Sono fuori tempo. Intendo rispetto al fatto su cui mi soffermerò. Ma ho avuto dei problemi che mi hanno stoppato ai blocchi di partenza. Il pc ha tirato le cuoia. Ma morto un computer, dice la saggezza dei popoli informatici, se ne fa un altro. Pur con tutte le difficoltà che implica passare da un  pc che avete stipato per anni di documenti e programmi e dati, a uno nuovo che nonostante prometta mirabilie inizialmente dà più problemi di un figlio con tante potenzialità quanto nessuna voglia di fare bene. Devi aspettare che maturi, che si assesti.

Vengo al punto. Un paio settimane fa tutta l’Italia, un fronte compatto, era col fiato sospeso per un solo evento che offriva spunto per la principale notizia di tutti gli organi di informazione e calamitava l’attenzione degli italiani verso un’unica preoccupazione. Italia vs Belgio agli Europei di calcio? Neanche per sogno. Non c’era radio, tele, cine, porco giornale il cui titolo di apertura non fosse inesorabilmente dedicato allo stato di salute dell’ex Primo Ministro che nessun italiano di età compresa, diciamo tra i 15 e i 90 anni, potrà scordare. Dello statista – come lui stesso si è definito – più importante degli ultimi 150 anni.

Berlusconi

Abbreviato in B per comodità e senso di mistero che ne accresce il fascino, pensate a M di 007 – e senza “.” per metafora, perché alla sua storia non si riesce ancora ad aggiungere un punto definitivo – se dovessi essere io a tracciarne, con mie parole, una definizione, lo descriverei come colui che ha sfidato l’Italia sul ring, a viso aperto ma a suo modo, senza regole, o meglio aggirandole: con l’ausilio di un paio di ferri da cavallo, magari offerti dal ‘famoso’ stalliere che l’imprenditore aveva accolto a braccia aperte dalla Sicilia, quello definito come “eroe” perché non l’aveva inguaiato, giusto a dimostrare quanto fossero importanti per lui – siano importanti, pardon, perché grazie a Dio l’operazione è filata liscia e B si sta rimettendo secondo tabella, parola del principale dello staff che lo ha preso in cura e vedete ritratto nell’immagine di copertina, congiuntamente alle foto di alcuni dei più affidabili collaboratori dello stesso che seguono più avanti nel post  – quanto siano importanti per B, dicevamo, valori tradizionali e morali come la ‘famiglia’. Altrimenti detta clan. Ma queste sono sfumature della lingua.

I ferri da cavallo. Che se ben nascosti nei guantoni aiutano a vincere i match, molto più della buona sorte che possono calamitare, per chi ci crede.

Stampa Italia 2

B, il boxeur che ha sfidato l’Italia e l’ha messa al tappeto con pochi colpi bene assestati. E senza pietà ha infierito. Lo ricordo bene. A terra, esanime, quando ancora l’arbitro le contava i secondi, all’Italia, B strappava di dosso il tricolore della quale l’iconografia la vuole eternamente rivestita, sodomizzandola lungamente tra la sorpresa da una parte e la gioia generale dall’altra. E laddove non arrivava con le doti di natura, ecco che B si adoperava di pompetta, o apparato bio-meccanico se vogliamo usare una terminologia consona allo statista. Particolare, funzionale e ornamentale allo stesso tempo, quello della pompetta, che l’ha reso ulteriormente noto e simpatico al popolo. E il popolo, si sa, è sovrano.

Vittorioso e spettacolare, B, più di Mohammad Alì: mentre questo si faceva nemici gli americani a forza di slogan pacifisti e di prese di posizione antimilitariste, quell’altro, il nostro campione, ingrossava le fila dei fedelissimi sostenitori – nonché servitori – a forza di irresistibili barzellette a base di gnocca (impareggiabile stratega!), figure escrementizie a raffica alla presenza dei notabili di mezzo mondo, e anche meglio raggranellando più scandali, processi e condanne, per reati di ogni genere, di quanto gli Abba mandavano singoli sparati al numero 1 delle classifiche di vendita negli anni ‘70.macellaio 1

Fatto questo semplice esercizio di memoria, per quanto sommario, sono sbigottito dall’unanime – servile – interesse di una nazione, quell’Italia dallo sfintere ancora fortemente infiammato, per le sorti di un ottantenne debosciato che si dava oramai per spacciato, per lo meno politicamente, forse anche socialmente, messo in dubbio perfino nella solidissima condizione economica che una volta si favoleggiava eterna come l’Impero Romano. Che appunto è caduto. Ne sanno qualcosa i tifosi del Milan. Della borsa chiusa, non dell’Impero.

