L'isola dei cani Book Cover L'isola dei cani
Animazione
Wes Anderson
Wes Anderson
doppiatori: Bryan Cranston, Koyu Rankin, Edward Norton, Bob Balaban, Bill Murray, Jeff Goldblum, Kunichi Nomura, Akira Takayama, Greta Gerwig, Frances McDormand, Jake Ryan, Akira Itō, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Liev Schreiber, Yōko Ono, Frank Wood, Tilda Swinton, Ken Watanabe, Mari Natsuki, Fisher Stevens, Nijiro Murakami, Kara Hayward, Roman Coppola, Anjelica Huston, Courtney B. Vance.
Alexandre Desplat
1 5 2018
USA
101’
17 5 2018, cinema Astra

 

Dopo il film in 3D arriva il cineasta in 3P.

È Wes Anderson: Potente al punto da convincere un manipolo di produttori esecutivi a finanziare un progetto bislacco, così Pazzo da puntare forte su un progetto bislacco, Perseverante fino ad allungare i tempi di realizzazione per girare non solo in stop-motion, il sistema più bislacco e macchinoso che esiste, ma nella modalità, come vedremo, più dura & pura.

Un trafelato ppprodigarsi che Anderson aveva messo in atto nel 2009 per portare a compimento Fantastic Mr. Fox.

 

I risultati della galoppante bizzarria creativa del regista texano però si vedono e che quel più conta funzionano, catturando l’attenzione dello sguardo come capita raramente. In questo senso non c’è computer grafica che tenga: la calda brillantezza dei colori e l’espressività delle animazioni, rappresentino cani o esseri umani, sono in grado tenere testa ai campioni della Pixar e forse fare meglio: perché il ‘tocco’ dei sofisticatissimi software cui si affida quest’ultima non può superare il grado di sensibilità sul quale si fonda un lavoro come L’isola dei cani.
Sensibilità che paradossalmente trova il suo trionfo nel senso di artificiosità della messa in atto, e per ciò che concerne l’apparato narrativo nella bella sensazione di sentirsi in un posto dove ti stanno raccontando una storia punto e basta – e non una ‘vera’ storia, o una storia vera, che non sono la stessa cosa. Con delle implicazioni, certo, ma prima di ogni altra cosa con l’intento di intrattenere ‘favolosamente’.  Art for art’s sake.

Rex e Chief

L’isola dei cani si vanta di fare ricorso alla filosofia dell’unicità del hand made, del laborioso e certosino lavoro compiuto da artigiani del cinema misto a un malsano ma adorabile amore per l’old fashioned; e tutto questo, facendo ancora il paragone con i titoli dei colossi della computer grafica che hanno portato al cinema torme di famiglie – cosa che non succederà per questo film –  mi fa parteggiare per Anderson e le sue scelte contro corrente.

Kim Keukeleire, capo degli animatori, che ha lavorato con Anderson anche per Fantastic Mr. Fox, dice:

La tecnica di base è rimasta uguale nel tempo (…): riprendi, muovi e cambia, ricomincia. (…) Non ci sono effetti realizzati in post produzione se non per la correzione dei colori e cose simili. Per esempio il fumo è stato creato con la bambagia. Wes su questo si è detto categorico.

Il film è stato girato a 12 frame per secondo quando questo genere di animazione ne usa generalmente 24. È questa scelta che rende il movimento dei personaggi meno fluido e caratterizza ulteriormente il lavoro sul quale si sono adoperati trenta animatori.

Atari e la gang dei cani alfa

Non sono meno riusciti vividezza e spessore caratteriali dei personaggi, così come la centratissima fisicità che viene loro conferita, soprattutto dei cani. Essere risucchiati nel vortice di avvenimenti e sorprese rischia di fare perdere la quantità dei particolari disseminati che rendono L’isola dei cani particolarmente prezioso. Viene da suggerire, infatti, di scegliere una poltrona il più possibile vicino allo schermo per non perdere la cura del dettaglio: le lacrime che si formano nelle cavità oculari senza scendere, le pulci che escono e si nascondono nel pelo dei cani, il manto impercettibilmente scosso dall’aria, e tante altre, ulteriormente piccole, sottigliezze.

Kobayashi e il maggiore Domo

Ovvio che ci sia anche una storia. Alla quale Anderson tiene e che per questo maneggia con estrema ‘serietà’, pur in mezzo alle battute e alle situazioni da commedia slap-stick, o da cartone animato dei ruggenti anni della Warner Bros. Sintetizzando, il sindaco della città giapponese di Megasaki firma una legge per mandare sull’isola dei rifiuti che si trova in mezzo al fiume di fronte alla metropoli, tutti i cani che sono stati infettati da un morbo che si scoprirà sparso dalla sua stessa cricca. Tra gli animali deportati c’è Spots, il cane che ha sempre protetto Atari, nipote del sindaco adottato dal primo cittadino dopo che il ragazzino ha perso i genitori in un incidente.
L’indomito dodicenne ruberà un piccolo aereo monoposto per raggiungere l’isola e cercare l’amato amico a quattro zampe. Ma in mezzo a montagne di rifiuti, e come fedeli compagni di un periglioso viaggio tra scheletri di fabbriche, luna park e laboratori diroccati, Atari troverà prima di ogni altra cosa una gang di cani che Chief, il protagonista canino, definisce “maschi alfa” perché nessuno di loro deve sentirsi sopra gli altri; in altre parole fare da padrone.

