A volte ho delle intuizioni. Il mio problema è che sono lento nel renderle pubbliche. E qualcuno mi anticipa. Ma questa volta voglio arrivare per primo e faccio testé una previsione: tempo due anni e saremo tutti a darci di gomito e celebrare il ricettario di Bob Dylan. Forse il primo di una lunga serie di successo.

The Freecookin’ Bob Dylan. The Recipes They Are A Changin’. 61 Recipes Revisited. Slow Cooking Coming. The Basement Recipes. Down In The Gruyere. Questi i potenziali titoli. Pura poesia in agro dolce. In quelle ricette ci sarà inequivocabilmente un messaggio. Profondità che tutti – fan, esperti e chi si mette volentieri al traino – saranno pronti a cogliere con entusiasmo.

Perché opporsi a mani nude a un carro armato? Non sono questi i tempi da Piazza Tian An Men. De Gregori arriverà a ruota con la traduzione: laddove Alessandro Baricco e Roberto Vecchioni che hanno gioito per il Nobel all’americano di Duluth dovessero rifiutarsi, la prefazione andrebbe ad Antonella Clerici. A seguire l’ospitata da Fazio a Che Tempo Che Fa. Sarà un trionfo.

Non voglio commentare l’attribuzione del Nobell’ho già fatto – e il bonifico che ne deriva: secondo i bene informati il premio vale 832.000 euro; mentre il sito Forex, che si interessa di questioni economiche con estrema cognizione, sottolinea come due vincitori che hanno messo all’asta la medaglia d’oro – che arriva in coppia con l’assegno – ne avrebbero ricavato uno 765.000 dollari, l’altro 4,7 milioni di verdoni da $1 messi uno sull’altro. Fate la somma, premio + medaglia, e la cifra vi farà tremare i polsi. Meglio di un anno di stipendio della maggioranza dei tanto vituperati calciatori.

Non voglio nemmeno stare qui a discutere sull’uso che il “menestrello” farà dei soldi – continuano a definirlo così in 9 su 10, da 50 anni, quindi anche io mi devo adeguare, se voglio continuare a covare il sogno di scrivere un giorno per un grande giornale o un grande sito. Perché li desse tutti in beneficenza – e non può che finire così! – il danno per le sue tasche non sarebbe di grande rilevanza: la sola notizia della vittoria del Nobel, un  paio di mesi fa, è stata sufficiente per fare schizzare alle stelle la vendita dei dischi del cantautore-letterato-regista-attore-poeta-premio Pulitzer-premio Nobel. Dunque di che parliamo?

Lo spunto per rifiondarmi su Dylan – il menestrello, oh, non mi entra in testa – questa volta arriva da un articolo comparso su La Lettura di domenica 4 dicembre che potete ancora trovare in edicola.

In questi giorni, a Londra, alla Halcion Gallery (che avverte che il menestrello è anche disc jockey e artista visuale), fino al 2 gennaio 2017 per chi avesse voglia di fare un salto, una mostra di dipinti ricorda al mondo l’ennesima competenza dell’americano che, alla luce di quanto accaduto ultimamente, rischiava di andare perduta. E dunque di non produrre più guadagno. Dylan è sì cantautore-letterato-attore-regista-poeta-premio Pulitzer-premio Nobel, ma anche pittore. Il decatleta (e più) delle arti (se consideriamo l’artista visuale e disc jokey). Specialità che, ci spiega Alessandro Carrera, frequenta con la consueta, insuperabile, maestria. E io aggiungo, unica originalità.

Scrive il giornalista dalle pagine del supplemento letterario del Corriere della Sera:

Dylan spiega la sua concezione del paesaggio americano (…). Soprattutto, spiega ciò che nella sua visione dell’America non entrerà mai. Le <<gigantesche e fredde strutture>> dei centri direzionali, dice, <<non hanno alcun significato per me, nel mondo che io vedo e ho scelto di vedere, non ne fanno parte e non sono ammesse>>.

Prosegue Carrera, sue sole parole:

Se da una parte della strada c’è un campo da golf ben curato e dall’altra parte una casupola di legno, quella baracca gli parla; il campo di golf non gli parlerà mai. Quali sono dunque i soggetti che Dylan ritiene adatti alla sua pittura? Strade, baracche, moli, automobili, bayou (zone di mare e di terra, equivalenti alle barene), binari ferroviari, ponti, motel, autogrill per camionisti, linee elettriche, cortili, tendoni da teatro, chiese, segnali stradali.

Accidenti che sorpresa. Se così non fosse si chiamerebbe Jovanotti e avrebbe inciso La mia moto.

E chi mai ci aveva pensato prima a dipingere l’uomo e i luoghi comuni degli Stati Uniti!? Alla lunga gli americani hanno trovato il contraltare a Edward Hopper, che era tutto un ritrarre grattacieli, istituti bancari, opulenza di transatlantici e dimore da miliardari, goduriosi rappresentanti della bella vita e dell’alta società.

Mi si obietterà che quello che importa non è il “quando”, cioè l’essere primi, ma il “come”. Giusto. Mi si spieghi allora il “come” dell’arte pittorica dylaniana. Dato che natura, gente comune, angoli urbani dimessi, riempiono gli occhi di chiunque voglia confrontarsi con le cose della vita da sempre, e allo stadio più elementare. Che si tratti di poeti pittori, musicisti, cineasti. A tutte le latitudini.