Per unanime interesse intendo le testimonianze di solidarietà espresse con ardore da chi faceva di B, quand’era ancora in sella a schiena dritta e con la pompetta in pressione, il nemico dei nemici. Penso a certuni che fanno parte delle mie ‘amicizie’ su Facebook, che hanno scritto – sintetizzandone il pensiero – “io sono sempre stato contro, però ora che deve passare sotto i ferri non posso che augurargli il meglio”.

Ma perché no?, visto che tali ‘amici’ si prodigano quotidianamente, senza sosta, per fare auguri, accendere ceri e pregare per tutti coloro che ogni giorno – siano essi pensionati, disperati, diseredati, senzatetto, malati terminali, dementi senili, Cipputi qualsiasi devastati dal Parkinson o altra malattia – si mettono in posa per essere stagliuzzati e se sopravvivono ricuciti? Magari da un apprendista, mica dal luminare che costa quanto un appartamento per l’olgettina.butcher-1960s-3

Lo vedo che accatastano post su post di questo genere. Per tutti, senza distinzione. Democraticamente. Perché non dovrebbero farlo per B, che forse ha smesso di mettere soldoni a badilate nelle tasche di calciatori viziati per farli invece arrivare, a seguito della lucida e disinteressata saggezza che proverbialmente porta in dote l’età avanzata, a torme di ben più meritevoli ricercatori affaccendati nascosti in antri bui e sulfurei, tra pentoloni di rame ribollenti di prodigiose miscele e becchi di Bunsen buoni almeno per dissipare l’umidità: categoria tanto importante quanto bistrattata; ché in fin dei conti è da loro che può arrivare una versione aggiornata, 2.0, digitale, con scheda di memoria, forse wireless, della pompetta.

Che generosità, che bontà d’animo, che afflato di superiore cristianità: penso agli ‘amici’ di Facebook, e ovviamente al sottoinsieme degli ‘amici’ degli ‘amici’ che si uniscono in un incomparabile coro di voci bianche, anzi immacolate: “bravo, è così che si fa”.

Noi non siamo come loro. Noi siamo i buoni. B è un essere umano. Umano? Vivente. Vero. Com’è vero che è un essere vivente il virus dell’ebola.

Ma c’è che ha fatto di meglio. C’è sempre. Un vero asso della tribù dei “Noi non siamo come loro”. Il quotidiano nazionale Il Giorno, il 14 giugno, alla vigilia della storica data che poteva mettere nelle mani di B un biglietto di sola andata per il Pensionato Stabile del Creatore – ma questo solo nelle drammaticamente irrealistiche cronache dei clowneschi organi di informazione nostrani – ha letteralmente offerto carta bianca a Valter Weltroni perché l’occhialuto intellettuale romano esprimesse, con impareggiabile forza, un grado di solidarietà e stima che i migliori ‘amici’ di Facebook se lo sognano. Con una padronanza di linguaggio, inutile ricordarlo, irraggiungibile ai più – vedremo più avanti con quale dimestichezza Valter volteggi tra le arti –  egli scrive, concetto più parola meno: “Inaudito pensare che nell’odierno clima, in un momento come questo, di violenza, odio, risentimento… io non possa che augurare il meglio al mio vecchio dirimpettaio politico…”, e via di questo passo. Insomma, come gli epocali Red & Toby, Valter e B nemici amici.walter-veltroni-jovanotti

Finale edulcorato che ci starebbe anche, tra gente onesta, avversari corretti, contendenti rispettabili. Ma da una parte abbiamo un fuoriclasse dell’arte del proprio tornaconto – ottenuto con tutti i mezzi e alla faccia del resto del mondo – e dall’altra… già, dall’altra parte chi abbiamo?

