Nebraska
Drammatico, Commedia
Alexander Payne
Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk, Stacy Keach, Missy Doty, Devin Ratray, Rance Howard, Mary Louise Wilson, Angela McEwan
Mark Orton
16 1 2014
USA
14 8 2016 (TV, Rai 3, Formigine)

 

In un perfetto altalenare di mood, Nebraska passa senza scossoni dalla laconica lettura delle carte a due generazioni a metà tra un futuro incerto (i figli) o disperato (i nipoti), allo sfogliare l’album delle fotografie della generazione dei padri che lascia dietro di sé polvere, tumblewood, e sogni infranti; dallo sconforto per la confessione di segreti e rimpianti che potevano cambiare le sorti di una vita, a momenti di pura commedia: nella scia di certi film dei fratelli Cohen o perfino del corrosivo, grottesco, surrealismo di Cinico TV dei nostrani Ciprì e Maresco.

 

“Facciamo che vale…”. Si diceva così, da ragazzini, no?, quando si iniziava un gioco. E si stabilivano delle regole, sempre nuove, sempre diverse. Facciamo che vale anche il film visto alla TV? Ma sì, dai. Che per parafrasare Dalla, si esce poco la sera compreso quando è festa. E la lista dei film di cui parlare – tra me e me – da ricordare quando sarò vecchio e rimbambito come Woody Grant, il protagonista di Nebraska, langue da troppo tempo. Inoltre, su RAI 3 – benemeriti!, tra radio e TV – è come al cinema di parecchi anni fa, quando c’era solo l’intervallo per fare pipì, e loro (i vicini di posto) comprare gli odiosi bibita e pop-corn.

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Nebraska, si diceva. Storia minimalista à la Raymond Carver, fatta di piccole cose marginali che diventano centrali nella vita della piccola gente, girata in un bianco e nero spinto sul contrasto. Le peripezie cui va incontro un anziano pensionato, alcolizzato, mezzo suonato, nell’intestardirsi a volere raggiungere, partendo dal Montana, la lontana Lincoln, cittadina del Nebraska nella quale lo aspetta un milione di dollari di premio: nulla di più in realtà, della solita scemenza per indurvi a sottoscrivere l’abbonamento a una rivista.

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Ma Woody, un uomo alla deriva, emarginato dalla stessa famiglia – la moglie inacidita ed esasperante, i figli che lo considerano, non a torto, un impiccio – non vuole sentire ragione. Parte in tutti i modi per riscuotere il suo premio, e ogni volta lo riconducono alla base: fino a quando David, il più giovane dei figli, si decide ad accompagnarlo a destinazione come si trattasse di una scampagnata di un paio di giorni, nell’intima speranza di convincerlo, lungo il tragitto, a rinunciare alla folle pretesa. Il film diventa così un road movie, una lunga ‘cavalcata’ (John)fordiana nel cuore dell’America ‘vera’, scriverebbe qualcuno; quella della provincia in piena crisi economica e di valori. Fordiana per l’uso importante del paesaggio, di una natura che appare come testimone impassibile ma tutt’altro che epica, nel suo rigoroso distacco nei confronti di un’antologia umana campione di miserie.

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C’è anche il Peter Bodganovich di L’ultimo spettacolo, però, perché tra un bianco a volte accecante e il nero, mano a mano il grigio prende il sopravvento: il colore dominante di quei miserabili centri dove la vita si è fermata in un’istantanea, come  in una cartolina trattenuta allo sportello del frigo da una calamita. Là (ne L’ultimo spettacolo) era la gioventù che si consumava nel vuoto di un futuro negato – e slegato – da un passato dignitoso, qui è la fase finale di una vita inaridita che ha sputato via ogni barlume di empatia, come si fa con un tocco di tabacco biascicato troppo.

I parenti, gli amici e i conoscenti di una volta, poco più che fantasmi, (ri)prendono vita solo quando intravedono la possibilità di accaparrarsi, con le buone o le – maldestre – cattive, quella fetta di una torta che non esiste. Messi alle corde di quel provinciale mondo che credevano di conoscere, ma invece si offre nella sua peggiore veste, Woody, la moglie e i figli ritroveranno lentamente, a fatica, una coesione che non ricordavano di avere, e forse mai avevano avuto.

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Ma il film non è una tragedia di impianto classico, tutt’altro. In un perfetto altalenare di mood, la vicenda passa senza scossoni dalla laconica lettura delle carte a due generazioni a metà tra un futuro incerto (i figli) o disperato (i nipoti), allo sfogliare l’album delle fotografie della generazione dei padri che lascia dietro di sé polvere, tumblewood, e sogni infranti; dallo sconforto per la confessione di segreti e rimpianti che potevano cambiare le sorti di una vita, a momenti di pura commedia: nella scia di certi film dei fratelli Cohen o perfino – nelle fissità di in un paio di lunghe inquadrature, gravide di corpi e volti grotteschi, che hanno per centro il salotto di casa di uno dei fratelli di Woody, dove tutti gli uomini della famiglia riunita stanno guardando la partita di basket – del corrosivo, magistrale, surrealismo di Cinico TV dei nostrani Ciprì e Maresco.

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E dire che per girare, in fase di casting si era sparato alto: per il ruolo del rintronato e trasandato Woody ci avevano provato con Gene Hackman, Robert Duvall, Robert Forster, e Jack Nicholson con il quale Alexander Payne, il regista, nel 2002 ha girato l’altrettanto bello A proposito di Schmidt. Per quello del figlio David, la lista dei nomi comprendeva Paul Rudd (Noi siamo infinito, Ant-Man), Casey Affleck e Matthew Modine. Doveva andare così, perché tutti – da Bruce Dern a Will Forte (nella parte del sentimentale David), dalla vecchia gloria Stacy Keach (il velenoso Ed Pegram), a June Squibb (l’esilarante moglie di Woody), e giù fino in fondo a Tim Driscoll e Devin Ratray (gli obesi nipoti teppistelli) – ma proprio tutti, offrono prove da incorniciare.

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Dulcis in fundo la colonna sonora originale di Mark Orton (del trio dei Tin Hat) che ha vita propria, un pizzico di alt-country e tanta musica acustica – buona – alla quale è difficile dare, doppio pregio, un’etichetta. Un commento sonoro che non ha una funzione così secondaria, anzi assume il ruolo – e lo fa soprattutto nelle sequenze dove la natura diventa protagonista – di vera e propria didascalia: quasi ‘parla’, in uno script dove i dialoghi sono tutto meno che buttati lì.

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Ricoperto da una pioggia di nomination provenienti dai maggiori festival del cinema, Nebraska ha guadagnato ‘solo’ il riconoscimento come Migliore Interpretazione Maschile a Bruce Dern, al Festival di Cannes del 2013.
Al prossimo cretino che mi fiaccherà l’entusiasmo – ne conosco, che ciclicamente si svegliano dal torpore, o invasati inneggiano alla guerra santa contro il cinema americano secondo loro fatto solo di esplosioni, ninfette seminude (qui non ce n’è mezza), disimpegno e infinite scelleratezze – risponderò con una sola parola. Cretino l’ho già detto. Vaffanculo? Mi ritenete così volgare? No. Nebraska.

 

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