessivo…

Quello è l’unico limite che hanno i vinili. Per imporsi definitivamente dovrebbero calare del 25/30 %, soprattutto i titoli di catalogo. Per fare un esempio, Damn the Torpedos di Tom Petty su Cd costa 8 euro, mentre per il vinile ne spendi 20. Il calo del prezzo del vinile porterebbe alla dismissione del CD in breve tempo anche da noi.

E perché a tuo giudizio le labels non lo fanno?

Perché in termini assoluti le vendite non sono in grado di consentire tale politica.

Ma è il classico cane che si morde la coda: se produci di più puoi abbassare i costi del singolo pezzo e di conseguenza vendere di più…

Lo so. Ma è un discorso che l’industria fa fatica a capire. Che dovrebbe capire soprattutto sui dischi di catalogo. Prendi per esempio The Dark Side of the Moon che tutti gli anni è il vinile più venduto al mondo, e anche in questo negozio: nonostante i costi di produzione siano stati abbondantemente coperti si vende ancora a 25 euro.

E il CD? Mi risulta che negli USA abbia chiuso l’ultima fabbrica di CD…

In America credo che il CD sia un supporto morto, le nuove stampe le fanno in Messico.

Qual è il target musicale della tua clientela?

La mia clientela è appassionata di rock, di Blues, di Soul, di quello che adesso viene chiamato Classic rock. Che non significa che io non segua o non sia appassionato di novità che mi interessano anche tanto, e vendo anche tanto. Ma uno da me non viene a cercare dischi da classifica. Anche perché generalmente chi ascolta quelle cose non compra il supporto fisico ma scarica il file.

E anagraficamente chi sono?

Il ritorno del vinile ha di molto abbassato la media. Fino a 5/6 anni fa la media dei clienti dei negozi di dischi era decisamente over 40, adesso si è drasticamente abbassata, almeno di 10 anni, che è la cosa più positiva del ritorno del vinile. Al di là del fatto che sono convinto che chi compra un vinile capisce che ha per le mani qualcosa che il CD non riesce a dare. Chi prende in mano un vinile capisce di avere in mano qualcosa che ha che fare con l’arte e con la cultura; una bella copertina, la cura con la quale devi tenerlo, il fatto che lo devi pulire, togliere la polvere, i due lati… Se vuoi c’è un rapporto un po’ maniacale, ma che ti dà l’idea di avere per le mani un prodotto importante, del quale devi avere cura.

Dunque secondo te non si tratta di una rinascita passeggera, destinata a finire a medio termine…

Molti pensano che si tratti di una moda legata al vintage: ma le mode durano molto meno, e soprattutto le mode hanno caratteristiche. Le mode esplodono e durano una stagione, mentre qui il trend di crescita, benché non è mai stato pazzesco, da 5/6 anni è costante. Dunque non credo che sia un fenomeno passeggero. Credo anche che alla lunga ci sia la possibilità per una crescita ulteriore del mercato.

Vedo che hai anche molti gadgets. Suscitano interesse?

Funzionano sia dal punto di vista economico, sia da quello visuale. Un bel poster, le spille, le magliette, danno un po’ di colore e rendono l’ambiente più piacevole a chi entra. Ovvio che aiutano anche dal punto di vista economico perché di magliette se ne vendono tante.

Entrano dei turisti? E cosa comprano?

Sì. Comprano soprattutto magliette e vinili. Ci sono due tipi di turismo: quello delle gite organizzate, fatte soprattutto di anziani, e c’è un turismo, a Modena, di gente molto ricca che viene per la Ferrari, per le auto, per i ristoranti. Ci sono molti sudamericani che portano la maglietta della Ferrari e poi vengono a comprare una buona quantità di vinile.

Non ti chiederò i 10 dischi da portare sull’isola deserta, ma dato che la gente ama le classifiche, mi limito a chiederti il minimo sindacale, chi metti sul podio…

I dischi di cui non potrei fare a meno della vita… Revolver dei Beatles, Pet Sounds dei Beach Boys, So di Peter Gabriel.

Fammi un breve resoconto cronologico della tua vita nel settore dello ‘spaccio’ discografico…

Ho cominciato il 3 novembre 1985 al negozio Mati è qui che si trovava al Direzionale 70. Iniziai per dare una mano a Leo Mati nel periodo natalizio, perché allora ero ancora iscritto all’università. Sono stato lì fino al 1997 e poi ho lavorato da Fangareggi fino al 2011.  Ho aperto qui il 4 luglio del 2011, che non fu una data scelta a caso perché è la festa dell’indipendenza americana. Scelsi quel giorno proprio perché volevo dare un significato particolare al mio lavoro. Una scelta che all’epoca da molti fu giudicata da pazzi. Ma pensavo che si era già toccato il fondo e da lì si poteva solo risalire. Una volta avevi come concorrente il negozio di fianco, ora c’è Amazon che è un concorrente che io non ho mai considerato come tale perché con una tale azienda io non posso competere. Quello che deve mettere in campo il negoziante sono le conoscenze, la disponibilità, la capacità di reperire velocemente le cose che cercano i clienti. Il negoziante deve mettere in campo quello che Amazon non può fare. La rete offre dei vantaggi ma ha anche grossi limiti.