E mi si spieghi “come” e “perché” quei 4 pezzi di ferro flambè (alla fiamma ossidrica) messi insieme da Dylan, oggetto di una precedente mostra allo stesso museo, ne facciano un artista visuale. E mi si spieghi ancora perché Lou Castel, attore di culto sul quale hanno appena realizzato un documentario, ma ama starsene in disparte, parli dei suoi 99 quadri ma non li faccia vedere a nessuno. Figuriamoci esporli a un museo. “Come” ma soprattutto “per cosa”? Per alimentare il proprio ego e farne (e farne fare) soldi. Per dare ai media e all’industria modo di spacciare un po’ di fuffa alla stregua di patrimonio culturale.


Ma Carrera prosegue. Offrendo un parallelo illuminante tra la pittura e la musica e le parole del menestrello:

Nelle sue canzoni nessuno prende l’aereo, nessuno apre un computer, nessuno possiede un cellulare. I personaggi di Dylan aspettano il treno di mezzanotte, si fanno sorprendere dalla pioggia e sono esposti al vento. Se salgono su una nave, è una nave a vela o a vapore. Cercano la bellezza, l’avventura, il sesso, Dio. Li trovano accompagnati da dolore, delusione, abbandono (…).

Dylan mi risultava sfuggente. Ma finalmente ho capito. Sappiate, voi che avete in tasca il cellulare, che viaggiate in aereo, e avete pure l’ombrello, che per voi non c’è speranza. Siete dei cialtroni senz’anima. Pusillanimi edonisti. Bellezza, avventura, sesso non fanno per voi. Figuriamoci la poesia del menestrello. Se può toccare le vostre corde. E quali corde, soprattutto? Pure Dio vi ha girato le spalle. I messaggi satanici oggi vanno ricercati tra le pieghe delle sfiancanti campagne pubblicitarie telefoniche. Ma solo in relazione alla telefonia mobile. I tempi dei vinili rock da fare girare al contrario sono finiti.

Se però in casa avete un telefono fisso col disco selettore, come i personaggi cantati da Dylan, allora una possibilità l’avete. Ma dovete essere uno di quei giapponesi che continuano a vivere nascosti in qualche buco credendo che c’è ancora tempo per vincere la Seconda Guerra Mondiale. Oppure siete morti e ancora non volete ammetterlo. Perché non vedo chi altri possa avere in casa un telefono del genere. E mi risulta che Dylan non ha smesso di incidere nel 1965. Forse si è perso qualcosa. Almeno a sentire La Lettura.

Io sono a metà del guado: ho un cellulare sgangherato che tengo per lo più spento o scarico, e un PC il cui sistema operativo ha ancora un nome in latino. Qualcosa tipo Windowsrum VII. Se e quando gira bene posso trovare un briciolo di bellezza, un cincinino di avventura, e un po’ di sesso di tanto in tanto. Ma solo con una certa gioia. Dolore, delusione, abbandono? Non possono arricchire la mia gretta vita. Per quanto mal messo, il mio è pur sempre un cellulare. Il peccato originale mi ha marchiato in modo indelebile. Inoltre confesso, ho preso l’aereo più di una volta.

Per quanto riguarda la barca a vela, poi, chissà perché mi viene in mente quella di D’Alema, uno  che se la passa male e ha il tipico profilo dell’antieroe cantato dal menestrello. Oppure, per restare in tema di Nobel, quel Franco Modigliani, docente del MIT, vincitore del Nobel per l’Economia nel 1985, che coi quasi 900.000 euro si comprò appunto la barca a vela. Cifra e realizzazione di un sogno anche questo da maleodorante blue collar o affamato hobo dalle scarpe coi buchi.

 Come tutti ben sapete, a breve, il prossimo 10 dicembre, ci sarà la cerimonia di consegna dei Nobel. Ma il “minestrello” – nel libro di ricette non mancherebbero le minestre e le zuppe, e un aggiornamento all’amorevole nomignolo di sempre a questo punto ci starebbe – non si presenterà all’Accademia. Troppi impegni nemmeno specificati. Farà avere un discorso, come al minimo vuole la tradizione. Dal quale si potrebbe trarre un monologo teatrale e un libro da vendere online così come in libreria. Due spicci in più fanno sempre comodo.

Al suo posto Dylan manderà Patti Smith – che c’azzecca poi? – a cantare A Hard Rain’s A-Gonna Fall. Scelta migliore non si poteva fare, intendo la canzone. Perché Carrera ci ha fatto sapientemente notare come i personaggi delle canzoni del menestrello amano farsi sorprendere dalla pioggia e consumarsi tra i reumatismi, piuttosto di annegare banalmente nell’alcol come potrebbe succedere a qualcuno uscito dal canzoniere, chessò, di Tom Waits.

Mi domando se Patti Smith chiederà un passaggio a Franco Modigliani. Stoccolma è sul mare e il ‘navigato’ economista sa come arrivare perché a prendere il premio si presentò. Sarebbe un modo coerente di omaggiare Bob Dylan. Prima di condire un bel giorno la pasta asciutta con le conserve del minestrello.

 

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