Lettere da Berlino
Drammatico/Storico
Vincent Pérez
Brandon Gleeson, Emma Thompson, Daniel Bruhl, Joshua Grothe
Alexandre Desplat
13 10 2016
Germania, Francia, UK
19 10 2106 (Cinema Raffaello, MO)

 

Dal libro di Hans Fallada, una storia che mette in evidenza come anche tra i tedeschi, nel cuore del Terzo Reich, c'era chi rischiava la vita per opporre resistenza al regime.

Una bella prova, soprattutto, dei due antagonisti, Brandon Gleeson nei panni di Otto Quangel che dissemina cartoline che aprono una crepa nella totalitaria solidità del consenso al Furher, e Daniel Bruhl che impersona l'ispettore Escherich che gli dà la caccia.

E un film che grazie alla compostezza con la quale affronta un tema drammatico come il secondo conflitto mondiale, in ottica umana: sul piano personale e familiare, sembra rispondere al montare delle Destre politiche che si stanno imponendo in questi giorni.

Guardare al passato - e ricordare - ci potrebbe salvare da un futuro nero. Appunto.

 

Fa piacere vedere che il buon cinema italiano è ancora ‘vittima’ di qualche plagio, o fonte di ispirazione. Lettere da Berlino ha un incipit quasi identico a quello del bellissimo Placido Rizzotto, film del 2000 di Pasquale Scimeca. Forse un caso, forse voluto così. Ma le similitudini finiscono lì.emma-thompson

Lo sfondo del lavoro dello svizzero Vincent Pérez è quello della Berlino hitleriana del 1940, la storia quella di una coppia che all’inizio del secondo conflitto mondiale perde il giovane figlio sul fronte francese. Da quel momento, Otto Quangel e la moglie Anna (Otto ed Elise Hampel, nella realtà), tagliano il cordone ombelicale col l’apparato nazista, del quale in qualche modo fanno, volenti o nolenti, come tutti del resto, parte – lui solerte capo officina, lei casalinga ma parte di un gruppo muliebre filonazista impegnato a fare proselitismo tra le donne. Recidono ogni legame con la feroce ideologia e ne diventano antagonisti.glesson-writes

È Otto a iniziare la sua personale campagna anti-hitleriana, in un certo senso in modo pacifista: nessun attentato, nessuna violenza, niente armi. Niente armi convenzionali: che lacerano corpi e spandono sangue. Ma parole. Che come elementi chimici, calate nella giusta soluzione, sanno diventare più letali del piombo e della lama, della polvere da sparo. Parole scritte su cartoline disseminate nei luoghi pubblici di Berlino, con messaggi tesi a screditare la facciata dorata e vincente del dittatore e del regime. “Madre, Hitler ha ucciso mio figlio. Ucciderà anche il tuo”. Questo il messaggio della prima cartolina. Poi altre dieci, cento, duecento._DSC1280.jpgAiutato dalla moglie, Otto lancia il suo silenzioso appello che fa più fragore dei bombardieri alleati sulla capitale del III° Reich. Quando le cartoline iniziano a raggiungere la sede della polizia, consegnati dalla popolazione terrorizzata o dai delatori, il caso scoppia solo per dimostrare che il Reich è un gigante d’argilla: un mostruoso apparato lanciato alla conquista del mondo ha paura di un uomo solo che combatte con carta e pennino e inchiostro. Comincia la caccia all’uomo.burhl-with-lugerA quel punto il film diventa in parte poliziesco, con la ricerca spasmodica della primula rossa delle cartoline, in parte dramma storico che tocca anche la ferita mai rimarginata dell’antisemitismo, del mercato nero, dell’orrore sparso a piene mani da SS e sciacalli di varia natura.

Inevitabile la conclusione. Non c’è spazio per il lieto fine. Ciononostante il film riserva un finale a sorpresa.

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Bello e commovente il film. Bravi gli attori. Su tutti l’irlandese Brandan Gleeson (Braveheart, 28 giorni dopo, diversi Harry Potter, A.I. Intelligenza artificiale, Heart Of The Sea), recitazione fatta di poche parole, sguardi tesi, gesti minimi, una massiccia presenza. E l’intenso ispano/tedesco Daniel Bruhl (Good Bye Lenin!, Rush, Bastardi senza gloria, Captain America: Civil War), il poliziotto teso all’adempimento del dovere, nell’orecchio del quale la coscienza comincia a insinuare il dubbio.lettere-da-berlino-poster-2Come accade spesso, i distributori col titolo generano solo confusione. L’originale, tratto dal libro del 1947 di Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen, è Ognuno muore solo, edito da Sellerio. Diventato, chissà perché, quanto mai prossimo a Lettera a Berlino di Ian McEwan. Titolo che è una stupidaggine a prescindere, perché spacciare cartoline per lettere è come confondere la colazione per il pranzo.

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Ho assistito alla proiezione pomeridiana di un giorno feriale. Poca gente, una coppia sulla trentina, tutti gli altri in età da reduce di guerra, appunto. Un peccato che i giovani non siano attratti da questo genere di film, anche se si comprende il motivo. Mi domando dov’è la scuola. Perché non entri nei programmi di studio la visione di una pellicola come questa. Una alla settimana. A sostituire insulse lezioni forzate di religione – sarebbe più esatto dire d’indottrinamento – o perfino di educazione fisica svolta male, giusto per perdere tempo.

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Il cinema ha una forza emotiva fiori dal comune, aprirebbe breccia nella psiche dei ragazzi molto più di tante chiacchiere fatte da un professore stanco, poco motivato, ad alunni altrettanto distratti e annoiati. Non si può mancare di tramandare memorie fondamentali come queste. Una guerra che solo poco più di 50 anni fa ha messo in ginocchio l’Europa, causato milioni di vittime innocenti, scatenato inconcepibili violenze. Una follia. Il ricordo della quale sta sbiadendo con troppa facilità. Troppo velocemente.

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Otto ed Elise Hampel

Cinquant’anni sono un battito di ciglia della Storia. E all’orizzonte si profilano le ombre lunghe di leader dell’estrema destra e dittatori che fanno la voce grossa e proseliti, di muri di frammentazione e depositi di armi stipati. Non è la strada giusta, che stiamo percorrendo.

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