Il collezionismo per i vinili in edizione limitata o altre chicche del genere ha ancora un senso di questi tempi, è vivo?

Io ho dei clienti che sono malati, colpiti da diversi tipi di malattia: monomaniaci che comprano solo il Blues, solo i cantautori americani, solo le cantautrici americane, una quantità che segue tutto il New Prog. Cosa che richiede un surplus di lavoro serale a casa perché devi scoprire tutte queste cose nuove. Manie che sono comunque costose. Il collezionismo è ancora vivo, ci sono clienti che mi chiedono dei dischi due mesi prima che escano. Ma il collezionismo è un fattore che muove il mercato, anche se si moltiplicano operazioni che a volte sono di cattivo gusto.

Il Record Store Day è una iniziativa azzeccata?

Il Record Store Day funziona molto, ma secondo me ha un grande limite, cioè che alcune uscite arrivano solo in vinile e con tirature molto limitate, troppo. Cosa che scatena il fenomeno di quella gente che compra questi titoli solo per rivenderli a sua volta e specularci. Per questo ho adottato la politica di ordinare tali oggetti solo per i miei clienti, così da non vendere a uno che vuole comprare la versione mono di The Piper at the Gates of Dawn a 30 euro per rivenderlo il giorno dopo a 100.

Come hai vissuto il ciclone Vasco della scorsa estate?

Il Modena Park di Vasco credo che sia il disco italiano più venduto degli ultimi venti anni, ma lo sarebbe stato se avesse fatto la stessa cosa a Treviso. Poi è chiaro che a Modena ha avuto un impatto molto più ampio. Io ero molto preoccupato, ma quei giorni ero in negozio e devo dire che è andato tutto bene, vissuto con tranquillità, civiltà… una cosa molto bella. Speravo che questo episodio potesse avere un seguito, per una città come Modena, che potesse essere un punto di partenza per tornare ai fasti dei concerti degli anni ’80 e ’90, ma purtroppo pare sia stato un evento estemporaneo. L’unica cosa poco bella del concerto di Vasco.

Per tornare alla letale faccenda delle liste e delle isole deserte, citami i tre concerti della vita ai quali c’ eri…

(Dopo averci pensato per alcuni secondi) Clash a Bologna in Piazza Maggiore nel 1980, Talking Heads a Bologna nel 1980, e Gabriel a Modena nel 1993.

Tutte e due le date, spero…

Tutte e due.

Poi, dopo qualche minuto di chiacchiere vaghe, da vecchi reduci di concerti che ti mettono addosso certe indelebili cicatrici, Roberto riprende il filo del discorso.

Però tre concerti sono pochi, perché non mettere uno Springsteen per me…

Allora ti offro una deroga: arriviamo a cinque.

Direi Springsteen a S. Siro nel 2003, e dovendone mettere un altro direi Pearl Jam a Milano nel 1995.

A questo punto devi aggiungere due dischi per l’isola deserta, così da bilanciare la prima lista…

Grace di Jeff Buckley e Ladies of the Canyon di Joni Mitchell.

Come di rito, ti offro la possibilità di lanciare un messaggio al mondo.

Una sola cosa, lo slogan che ho adottato e uso sempre in periodo natalizio, cioè di invitare la gente a regalare musica perché regalare musica vuol dire regalare cultura. L’unico messaggio che veramente mi premerebbe, e una cosa che negli ultimi anni, soprattutto per come viene utilizzata e vissuta la musica in Italia, si sta totalmente perdendo. E pensare che la musica è uno dei più grandi fenomeni culturali degli ultimi 50/60 anni… La musica ormai in Italia è relegata a dei fenomeni sostanzialmente a uso nazional-popolare televisivo come i talent o come il festival di Sanremo contro i quali, intendiamoci, io non ho nulla: voglio dire che mi va benissimo che ci siano, ma mi piacerebbe che a fianco di queste cose si desse la possibilità di esprimersi anche a forme musicali più alte, diciamo rock, musica leggera come veniva chiamata una volta, insomma pensare che la musica leggera non sono solo Emma Marone, Arisa, Marco Mengoni, ma che ancora oggi c’è gente che la musica la vive e la fa con passione, con degli obiettivi più alti. Ci sono un sacco di ragazzi che suonano facendo delle belle cose. Vedere la musica relegata in TV come sottofondo di pubblicità o come suoneria del cellulare è una cosa che per chi come noi è cresciuto con la musica degli anni ’60 e ’70, e l’ideologia che c’era dietro, è una cosa che fa un po’ male e fa pensare. Io credo che dietro al crollo e al calo d’interesse per la musica c’è stato un ragionamento sbagliato da parte dell’industria, che ha pensato che questa politica potesse portagli dei vantaggi economici e invece alla lunga è stato un autogoal. Invece di considerare i dischi alla stregua delle saponette, come voleva fare credere il nuovo dirigente di una grossa label italiana che arrivava dalla Palmolive, io continuo nel considerare la musica cultura.  E anche si fa fatica a pensare a Fedez e J Ax come cultura, fortunatamente ci sono anche tanti altri nomi.

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