Con quel cappello a tesa larga, i capelli lunghi, argentino, Leandro Josè Barbieri – detto Gato – da giovane offriva l’immagine del  gaucho che avesse deciso di battere la Pampa con un sax, strumento sinuoso che come un cavallo va domato con sussurri, fermezza, empatia. Poi, invecchiando, complice una sciarpa che non mancava quasi mai, gli occhiali sempre più pesanti, sapeva di regista, tipo Fellini, o lo stesso Bernardo Bertolucci al quale si vuole legato in modo indissolubile.

Del resto, nonostante gli oltre 30 dischi ‘in proprio’, e collaborazioni con luminari come Don Cherry (tra 1965 e il ’66), Gary Burton (’67), Dollar Brand (’68), Alan Shorter (’68) – fiatista di Free Jazz fratello del più noto Wayne fondatore dei Weather Report -, Charlie Haden (’69), Carla Bley (’71), e ancora Steve Lacy, Chico O’Farrell, Lonnie Liston Smith, Stanley Clarke, Airto Moreira, anche Santana, è il cinema ad avere consegnato universale popolarità al sassofonista di Rosario classe 1932, che già nel 1953 faceva parte dell’orchestra di Lalo Schifrin, uno che con le colonne sonore ha messo in fila quattro Grammy Award e sei nomination agli Oscar, scrivendo le musiche tra gli altri per Nick Mano Fredda, Bullitt, e il tema di Mission: Impossible.

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Per uno, Gato Barbieri, che ha frequentato la sala di registrazione dall’inizio degli anni ’50 al 2009, quando quasi ottantenne registrò New York Meeting, il suo ultimo lavoro, venire identificato con il commento per un film potrebbe risultare riduttivo, non fosse per il fatto che quella musica, quel tema, quell’interpretazione, hanno quel ‘qualcosa’ che annulla ogni informazione che àncora la musica a una pratica terrena. Tempo, battute, modi, i numeri che ne sono alla base spariscono, trasformandosi in un momento di magia. Pura. Robert Fripp avrebbe fatto riferimento alla ‘Fata’, più volte tirata in ballo riguardo la storia dei suoi King Crimson.

La ‘Fata’ è la Musica che prende possesso del musicista per trovare via di sfogo. Davvero, come prende vita un momento di questa intensità? Sono gli Dei che per esprimersi, ma non essere colti in flagrante prendono le sembianze di umani burattini di carne, come ci ha insegnato la mitologia? Qualunque sia la meccanica della genesi della colonna sonora di Ultimo tango a Parigi, quella frase di sax, reiterata e rimodellata fino in fondo, prende letteralmente alle budella, scuote nel profondo, affonda nel petto come per strizzarti il cuore ed estrarne spremuta di turbamenti. Killing me bleeding softly.

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Togliete a Ultimo tango a Parigi la musica è non rimarrà molto. Attori più spaesati dei personaggi che interpretano, un film confuso che ha guadagnato popolarità dal putiferio scatenato da un po’ di burro che avrebbe trovato miglior utilizzo nella cottura di un paio di uova al tegamino, in una Italia che nel 1972/’73 si contorceva in un contesto socio-culturale degno di 700 anni prima, con l’inquisizione che mandava al rogo la pellicola.

La colonna sonora di Ultimo tango a Parigi valse a Barbieri un Grammy Award. Agli Oscar per quel giro, per quel film, furono candidati Bertolucci alla regia e Brando come attore protagonista. La cinquina delle nomination per la musica vide protagonisti Marvin Hamlisch che vinse per Come Eravamo, John Williams (Un Amore Da 50 Dollari), Georges Delerues (Il Giorno Del Delfino), Jerry Goldsmith (Papillon), John Cameron (Un Tocco Di Classe). Nel 1976, Tom Scott, all’interno della colonna sonora di Taxi Driver, consegnò a Bernard Herrmann qualcosa di molto molto simile a quanto fatto dal sassofonista argentino, al punto che l’ispirazione, anche se mai affermato per quel che ne so, sembra palese. Ma se togliete la musica Taxi Driver resta comunque un film da storia del cinema.

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Gato Barbieri quando lavorò con Bertolucci aveva già un profondo legame con l’Italia. Lasciò il segno su “Sapore di sale” di Gino Paoli, ha suonato insieme a Enrico Rava, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso, Giorgio Gaslini. La sua prima moglie era italiana. Nel cinema Gato aveva già dato una mano a Pier Paolo Pasolini relativamente ad Appunti Per Un’Orestiade africana.

Seguirono Pino Daniele e Antonello Venditti, del quale nobilita Modena, l’ultima bella canzone scritta dal romano, l’ultima di un passato più che dignitoso: “Con le nostre famose facce idiote eccoci qui…”, fa l’apertura. Avesse visto come si sarebbe trasformato negli anni, l’autocritica delle “famose facce idiote” gli sarebbe parsa un complimento. Una nota da mettere in evidenza sulla carta di identità, alla voce ‘segni particolari’.

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Quando voglio raggiungere un obiettivo, musicalmente, quello è il punto nel quale sarò in grado di esprimere ciò che ho dentro attraverso lo strumento, in maniera tanto naturale quanto mi è respirare. Adesso, prima hai un’idea e poi cerchi di darle corpo. Il mio sogno è di eliminare quel passaggio del processo, in modo che la musica fluisca istantaneamente, che la musica sia così naturale che l’altra gente reagirà ad essa con la stessa naturalezza con la quale è stata fatta (…).

Questo diceva Gato Barbieri nel novembre 1973 a David Fenton, dell’Ann Arbor Sun.
Magia, appunto.

 

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