Formigine (MO) – Sabato 12 Settembre 2015

Al castello di Formigine non c’è niente in stile barocco o neo barocco, ovvio, ma la sesta edizione di We Can Cult, sul palco ha presentato, tra gli altri, Alessandro D’Avenia. Scrittore che applica perfettamente la teoria ‘baricchiana’ dello ‘scrittore fisico’, piacione, uomo di business (la TV, la Scuola Holden) che non deve essere meno importante dell’arte che pratica. Lo scrittore in origine era il prodotto del suo scrivere, ora – nel caso di exploit – il libro è l’accessorio, una sorta di trailer apripista che spalanca le porte alla vita on the road, come prima facevano solo le rock star.

Dice Wikipedia – e la brochure dell’evento si associa – D’Aveniaè uno scrittore, insegnante e sceneggiatore”. Ma soprattutto Alessandro D’Avenia, per dirla nel linguaggio dei personaggi che fanno dell’esordio un uppercut al mondo dell’editoria così ben assestato da mettere k.o. oltre un milione di lettori (chissà perché non sono mai, ma dico mai, 970 mila o chessò, un-milione-centocinquantamila), e generare relativa traduzione in 19 lingue, è un figo pazzesco. Dunque, oltre a essere scrittore, professore e sceneggiatore, D’Avenia è tremendamente fotogenico, cosa che di certo all’industria – artefatto o meno il personaggio – non dispiace.

Di primo acchito credo che l’immagine del querulo Mario Giordano – il berlusconiano di ferro autore di Pescecani. Quelli che si riempiono le tasche alle spalle del Paese che affonda – abbia una presa inferiore sul pubblico, di certo su quello femminile. E molto probabilmente anche al secondo e terzo sguardo.

Ma torniamo a D’Avenia: capelli biondi ricci, barba dorata, occhi azzurri, magro, sorriso ‘quanto basta’ studiato, da ‘mascalzone latino’, più esattamente normanno, essendo nato a Palermo. Ammesso che quel biondo non sia posticcio, come suggerisce la foto allegata all’articolo del 4/5/2013, attribuito a il Giornale.it, dove capelli e barba sono fortemente tendenti al nero. Nel pezzo l’illustre scrittore si lamenta perché “è come non esistessi o fossi un personaggio costruito”. Ma come già detto, a guardare la fotografia che accompagna l’articolo di Stefania Vitulli, quel D’Avenia ha poco a che vedere, esteticamente, con quello di Formigine: il sentore di una buona dose di costruzione, al minimo nell’immagine, o se volete al di là della sostanza, è nell’aria.

Ma non sono qui a fare gossip, non mi interessa l’apparenza, benché in questo caso sostanza e apparenza paiono giocare la partita da alleati: in rete la maggioranza delle sue foto sono del tenore: spalla e nuca appoggiate alla parete, dita sul labbro e sguardo ammiccante; il nostro reclinato in avanti su un libro, mento appoggiato sulla mano stretta in un pugno, sguardo assassino modello parfume pour homme; oppure in classe, lavagna alle spalle, di nuovo una mano appoggiata al mento, bocca leggermente aperta; e avanti così. Personaggio costruito? Forse no, ma più lo sento parlare, a Formigine, più il sospetto si consolida. Non sarei sorpreso se presto la scheda di D’Avenia su Wikipedia venisse aggiornata così: “scrittore, insegnante, sceneggiatore, attore”.

Vedo quanto è capace di fare sul palco. L’inizio della performance, perché oramai di questo si tratta, non più di scrittori che incontrano il pubblico per parlare di libri ma di veri e propri performer, l’incipit della sua controllatissima (a differenza di Bergonzoni che seguirà) e calcolata prova mi è parso il naturale prosieguo di quanto avvenuto sul palco allestito fuori dalle mura la sera prima, in un alternarsi di musica e comici più o meno della zona.

D'Avenia 1.0

                                  D’Avenia 1.0

Musici e comici, dicevo. D’Avenia mi ha ricordato questi ultimi. Nulla di offensivo, per carità, intendo solo dire che il biondo e riccioluto scrittore-professore-sceneggiatore-forse-presto-attore ha iniziato uno show fatto di battute calate al momento giusto, di pause azzeccate, di finte dimenticanze di quel titolo di libro poi ricordato quando era il caso.

L’immancabile citazione. L’immancabile additare uno dei presenti tra il pubblico con la spiritosaggine che suscita ilarità. Con i giusti accenti, le movenze adeguate, il microfono da attore: quello esilissimo che si aggancia all’orecchio e ti permette di andare e venire, o sederti sul bordo del palco per annullare le barriere tra il divo e il pubblico (altra foto che trovate in rete: che recita senza didascalia: Alessandro ‘uno di noi’), così da non essere ancorato a una seggiola, come fanno gli scrittori vecchi, e per anagrafe e per mentalità.