Spots

Non temano coloro che si trasformano in lupi mannari quando gli si svela il finale, al riguardo non scriverò di più. Anche se Ermanno Cavazzoni parlando del suo ultimo libro – La galassia dei dementi – sottolineava giustamente come non temesse di svelare particolari importanti perché il piacere della lettura e rilettura di un buon libro non consiste certo nella sua soluzione. Fermo restando che in qualunque modo Anderson, autore anche della sceneggiatura, avesse deciso di portare a termine il film, L’isola dei cani è una favola. E una favola, indipendentemente dallo spessore dello strato, ha sempre una patina di glassa spalmata sulla parola ‘fine’.

Chief e Atari

Come ogni favola indimenticabile anche L’isola dei cani che al Festival del cinema di Berlino – la 68° edizione – si è accaparrato l’Orso d’argento per la migliore regia, ha una morale. In realtà più di una. E una delle quali piuttosto zoppicante. Ma consideriamo prima un altro neo. Anderson ha dichiarato:

(…) Volevamo che l’ambientazione fosse nipponica perché l’ispirazione nasce dall’amore per certi film giapponesi.

Quelli di Akira Kurosawa. Buongustaio.

Tracy nel covo degli attivisti pro cani

Perché allora fare della ragazzina che mette alle corde il potentissimo sindaco Kobayashi, colluso con la Yakuza, un’americana in soggiorno di studio nella terra del Sol Levante? Non sarebbe stato meglio accantonare ogni rappresentazione dell’arrogante super-hero a stelle e strisce e conferire il ruolo di scassa zebedei a uno dei tanti piccoletti con occhi a mandorla di contorno? Tracy, inoltre, con l’atteggiamento dell’attivista implacabile, ma soprattutto col piglio della prima della classe, la sola sveglia in una comunità giapponese dove con uno schiocco di dita si spazza via l’opposizione e gli altri sono pronti a piegarsi o farsi menare per il naso, l’americana Tracy, con quei capelli à la Angela Davies che forse non sono un caso, risulta il personaggio più antipatico, o meglio il solo antipatico.

L’interprete Nelson

La morale di seconda fascia, ora. Chief è nero e zeppo di cicatrici come un vendicatore, rissoso e un “cane sciolto”, ribelle ma giusto, un anarchico la cui frase ricorrente è “io mordo”. Insomma bello tosto. Ma nel giro di un lavaggio acqua e sapone si trasforma in un tenerone (quasi) immacolato e ben disposto a diventare il più fedele servo del padroncino Atari. Va bene l’amore per il cinema giapponese e lo spirito di cieca obbedienza del samurai, ma con l’acqua sporca Anderson e Atari buttano via anche il Chief ‘western’, eroe perdente e solitario, quello verso il quale si provava maggiore empatia. Gli autori italiani di Calimero ci sono arrivati cinquanta anni prima, perbacco: “tu non sei nero, sei solo sporco”. Ma il pulcino col mezzo guscio come copricapo restava comunque libero e senza padroni. O almeno non ci hanno mai mostrato il contrario.

Alpha dogs

Al netto di queste considerazioni che possono non interessare il viandante cinefilo della domenica – detto senza offesa, per carità – il più recente film del regista di Houston resta una coraggiosa, gradevolissima, operazione di artigianato dall’essenza retrò, e per questo preziosa testimonianza di un modo – romantico – di fare cinema come sempre più raramente capita di vedere. Non credo che il botteghino lo premierà, già ci sono le prime avvisaglie del mezzo flop. Quindi, fautori del buon intrattenimento, vi esorto a compiere giustizia come fatto da Atari e Tracy in modo transnazionale: anche se alla stregua del tetragono sindaco Kobayashi folleggiate per i gatti, andate a vedere L’isola dei cani, vale il prezzo del biglietto.

Wes Anderson e il cast

Un’ultima cosa sulla versione in lingua originale. Vista anche quella. Si continui pure a raccontare, a proposito di favole, che i doppiatori italiani, come gli arbitri di calcio, sono i migliori al mondo. Ma sentire gli originali, con Anjelica Huston che si presta per pochi mugolii a favore del più debole di una cucciolata che viene allattato col biberon da Atari, ha tutto un altro sapore. Non c’è il minimo dubbio.

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