L'inganno Book Cover L'inganno
Drammatico, costume
Sofia Coppola
Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Angourie Rice, Oona Laurence, Emma Howard, Addison Riecke
Phoenix
21 9 2017
USA
93’
25 9 2017, cinema Raffaello, MO

 

Provo a coniare una regola d’oro alla quale nessuno nel mondo del cinema pare avere ancora pensato: mai azzardare il remake di un film ben riuscito. Non ce la farete mai, ma proprio mai, a superare l’originale. Giudizio che vale anche per L’inganno, che rimette in scena, secondo lo sguardo di Sofia Coppola, La notte brava del soldato Jonathan, bella pellicola del 1971 diretta da Don Siegel e interpretata da Clint Eastwood.

La vicenda di un soldato ferito cui viene offerto rifugio in un collegio femminile isolato dal mondo; ma soprattutto la narrazione di passioni carnali represse, sopite, infine fatalmente risvegliate. Per mezzo di personaggi, di un cast e un copione che non fanno completamente onore al prestigioso premio alla regia che il film ha guadagnato alla Coppola in occasione del Festival di Cannes 2017.

Prima di chiudere avrei anche la regola d’oro numero due: se il film originale è dotato di un titolo perfetto mai cambiarlo. Traducetelo letteralmente. Suggerimento che genera una domanda: perché in Italia, ma proprio solo in Italia, si insiste nel perpetrare questo criminale disegno atto a ‘storpiare’ l’anagrafe dei film in qualcosa di totalmente inappropriato?

Nel caso specifico, quale mente malata si può mettere di tale impegno per rovinare l’efficacissimo e pertinente The Beguiled – Le sedotte – trasformandolo nello stupidissimo, inadatto, fuorviante, L’inganno?
E allora La notte brava del soldato Jonathan (sempre The Beguiled) non è anche peggio?, potrebbe dire qualcuno. Giusto, ma l’abbiamo detto mille volte che gli anni ‘60/’70, nel bene e nel male, restano impareggiabili.

 

Virginia, terzo anno della Guerra di Secessione. C’è una scuola femminile da qualche parte, isolata, abitata da sette donne che stanno dalla parte degli schiavisti: la preside, una insegnante di francese, una adolescente e quattro piccoline. Una di queste, uscita alla ricerca di funghi si imbatte in un soldato nordista ferito a una gamba. Per spirito cristiano e ingenuità infantile la bimba lo conduce all’interno della scuola, e da quel momento niente sarà più lo stesso.

Nicole Kidman

È lo spunto di partenza di L’inganno, una lezione di chimica applicata al collidere dei sessi: prendete un ambiente imbalsamato, inserite al suo interno un elemento in grado di disgregare il tessuto consolidato, e vediamo che accade. Il corpo estraneo è quello del caporale John McBurney, piglio da seduttore navigato che mette in subbuglio gli ormoni del secondo corpo, quello scolastico, al gran completo: insegnanti e alunne che  non possono fare a meno di collidere per attrazione.
Il problema è che si fatica – da spettatori – a prendere sul serio un microcosmo precario sull’orlo dell’annientamento – la scuola in zona di guerra – che pare piuttosto uno sconclusionato convitto per donzelle snob leggermente infastidite perché poco oltre il giardino ci si spara e si ammazza che è una bellezza.

Kirsten Dunst, Colin Farrell

In pieno conflitto – da tre lunghi anni – e in situazione di profondo razionamento, immaginiamo, si consumano candele a ogni cena o saggio musicale come si trattasse di un faro nell’adempimento di segnalazione della costa alle navi in transito; alunne e maestre vestite in ogni momento – anche quando si tratta di zappare l’orto – come in procinto di entrare sulla pista del ballo delle debuttanti. Senza una ciocca fuori posto, una goccia di sudore che ne imperli il viso, una macchia su pizzi e trini. Una scuola regolata dalle leggi del sottovuoto spinto. Il bel caporale dal canto suo non trova di meglio che passare il tempo provando a sedurre qualunque cosa entri nel suo raggio di azione che si muove su due gambe. Per fortuna per il sostentamento c’è l’orto ma mancano le galline.

Il claudicante John però non è furbo quanto crede. Al contrario è un fesso totale: spiana il terreno per un appuntamento nella camera di Edwina, la complessata e impacciata maestrina di francese, dopo avere fatto il galletto con la direttrice Martha; ma insoddisfatto, lungo il tragitto da una camera all’altra, non riesce a fare a meno di un pit-stop nel letto di Alicia, smorfiosa adolescente che si atteggia a primadonna.

Troppe partite giocate in contemporanea: colto in flagrante tutto precipita; tanto gli eventi quanto il prestante yankee che fatto rotolare lungo le scale si frattura la gamba ferita in modo irreversibile. Sarà la direttrice, Martha, forse offesa, a compiere il ‘marthirio’ amputando lo zampino sotto il ginocchio all’insaziabile soldato.

Elle Fanning

Declassato da eccitante aizza-ormoni a menomato nemico nordista, John si trova rinchiuso sotto chiave e impossibilitato a camminare, ma in men che non si dica ecco che in un balzo è fuori dalla stanza chiusa a tripla mandata, e armato di pistola – che Martha aveva nascosto in gran segretezza, come l’ha trovata? – in un solo zompo è in fondo alle scale, precipitato nella sala dove l’attonita scolaresca sta pranzando inevitabilmente agghindata a festa. Da qui in avanti conta solo il finale, che serve per attestare senza replica di come il caporale McBurney era davvero il più fesso del reame. Tanto da domandarsi di come fosse riuscito a sopravvivere a tre anni di guerra. Forse imboscato in fureria.

L’inganno è il film attoriale che per funzionare dovrebbe essere inattaccabile nel minimo particolare, ciò che realizza la credibilità e verosimiglianza dei protagonisti: una manciata di attori in un luogo circoscritto non può, e non deve, fallire un dialogo o una smorfia. Ma al di là di una ricostruzione che indulge alla eccessiva patinatura, su un idealismo iconografico che sa più di Piccole donne assunte in blocco per posare a Cosmopolitan che di Via col vento, Sofia Coppola – premiata a Cannes 2017, bontà loro, per la migliore regia – meglio avrebbe fatto a preoccuparsi con più attenzione della sceneggiatura, anche questa suo compito, che della fotografia da Fantasy.

Elle Fanning, Nicole Kidman, Sofia Coppola, Kirsten Dunst

Un film di attori, si diceva, che però sono come i rumori di guerra che restano subliminali, una eco in lontananza. Nicole Kidman è vitale quanto appare sulla copertina del settimanale femminile F che trovate ancora in edicola. Inquadrata da certe angolazioni non si può fare a meno di pensare che un giorno, quando passerà a migliore vita, prima di tumularla dovranno scomporla in maniera differenziata, per separare la plastica dal resto. La cosa migliore che fa Colin Farrell è zoppicare: tanto lo fa il suo personaggio, quanto zoppicante è l’intera recitazione.

Svetta invece la virginale, acerbamente provocante, subdola nei panni di Alicia, Elle Fanning. Anche su Kirsten Dunst e le rimanenti piccole che si fanno latrici dell’unico vero sottotesto che si riesce a rintracciare nel film: che esista una età dell’innocenza è pura invenzione. Un inganno. Anzi l’inganno. Perché la sentenza comminata al caporale, il come, il supporto fondamentale nella sua applicazione, è soprattutto faccenda delle più piccole, angioletti che sanno fare eccome da demoni.

 

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