Valter Weltroni: uno che in virtù del fatto di essere figlio di un potente dirigente RAI – morto prematuramente e quindi doppiamente ‘meritevole’ di favori postumi – e nipote di un ambasciatore jugoslavo in Vaticano, doppia combinazione vincente, ha avuto giocoforza un percorso di vita che potremmo eufemisticamente definire in dolce discesa. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: e riconosciamo che il nostro uomo è dotato di un intelletto talmente sfaccettato e prorompente da permettergli di partorire capolavori nella misura in cui una contadina dell’Agro Pontino dell’inizio dello scorso secolo dava alla luce figli da iniziare ai campi. Saggi eccitanti sin dal titolo come Io e Berlusconi (Editori Riuniti) o La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi (Rizzoli); romanzi imprescindibili per originalità come Ciao (Rizzoli), nel quale Weltroni immagina di dialogare col padre: geniaccio!, un esercizio retorico mai pensato in precedenza da altro scrittore.

(Che nel mio immenso cinismo si traduce in questi termini: possibile che non ci sia uno che abbia il pudore di trattenere un ricordo così intimo per sé stesso? È davvero necessario, in ottemperanza a un distorto senso di amore/omaggio/ricordo, che più onestamente andrebbe definito come presunzione/ millanteria/immodestia, mettere in piazza ogni cosa, anche la più personale? A quale scopo?: perché il tuo papà, come il Dash che lavava più bianco, è più papà del papà di un Cipputi? O perché esisti – e questo vale anche per i ricordi – solo nel momento in cui gli altri vengono messi al corrente della tua esistenza? Una esistenza che non sia/sia stata messa in piazza, immortalata dai selfie, autorizzata dal riconoscimento generale, pubblicamente ostentata è una non-esistenza? Non ha valore?
Se non pubblico sui social, il 19 marzo di tutti gli anni, la foto seppiata di mio padre, e non mi affanno a raccontare in giro, agli ‘amici’, così che anche gli ‘amici’ degli ‘amici’ in una serie di ‘cerchie ego-concentriche’ sappiano quanto importante sia stato nella mia vita, e quanto l’ho amato, e aggiungo una bella poesiola scritta di mio pugno quand’ero adolescente e innocente, o anche meglio uso una citazione ad effetto, se non faccio questo allora mio padre non valeva niente? Non è mai esistito? E se non scrivo il libro su mio padre, gli avrò davvero voluto bene? Sarò stato un buon figlio? E lui mi proteggerà dall’al di là? Oppure sarà autorizzato a distrarsi, e così finirò sotto il tramvai attraversando la strada?).

veltroni ciao

Qualcuno potrebbe obiettare che non è l’originalità che fa un libro. Sono d’accordo. Vediamo come ha accolto Ciao il critico e scrittore Christian Raimo:

Come tutti gli altri libri di Veltroni, anche questo è scritto in maniera piuttosto sciatta, antiletteraria. Lo stile è spesso quello di una mail di una persona mediamente colta, che produce purtroppo un’aggressiva sensazione di kitsch perché continuamente aspira a essere alto, attraverso una quantità smodata di citazioni, osservazioni sociologiche abbastanza banali, metafore non azzeccate, lessico finto-aulico.

(Minima et Moralia, 17 novembre 2015).

Ma Weltroni non si ferma alla scrittura tout-court, saggi o romanzi che siano. Inventa slogan epocali come I Care, che ha mandato in confusione un esercito di ultrasessantenni che nei bar della provincia emiliana vanno di briscola, scaracchi e bestemmie in dialetto, e quella volta invece di andare a votare hanno lasciato stare perché pensavano che I Care fosse la campagna di lancio di un nuovo Apple, roba diretta ai loro nipoti. E poi Valter è un cineasta. Che ci invidia il mondo: il suo I bambini sanno, del 2015, ultima fatica (sic!, ma in gergo si dice così) è stato descritto da La Repubblica in modo sontuoso:

Il docufilm di Valter Weltroni al cinema dal 23 aprile. Conversazioni con ragazzini fra gli otto e i tredici anni, di ogni ceto sociale, religione, identità culturale, intervistati in tutt’Italia. La vita, l’amore, la famiglia, la crisi, il futuro, i sogni. “È quel tempo della vita in cui si diventa ciò che poi si è”.

