Questa sera dopo un bellissimo tramonto rosso sangue come si addice ai gialli presentati al chiostro, al calare delle tenebre si è palesata in cielo una insolita, fortissima, attività di lampi. Dalla terrazza di piazza Belvedere che domina la valle, in direzione nord-est, lampi giganteschi figuravano una danza schizoide tra una coltre impenetrabile di nubi, foschia e afa. Uno spettacolo impressionante e allo stesso tempo affascinante. Che mano a mano diventava buio assumeva contorni sempre più sulfurei e sovrannaturali. Ci si poteva immaginare che là dietro si stesse combattendo una battaglia tra immense astronavi terrestri e aliene, come in Starship Troopers, una delle sequenze più belle del film di Paul Verhoeven e, forse, di tutti i lavori cinematografici di SF degli ultimi decenni.

Dopo qualche minuto che scrutavo l’orizzonte mi ha rivolto la parola un ometto che avevo già notato altre volte, poiché intento a smanettare, curiosamente, con lo smart phone dirigendolo verso il cielo o in direzione di un determinato punto in fondo alla valle. Con fare indagatore. Rivolgendomi la parola ha constatato con fare filosofico “come siamo piccoli”. Poi mi ha chiesto se mi piacevano l’astronomia, le stelle, e da lì è partito con una tiritera di appigli cosmici – dal SETI, l’ente che si prodiga per la ricerca di vita aliena nell’Universo, all’astronauta Samantha Cristoforetti, passando per l’osservatorio astronomico nei pressi di Medicina, in provincia di Bologna – che non finiva più. Un monologo, meglio un soliloquio, dalle maglie strettissime nel quale sono riuscito a inserire sì e no un paio di frasi smozzicate. Da simpatica, la cosa ha cominciato un po’ a infastidirmi. Non solo per la mancanza di dialogo, ma perché quello strano ometto che avevo preso per un astronomo ha cominciato a darmi l’idea dell’adescatore. E che io avessi l’aspetto del potenziale adescato mi ha preoccupato anche di più.

Per farmi vedere meglio il cellulare si avvicinava di un passo. E io a fare un passo indietro. Esile, i denti che pareva avesse iniziato a stappare bottiglie di birra coi denti sin da bambino, la barba incolta, lo sguardo un po’ vacuo dietro a spesse lenti, un buco nel fianco destro della camicia. Però devo convenire che il cellulare era di prima classe. Oggi il cellulare rappresenta quello che una volta era l’auto di gran lusso. E in certi casi il prezzo è simile. Con il vantaggio che il telefono lo tieni in tasca o in borsetta, per l’auto hai bisogno di un garage che sta diventando merce rara e costosa.

Comunque sia lo smart phone dell’ambiguo personaggio aveva il suo fascino. Uno schermo pieno di app: “Emergenza fulmini”, con la quale abbiamo scrutato sul display il fenomeno dei lampi che continuavano a ramificare in cielo come le vene dei cadaveri del principe di Sansevero; “Emergenza pioggia”, inerte perché non c’era alcuna minaccia di rovesci, e così di seguito: benché non ho visto bene poiché la vicinanza tra di noi cominciava a diventare pericolosa. Sono certo però che non c’era “Emergenza portafoglio: sei al verde”, perché in mia presenza avrebbe innescato ogni tipo allarme, acustici e ottici. Credevo che si trattasse di tecnologia in possesso della ristretta cerchia degli appartenenti al circolo di astronomi o qualcosa di simile. Invece no, sono app che scarichi dal web senza bisogno di alcun tesserino. Ma dico io. Allora sei un millantatore…

Le domande sono diventate più personali – dove abitavo e quando passavo in piazza – e a quel punto ho trovato una scusa per dileguarmi. Forse sto solo facendomi prendere da paure ingiustificate: dove gli altri vedono mostruosi zombie pronti a mangiare l’Italia, gli italiani e tutto il cucuzzaro nei poveretti che arrivano tra barche e barconi, io vedo adescatori tra gli appassionati delle stelle. Siamo figli delle stelle, no?, cantava Alan Sorrenti che da freakettone e capellone progressive si era tramutato in una sorta di parvenu pop-dance.

Forse quel signore dall’aspetto un po’ così – qualcuno ricorda ciò che scrivevo sulla natura/fortuna in occasione del concerto al castello di sabato 6 luglio? – forse quell’ometto, dicevo, è semplicemente una persona sola che aveva voglia di scambiare due chiacchiere innocue, di sentirsi ascoltato, per una volta al centro dell’attenzione, dato che nemmeno gli extraterrestri mandavano segnali. Ce ne sono tante là fuori, quante sono le stelle. Nonostante sia l’era nella quale tutti sono collegati h24, addirittura connessi con la fibra, wow!, eserciti di persone sole brancolano dappertutto, anche quando, singolarmente, sono in mezzo a una folla.

La frenetica attività elettrica lassù in cielo ha continuato a lungo; a tarda notte, in quella zona del cielo era ancora tutta una scarica di saette. Anche più impressionante perché tutta quella potenza che sembrava il prodotto della rabbia degli dei si manifestava in assoluto silenzio. Chissà se l’uomo delle app era ancora sulla terrazza della piazza, a inquadrare la scena e mandare – così mi ha detto – rilevazioni da 500 metri di altitudine – per la precisione 499 – all’osservatorio astronomico che laggiù a valle ha una percezione diversa? Con quei denti che pareva gli ci fosse infilato in bocca, uno di quei fulmini, bruciando e sbriciolando quello che c’era dentro.


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