In un panorama musicale italiano fatto in gran parte di popper, rocker e rapper, cantautori e cialtroni di varia natura, quando si parla di Jazz si pensa a gente dalle ossa rose dall’artrite e col curriculum dai mille titoli, collaborazioni e attività accumulati in anni e anni di gloriosa o tribolata carriera.
Anais Drago in questo senso ci spiazza e ci ammalia: ha solo 25 anni, ma la bravura sullo strumento e la personalità sono quelle del musicista navigato. E in realtà la sua musica non è affatto (solo) Jazz. È anche Rock. Ma Rock (e Jazz) come era solito adoperarlo il grande Frank Zappa a cui Anais fa riferimento.

Dopo averci fatto sobbalzare con il magnifico disco di esordio, strumentale, intitolato semplicemente Anais Drago & The Jellifish, e fatto sentire la voce del violino, ora Anais ci fa offre le parole che descrivono la sua personale visione della musica.

 

L’intervista

Cominciamo da quello che dice il comunicato stampa della tua label: “Anais Drago & The Jellyfish (…) nasce dopo un lungo periodo di ricerca, trascrizione e rielaborazione della sterminata produzione di Frank Zappa”… cosa significa in parole povere? Intendo dire che in pratica tu firmi tutte le musiche e gli arrangiamenti…

Sì, esatto. Il progetto, in termini di composizione, “reclutamento” dei musicisti ed esecuzione è nato dopo un lavoro di ricerca, trascrizione e analisi della musica di Frank Zappa, principalmente dei primi dieci-quindici anni della sua produzione. Più studiavo e ascoltavo quella musica e più mi saliva la voglia di fare qualcosa che andasse in quella direzione. Avendo sempre creduto fermamente nell’utilità del copiare per imparare, ho iniziato a giocare con alcuni frammenti estrapolati da suoi brani e a costruirci dei pezzi miei, motivo per il quale appunto le composizioni e gli arrangiamenti sono poi firmati da me.

Hai solo 25 anni ma ti sei messa alla testa di un settetto, una posizione che implica parecchia determinazione, soprattutto se, come credo, i musicisti dei quali ti sei circondata sono più anziani e hanno più esperienza di te…

Non mi sono mai tirata indietro nelle cose, e molto spesso poi, a ripensarci, ritengo di aver avuto una buona dose di incoscienza. D’altronde però, se dovessi aspettare di sentirmi veramente pronta per buttarmi in qualcosa, sarei ancora ferma al punto di partenza, poiché di carattere mi metto sempre molto in discussione e tendo a vedere più le cose che ancora non conosco piuttosto che quelle che so. Riesco però a colmare questa mia condizione con una grande determinazione e organizzazione, anche a livello logistico, che in casi come questi,  cioè gestire una band di questa portata, ha la sua importanza. Mi sono circondata di musicisti meravigliosi, che sono uno stimolo continuo a migliorarmi. E non tutti più anziani di me, in realtà: il tenorista Riccardo Sala è classe 1996!

Ti sei diplomata al Conservatorio di Castelfranco Veneto, dopodiché hai conseguito una laurea di arrangiamento e composizione Jazz presso il Conservatorio di Alessandria: cosa ti ha spinto a passare dal mondo della Classica a quello del Jazz, due mondi che sembrano essere agli opposti?

Principalmente la curiosità. Non avevo mai pensato di voler vivere di musica, è successo e ho assecondato questa cosa. Sapevo di non voler fare la musicista in ambito classico, non avevo nessun interesse nel lavorare in orchestra ed ero ancora troppo immatura per poter pensare a un progetto di musica da camera. All’età di sedici anni ho scoperto che con il violino potevo suonare tanta musica, a partire da quella folkloristica, ma anche Pop e Rock. Al Jazz sono approdata tardi, e mi si è aperto un mondo di possibilità inaspettate. Da qui l’idea di concentrarmi principalmente su questo linguaggio, dapprima sullo strumento e poi anche come compositrice.

Poi dal Jazz sei scivolata verso uno dei massimi musicisti Rock – benché abbia toccato e interpretato i generi più diversi tra loro – tra i più fuori dagli schemi, tra l’altro un autodidatta. Cosa ti ha attratto in Frank Zappa al punto da farne un punto di riferimento per il tuo debutto su disco?