Commovente.

Peccato che l’hanno fatto in decine… decine di anni prima… in qualche modo anche il Mago Zurlì allo Zecchino D’Oro. Ma stabilitone lo spiccato senso per l’arte, da interdisciplinare uomo vetruviano capace di soddisfare gli appetiti dell’anima con piatti succulenti come pochissimi sono in grado di approntare, sul fronte così scevro di poesia ‘del fare’ che tanto piace alla sinistra renziana, dato che in fin dei conti Valter Weltroni nasce e si è speso a lungo da politico di sinistra, come la mettiamo?
Con un assaggio del Weltroni sindaco di Roma, la sua amata città: che – secondo la trasmissione televisiva Report, fonte attendibile quanto libera – con l’approvazione del nuovo Piano Regolatore ha dato modo ai palazzinari  di edificare 70 milioni di metri cubi di cemento, per una scomparsa di territorio naturale pari a 15.000 ettari (un’area superiore a quella dell’intero comune di Napoli).

Ammetto di non avere visto il toccante I bambini sanno, e cosa anche peggiore di non essermene mai pentito, ma mi chiedo se una delle domande rivolte ai coscienti pargoli potesse essere del tenore:

“Simpatico ragazzino, sei contento del bel centro commerciale che per merito mio sorgerà sul campetto dove fine a ieri andavi a giocare a pallone con gli amichetti? Su, non fare quella faccia triste, che prima ti infangavi tutto e mamma non era per niente contenta. E poi magari sei pure romanista, o peggio laziale. Che la Juve è la mia squadra, e la squadra della Fiat, che c’ha bisogno di strade e parcheggi asfaltati per vendere macchine. Và, dai, che liberisti e progressisti si diventa da piccoli. E col comunismo non si vincono le elezioni, e nemmeno i campionati di calcio”.23-madri-ditalia-3

Per farla breve, la migliore descrizione di Valter Weltroni la dà lui stesso il 4 maggio 1988, in occasione della conferenza stampa indetta per rendere pubblici gli accordi sottoscritti tra Fininvest e la TV di stato russa.

B: Noi non abbiamo cattivi rapporti col Partito Comunista Italiano, e cerchiamo di averne sempre di migliori.
Weltroni: Intendo rivolgere a Berlusconi due complimenti sinceri, di stima… Il primo per la sua capacità di imprenditore che è riuscito a “inventare” un settore. Il secondo complimento va alla sua capacità di avere imposto, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi delle decisioni politiche in un settore così delicato come quello in cui opera….

(Il baratto, pag. 331, edizioni Kaos, 2008).

Bravo Valter. Nonostante inforchi lenti spesse come le porte dei sotterranei di Fort Knox, ci vedi come Mr. Magoo.

magoo

Volevo farla breve ma non è ancora finita, non del tutto. C’è un ultimo, davvero ultimo, aspetto del Valter che mi preme mettere in luce. Un po’ come il suo amico B, Valter si intrufola in tutti i buchi che trova disponibili, e sono tanti. Senza pompetta, s’intende, ma con la penna.

Quotidiani, quotidiani sportivi, periodici femminili, tutto quello che viene, a pagamento, ovviamente. Lo dichiara il ministro Santanché che si è buttata nell’editoria a suo modo, smettendo di stipendiare i collaboratori dei giornali che le ‘appartengono’. Fanno così i politici/imprenditori che vogliono il bene di questo paese. Che si danno da fare giorno e notte per creare posti di lavoro. E quelli diversi da noi votano. Ma che anche noi potremmo votare, proprio per dimostrare loro che essendo noi diversi, come non potremmo mai volere il male dei nostri nemici, allo stesso modo potremmo sostenerne il bene. Porgere l’altra guancia con il voto alle urne, dopo avere offerto lo sfintere ad libitum, potrebbe mandare in confusione – in modo pacifico, civile, cristiano, apprezzabile dagli ‘amici’ social –  i nemici, e porli al centro di una crisi di identità, spiazzarli, metterli in difficoltà, ma in modo non violento. Noi che non siamo come loro siamo per la pace. Io che tengo un piede nella staffa e l’altro fuori, talvolta sono anche per il requiescat in pace.

