Mr. Holmes
Investigativo (sui generis)
Bill Condon
Ian McKellen, Laura Linney, Milo Parker, Hattie Morahan
Carter Burwell
19 novembre 2015
UK, USA
4 12 2015 (Cinema Astra, Mo)

Un film delicato, quasi fragile, come sono i due personaggi principali – l’ultranovantenne in difficoltà e il piccolo figlio della governante –, protagonisti di una storia che, sembra strano visto le premesse, concede più attenzione ai rapporti interpersonali, ai sentimenti, alle riflessioni filosofiche più che speculative, rispetto all’investigazione, o all’azione che latita del tutto. Quasi che fosse un film à la James Ivory, del quale a tratti ha la cadenza e gli sfondi, ben confezionato, attento alle formalità stilistiche, oculato nei dettagli.


Da Piramide Di Paura
(1985) a Mr. Holmes (2015), con tutto quello che c’è stato di mezzo, forse il cerchio della narrazione che riguarda Sherlock Holmes si chiude. Nella pellicola di Barry Levinson l’investigatore inglese è un adolescente, nella sua più recente avventura diretta da Bill Condon, Holmes ha 93 anni. A un passo dalla morte. Intendo dire che per quanto sia impossibile pensare che il personaggio venga definitivamente accantonato, non dovremmo vedere Holmes in braghette corte alle prese con Lo Strano Caso Del Marshmellow Indurito, e all’estremo opposto un Holmes concorrenziale a Matusalemme arrovellarsi nella lenta risoluzione, da incontinente, di Il Mistero Del Pannolone Assassino.

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Se avete visto l’Holmes al testosterone di Guy Ritchie, quello di Sherlock Holmes (2009) e Gioco Di Ombre (2011), pensate a qualcosa di esattamente agli antipodi. Lo suggerisce lo stesso titolo: in Mr. Holmes, quasi tutto ruota attorno al signor Holmes, il detective passa in secondo piano.

Questo è un film delicato, quasi fragile, come sono i due personaggi principali – l’ultranovantenne in difficoltà e il piccolo figlio della governante –, protagonisti di una storia che, sembra strano visto le premesse, concede più attenzione ai rapporti interpersonali, ai sentimenti, alle riflessioni filosofiche più che speculative, rispetto all’investigazione, o all’azione che latita del tutto. Quasi che fosse un film à la James Ivory, del quale a tratti ha la cadenza e gli sfondi, ben confezionato, attento alle formalità stilistiche, oculato nei dettagli.

Infatti lo strombazzato sottotitolo Il Mistero Del Caso Irrisolto nell’originale non esiste. Come spesso accade in Italia, è il richiamo suonato dai distributori furbetti per avvicinare le anatre, i fan irriducibili dell’infallibile risolutore di enigmi, gli accaniti del giallo che focalizzano sul caso e trovano soddisfazione nello scoprire il colpevole in anticipo al finale.

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Il sottotitolo sui poster dell’originale non c’è perché nel film non c’è un caso rimasto in sospeso. Il mistero risiede nella memoria di Holmes che vacilla, che grazie all’aiuto del piccolo Roger ricorderà perché trent’anni prima ha deciso di ritirarsi nella sua ricca dimora ad allevare api, adagiarsi agli ozi del mare e alle risorse agresti della sua tenuta.

Mr. Holmes non è però un film soporifero. Al momento opportuno vengono disseminati, con perizia e in dose sufficiente, gli ingredienti che, pur non essendo i fuoco e fiamme sprigionati da Downey Jr. e Law, appassionano e rendono la visione imprevedibile in modo funzionale al tipo di opera che è: Holmes che veste il cilindro invece del berretto da cacciatore, non fuma la pipa; che snobba i romanzi scritti da John Watson che non compare mai e si è sposato; che va a vedere al cinema un film che ripropone – metanarrativamente – con diverso finale, proprio la vicenda che stiamo vedendo noi spettatori: a proposito, nella breve sequenza del film nel film, l’Holmes dello schermo nello schermo è interpretato proprio da quel Nicholas Rowe, la cui carriera non è mai decollata, di Piramide Di Paura; infine l’Holmes che non coglie l’occasione, l’ultima, di risolvere il  caso più importante della sua vita. Quella sentimentale.

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Su un cast generalmente buono, si staglia Ian McKellen con quel nasone da segugio com’è Holmes, noto anche ai ragazzini nei panni di Magneto, fiero antagonista degli X-Men, e di Gandalf nella trilogia di Il Signore Degli Anelli. Ma Laura Linney (una serie lunga così di film importanti, da The Truman Show a Mystic River), il baby Milo Parker, la bella Hattie Morahan che somiglia in modo sorprendente alla giovane Margherita Buy, non sono presenze di solo contorno.

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C’è una unica incongruenza che stona. Holmes si reca in Giappone, nel 1947, alla ricerca del Fiore di Pepe, una spezia che dovrebbe aiutarlo a contrastare l’amnesia senile che lo fiacca. E raccoglie ciò che gli serve con l’aiuto di un ospite giapponese, una presenza pretestuosa che apre un secondo pseudo-caso sul quale fare luce. La stranezza – chiamiamola così – consiste nel fatto che sullo sfondo della scena campeggiano gli spettrali resti del Gembaku Dome, oggi noto come Memoriale della Pace di Hiroshima. L’edificio più vicino – a soli 150 metri – al sito dello scoppio della bomba atomica lanciata due anni prima, che riuscì a mantenere in piedi qualche muro e il caratteristico scheletro metallico.

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Dunque, giudicando a occhio e croce, nei semi di quella pianta avrebbe dovuto esserci un livello così alto di radiazioni da trasformare Holmes – e qui si chiude un altro cerchio – in Magneto.

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