Mi è semplicemente capitato di iniziare ad ascoltare qualche suo album e sono rimasta folgorata. Racchiudeva tutto ciò che erano i miei gusti in fatto di generi musicali e contemporaneamente era però un genere a sé stante. C’era una grande dose di tiro e di potenza sonora, ma al contempo era musica complessa, articolata, piena di dettagli, con melodie sempre originali, mai banali. Non mi considero una cultrice di Zappa, perché lo conosco e ascolto da troppo poco tempo per ritenermi tale, ma è mia opinione personale che, insieme ad altre mille cose, siano però soprattutto le melodie zappiane ad essere totalmente diverse da qualsiasi altra cosa. Questo il motivo per cui ne ho trascritte tante.

Mettere insieme Frank Zappa e il violino porta quasi automaticamente a Jean Luc Ponty, che nel 1970 incise King Kong: Jean-Luc Ponty Plays the Music of Frank Zappa, con la collaborazione dello stesso chitarrista americano che partecipò alla registrazione e alla scrittura dell’album. Senti qualche affinità con quel lavoro, e conosci Ponty come musicista?

Ho ascoltato l’album, ma non in maniera particolarmente degna da poterne discutere. Sembrerà assurdo ma ho una conoscenza abbastanza superficiale del violino in ambito Jazz-rock. Conosco Ponty e mi piacciono alcuni suoi album, in particolare per esempio il Live at Semper Opera di Dresda, però non ho mai preso spunto dal alcun violinista nell’approccio allo strumento. Solo recentemente ho iniziato a farlo. All’inizio, non volevo che quei pochi esempi universalmente riconosciuti mi influenzassero. Per una volta nella vita ho voluto essere autodidatta!

Il violino si può forse considerare la chitarra elettrica dell’antichità, credo che ci voglia una certa dose di esibizionismo nel suonarlo: vuoi perché un solista sta in piedi di fronte al pubblico, vuoi perché l’atteggiamento è spesso di grande trasporto…

In effetti è uno strumento da primadonna! Ha un’estensione che parte dai medio-bassi e raggiunge acuti altissimi, quindi a livello di architettura musicale, insieme ai suoi colleghi di estensione (flauto, tromba e altri) domina dall’alto le composizioni. Inoltre è da sempre uno strumento con possibilità tecnico-virtuosistiche infinite, che offre quindi ai migliori virtuosi la possibilità di dimostrare tutta la loro magia. Io possiedo una buona tecnica, che mi viene dagli studi classici ma che ho portato nel campo dell’improvvisazione con anni di studio e fatica. Saper suonare un capriccio di Paganini non implica che ci si sappia lanciare in un assolo a velocità folle. Le dita sono in potenza di farlo, ma prima di tutto si deve avere la mente libera, e il cervello ben collegato alle mani!

Nonostante la forte presenza scenica del violino e di chi lo suona, nonostante tu sia il leader del progetto, su disco concedi molto spazio agli altri musicisti, insomma sembra che non ci tieni molto a essere l’unica protagonista…

Esatto. È una considerazione che ho fatto a me stessa prima e dopo le registrazioni del disco. Posso però giungere alla conclusione che in questo progetto mi sento compositrice tanto, se non di più, quanto mi senta strumentista. Ad un compositore interessa che un pezzo suoni bene e che chi ci improvvisa sopra si senta bene. Non credo ci fossero sufficienti motivazioni affinché fossi sempre io la solista. Inoltre, mi sono contornata di ottimi musicisti e improvvisatori, e penso che avere dato spazio a tutti abbia solo giovato al risultato finale. Ogni solista ha dato una connotazione particolare al proprio assolo e di conseguenza al brano.

Che violino/violini usi?

Ho un violino di liuteria di scuola Antoniazzi (Milano) del 1926. Un buon violino in ambito classico, decisamente ottimo per la tipologia di prestazioni di cui necessito. Dopo anni di tentativi ho finalmente trovato un sistema di amplificazione e di utilizzo di effetti e pedali per chitarra che ritengo efficaci. Ho anche un violino elettrico, ma ultimamente lo uso raramente. Il violino è uno strumento talmente delicato, in cui anche un millimetro fa la differenza, e ho un feeling talmente collaudato con il mio violino che appena ne uso un altro mi sento strana. Come quando dormi in un letto che non è il tuo!