Ma tra questi – i collaboratori a compenso zero dei giornali della Santanchè – c’è anche il povero Weltroni che la nobil – d’animo – imprenditrice ha messo di fronte al fatto compiuto con una telefonata, personalmente, del resto la classe non è acqua, e qui ci si stupisce di come la Santanchè non sia ancora morta annegata: “Valteruccio, in questo clima di violenza, odio, risentimento, non posso fare a meno di augurarti il meglio, ma anche di non pagarti quanto scrivi per Ciak. Se ti va di continuare dovrai farlo aggratis. Hasta la victoria siempre, bello”.Che_Guevara_Veltroni

Qualche tempo fa ho provato a vedere se si poteva scrivere per Amica. Mi hanno detto, più o meno, “caro amico, la trippa è finita. RCS è in vendita, i topi che non abbandonano la nave li gettiamo a mare noi”. Messaggio criptico, che avranno voluto dire?

Ma se poi vai a sfogliare il magazine, ci trovi su la rubrichetta puntualmente scritta da Valter. Pagata. Lautamente. Perché non è che Weltroni si fa prendere per il culo da tutti. Passi la Santanchè, valorosa oppositrice della fazione avversaria (?) alla quale non si può che augurare il meglio ogni qual volta smette un pezzo di carne per sostituirlo con plastica di quella buona, ma anche da RCS, Mondatori e tutti gli altri sarebbe francamente troppo.

In tutto questo però ci vedo la coerenza del politico di una volta, di quelli seri, che non mollano mai. La sedia. Le sedie. Che occupano l’intero scompartimento di 6 posti: su uno ci mettono il culo, su uno il cappello, su uno la 24 ore, su uno il giornale, su uno il supplemento del giornale, su uno la copia di Io e Berlusconi che avevano nella 24 ore. Un uomo entra e prova a sedersi: “Ma che fa? Non vede che è tutto occupato?”. Cafone.

Un uomo un voto. Ok.
Perché non un uomo un posto di lavoro?
Invece che 9 a spasso e uno con dieci occupazioni.

I Weltroni nella vita hanno messo da parte tanto denaro che non riusciranno a consumarlo tutto: una parte andrà seppellita insieme a loro, e a quel punto la tomba di Nefertiti sembrerà un garage dove infilarci la Panda. Ciononostante non si fanno da parte: non fosse mai che un pubblicista, un freelance, un collaboratore, un giornalista, un pennaiolo sfigato senza santi in Paradiso, un amanuense, davvero bisognoso di guadarsi la pagnotta a suon di pezzi pagati una miseria, trovi un posto vacante.

Quindi, a fronte di tutto questo, e molto altro che vi risparmio ma non sposterebbe l’ago della bilancia, se B a ottanta anni suonati, uno che ha fatto danni incalcolabili, fosse sfortunatamente passato all’altro mondo – per un intervento che oramai potrebbe fare il meccanico di qualunque officina in grado di distinguere un carburatore da un Kalashnikov – dico la verità, me ne sarei fatto una ragione.Dexter-4

Io mi sento – in parte – parte dei “Noi non siamo come gli altri”: nonostante ciò, se la fine di un naturale ciclo di vita, o un oculato lavoro di studio e scientifica nettezza, ci liberasse, per sempre, di creature viventi come ebola, peste, malaria e similari, anche in giacca e cravatta, dormirei comunque sonni tranquilli.

Ma bando ai pensieri tristi: B è vivo e vegeto! Presto rispunterà pubblicamente, carico di ottimismo e progetti eccitanti, com’è nella sua natura. E magari via RCS ci regalerà un impedibile best seller: Io e Weltroni. Con prefazione – il cui compenso andrà stabilito con l’agente letterario – dell’impareggiabile Valter.

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