E poi l’accento sull’esperienza di professore impeccabile, e dunque sensibile, aperto alla novità, che si mette sempre in discussione di fronte a una pletora di studenti da affrontare con parole non meno che ecumeniche o di infinita inesauribile comprensione. Non un solo Franti all’orizzonte delle sue classi, nemmeno l’ombra di uno che dia problemi che non si possano risolvere con una parabola ad hoc o con spirito e modi meno che francescani. E tutto questo – come non bastasse – che si sposa con un passato fatto di apprendimento altrettanto mitico: al cospetto di un professore che faceva l’appello in latino (e qui lo sfoggio di cultura sulla radice e l’etimo delle parole, ma ci sta), che gli ha aperto gli occhi sulla vita (grazie – anche – a un libro di poesie da leggere in 15 giorni che ti cambia la vita, guarda un po’ il caso) e al quale deve tutto ciò che oggi è, che infine – sorpresone – gli faceva ascoltare la musica classica nel momento nel quale, in classe, gli alunni stavano per assopirsi.

Scolari che invece di scivolare definitivamente sotto al banco privi di coscienza, o sentire in Mozart l’ultimo motivo per la definitiva resa ai Sex Pistols, al mefitico trattamento, in un mondo più disneyano dello stesso Disney World, reagivano secondo D’Avenia come vegetazione alle prima pioggia dopo la prolungata siccità estiva. Ammazza!, il mondo letterario di De Amicis al confronto sembra materia per il prossimo film di Danny Boyle.

D'Avenia 2.0

Non basta. Ma questa volta resto serio: tra gli insegnanti di D’Avenia c’era l’eroico Don Pino Puglisi, prete di strada morto per vigliacca mano della mafia. Oggetto di ispirazione non solo per la vita di D’Avenia, ma per Ciò che inferno non è, il suo più recente romanzo. Che restando al netto delle intenzioni, e considerata la latitanza di scontati intrecci amorosi tra giovani avversati da malattia e morte ma alla-fine-l’amore-trionfa-sempre, dovrebbe vendere molto meno dei precedenti tomi del bel palermitano.

E chissà che a quel punto le strategie di marketing non spingano per un D’Avenia – per parafrase il suo blog – 2.1: capello liscio, nero, via la barbetta, magari un paio di occhiali spessi con montatura d’osso. Giusto per penetrare e conquistare un altro segmento di lettori. Dal palato un po’ più difficile, maggiormente disposto a sentire parlare in pubblico di letteratura.

Uno potrebbe dire che questo ragazzo, D’Avenia, ha avuto tutte le fortune, non ultima quella di essere entrato nel raggio d’azione di Don Pino Puglisi, lui sì uno che avrebbe meritato lo scomodarsi di un Primo Ministro in visita (chiunque fosse stato in carica quando, ancora in vita, se ne conosceva l’operato). Ma certo il Brancaccio di Palermo non è Flushing Meadows (mi riferisco a Renzi in volo dalla Pennetta che vince gli U.S. Open).

Per chiudere, quando è arrivato il momento di cedere l’iniziativa al pubblico, le domande in arrivo dalla folla festante sono state del tipo che si sentono fare a Paolo Crepet, difficilmente a un vero narratore: come affrontare gli scolari, crescere i figli, e amenità del genere, tre in tutto – per esaurirsi del tempo disposizione – e tutte poste da donne: chi palesando assoluto deliquio, chi con la voce rotta per l’emozione, chi – come sorta di groupie che chiude il cerchio sul concetto di rock star on the road –, era, come sottolineato dallo stesso D’Avenia, tra i presenti agli show di Sassuolo, dell’Auditorium Monzani di Modena, e adesso qui a Formigine.

E meno male che a suo dire, sempre nell’intervista con Stefania Vitulli, lo scrittore lamenta che “nonostante i risultati delle classifiche è come se io non esistessi. Vengo sistematicamente ignorato.” Non si direbbe. E prosegue: “In questo momento ho due libri nei primi venti e c’è come paura ad avvicinarmisi troppo. Paura che sia costruito a tavolino”. (“… paura ad avvicinarmisi”? Speriamo sia un refuso). Vero, quello della Vitulli è un articolo vecchio di oltre due anni, ma che già allora qualcuno avesse la stessa sensazione – di finto – peggiora ulteriormente il quadro. La certezza non c’è, non possiamo averla, ma il sentore, forte, resta.

Alla fine della fiera, per metterla in modo gergale, di letteratura nemmeno una parola. Il gran finale è stato il rito della copia autografata. Su un lato del prato si è creata una coda in grado di competere con i grandi esodi estivi dei villeggianti. Tutte donne. D’Avenia è arrivato con un braccio al collo, causa di qualche sfortunato evento. Qualcosa di storto accade anche a lui. Sottoposta ad eccessivo sforzo da centinaia di firme, deve essere tornato in albergo incapace di usare anche l’altra mano.
Tutto fa supporre che qualche generosa fan, dopo la dedica scritta, l’abbia aiutato a girare la chiavi per aprire la porta della camera.

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