Dunque utilizzi effetti elettronici o pedaliere.

Sì, ho una pedaliera con qualche effetto. Sono tutti effetti per chitarra, alcuni rendono particolarmente bene sul violino, altri un po’ meno, ma è sempre interessante sperimentare. Principalmente utilizzo Chorus, Delay, Octaver e quando serve un distorsore. L’amplificazione a monte però è tramite un piezo della Schertler.

La domanda di rito: quali sono, se ci sono, le figure di riferimento per il tuo strumento?

Come dicevo prima, non ho mai seguito e studiato violinisti jazz. Ho iniziato recentemente a farlo. Ne ho ascoltati comunque parecchi, e solo ora mi sto facendo una idea un po’ più chiara su chi mi piaccia di più e chi meno. Molto più influenti sono stati violinisti di musica folkloristica, da cui ho appreso il linguaggio, il modo in cui si suona la musica irlandese, Kletzmer, il Country o anche il Gipsy Jazz, che personalmente faccio rientrare nella musica popolare. Ognuno di questi generi fa del violino un utilizzo diverso, proprio a partire dalla tecnica con cui lo si suona, e solo utilizzando quella tecnica si riesce ad ottenere il vero suono folk. Altrimenti, ci si limita a suonare canzoni Bluegrass o reels irlandesi suonando le note giuste, ma con il suono sbagliato. Nel Jazz credo sia diverso. Il vero esempio ci viene da altri strumenti, padroni di questo mondo, e quindi ho sempre cercato di studiare partendo da loro. Tuttavia, quando ho iniziato a studiare jazz, i miei ascolti sono stati variegati e confusionari, e di conseguenza non ho seguito un percorso lineare, o filologico. Tutto questo ha fatto sì che il mio modo di suonare non venga ricondotto a uno stile preciso. Questo ha i suoi pregi e difetti.

Il mondo della scienza ha omaggiato Frank Zappa partendo dal suo nome per battezzare organismi viventi e perfino un asteroide: perché tra ragni, molluschi e fossili hai scelto di intitolare due brani come la medusa Phialella Zappai (I & II)?

Ho sempre avuto molta difficoltà con i titoli, specialmente perché, trattandosi di materiale solo strumentale, non c’è un testo da cui estrapolare una parola o una frase. La faccenda della medusa mi aveva incuriosita e così, una volta finito di comporre quei due brani, ho deciso di chiamarli così.

La tua formazione classica si sublima soprattutto nel brano Provence’s Bar: perché questa sorta di ‘deviazione’ dalla strada principale che fondamentalmente è Jazz?

Avevo in mente questo frammento, che è l’inizio del solo di vibrafono di Ruth Underwood in St. Alphonzo’s Pancake Breakfast, e mi sono messa a riflettere su come avrei potuto svilupparlo. Alla fine il manierismo barocco è fluito da solo. Non ho alcuna competenza in ambito di composizione classica, se si esclude l’esame di armonia in conservatorio che comunque risale al 2007, ma la formazione classica è come uscita fuori di getto. Io ho fatto il metodo Suzuki, e con l’orchestra giovanile della scuola abbiamo sempre studiato ed eseguito un repertorio prettamente barocco.

I brani che personalmente trovo più belli sono Phialella Zappai I, Nazca Lines e SS 31. Forse perché sono i brani nei quali sembri lasciare andare il freno e il violino si prende il centro della scena…

Quando si è trattato di decidere quali assoli affidare a me stessa, ho pensato di diversificarli molto, non tanto per esibire le mie capacità, ma per poter esprimere un lato diverso del mio modo di suonare in ogni brano. Su Phialella Zappai I ho utilizzato l’Octaver per tutto il solo, per avere uno spessore sonoro maggiore. Su Nazca Lines ho usato un suono di Chorus e Delay che dava un’atmosfera più sognante e rarefatta. Su SS 31 invece ho fatto la tamarra, come si suol dire: Overdrive, distorsore, tremolo e quant’altro. Volevo un solo esplosivo, più di impatto sonoro che non costruito su melodie e movimenti armonici.

C’è un solo brano che si intitola in italiano: Calma e leggerezza. Ha un significato questa scelta?

Come dicevo prima, i titoli sono stati una bestia nera. Questo titolo è stato messo in maniera totalmente casuale, e come sia uscito fuori è davvero poco rilevante. Quello che mi stupisce è che sia un titolo azzeccatissimo, perché vedo nella composizione un pedale armonico che si sussegue a ripetizione, che di per sé è molto calmo e disteso, mentre la melodia che si sviluppa sopra diventa man mano sempre più angosciante e deforme. Poi il pezzo però si chiude così come inizia, quasi a voler simboleggiare che a volte le situazioni più caotiche e drammatiche, di fatto, se ne vanno così come sono venute. La quiete prima e dopo la tempesta, per esempio.

Zappa Changes invece è il pezzo più zappiano, nel senso che suona come uno sberleffo, benché privo dei caustici testi del musicista americano…

Io lo definisco “un brano da banda di paese sgangherata”! Credo che un grande apporto lo abbia dato il solo di Gabriele Ferro, che ha un modo di suonare davvero unico secondo me.

Phialella Zappai I ha anche un curioso finale che più di Frank Zappa ricorda i Gentle Giant, originalissima band inglese dei primi anni ’70: è solo un caso o la conosci?

Conosco i Gentle Giant e mi piacciono molto. Tuttavia devo ammettere che è un caso!

Se non sbaglio sei anche il produttore artistico del disco: un ruolo che di solito i musicisti ricoprono dopo avere accumulato una buona dose di esperienza. Non credi che sia sempre molto difficile giudicare il proprio lavoro e per questo occorra un parere/supervisore esterno?

Sono d’accordo. Va però detto che tutti i musicisti mi hanno dato una grossa mano, in particolar modo il batterista Andrea Beccaro, a cui sono davvero riconoscente.

Come è avvenuto l’incontro con l’etichetta francese Another Music? E dove avete trovato il ‘coraggio’ di pubblicare anche una versione fisica del tuo lavoro, intendo dire su supporto fisico?

Andrea Manzoni, fondatore dell’etichetta, ed io ci conosciamo da molto tempo perché anche lui è di origini biellesi. Another Music si è interessata al mia lavoro quando ha saputo della ricerca musicale che stavo facendo e del mio interesse relativo a Frank Zappa. Oggi sicuramente è difficile pensare di pubblicare un disco, ma per un prodotto non commerciale si trova sempre lo spiraglio di mercato in cui il pubblico è ancora interessato ad acquistarlo. Per di più il supporto fisico serve per i concerti, per far si che il pubblico si porti a casa una parte di te a fine spettacolo.

Una ultima curiosità: chi sono i 4 Levis ospiti del disco?

Ahahah! Top secret.

Ora non resta che suonare dal vivo, di questi tempi forse la parte più difficile per la carriera di un musicista… hai in programma un tour, o che altro?

Abbiamo presentato il disco nel primo week end di ottobre con due bei concerti: il primo nella mia città natale, Biella, il secondo al festival Lucca Jazz Donna, dove avevo suonato nel 2014 al fianco di Giovanni Tommaso. Era stato il mio primo vero concerto Jazz e mi ha fatto un certo effetto tornare dopo quattro anni e presentare proprio lì il mio primo disco. Inoltre siamo stati ospiti a Radio3 Rai a fine settembre; lì abbiamo suonato in diretta live alcuni brani in anteprima. Al momento ci sono diverse cose che si stanno muovendo. Non abbiamo ancora un tour vero e proprio, che forse sarà più fattibile in estate. So bene di essere folle nell’avere creato un progetto di sette elementi, con i tempi che corrono. Sono però dell’idea che la musica sia fatta da gente che suona, e più strumenti suonano insieme più musica si crea; e un certo tipo di musica e di atmosfere richiedono una certa quantità di suono, quindi di strumenti. Ci sono lavori discografici o concerti di formazioni piccolissime che sono passate alla storia. Però quando vai a sentire un’orchestra sinfonica, c’è qualcosa di grande e potente che ti invade e pervade. Io in questo credo fermamente e farò del mio meglio per portare avanti questo progetto.

 

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