At the Window Book Cover At the Window
New York Yard
Progressive, Alt Prog
Download, streaming
8 2018
USA
34’ 47”

 

Ci sono quei dischi che li metti su per prendere carica e aiutarti a spaccare tutto, e poi ci sono quelli come At the Window dei sorprendenti New York Yard. Sorprendenti perché pur avendo il corredo che serve per polverizzare tutto, e in diversi momenti del disco la grinta tracima, i tre americani si fanno forti soprattutto di una dote che offusca, anzi in realtà acceca con un lampo, tutto il resto: cioè un senso della melodia, sempre più raro, che vince su ogni altra considerazione.

Per spiegare meglio ciò che intendo si potrebbe partire da Colds Calling, il brano n° 6 su 9, che ha l’intensità – e le doti – dei migliori brani degli Unitopia. E di tanto Prog che ha passato il vaglio dei test dei cultori più agguerriti: oltre basso, gtr e batteria, ecco il pianoforte, organo e un accenno di Mellotron (forse campionato). Solo che qui, rispetto a quasi tutto quello che oggi esce dal mondo Prog rock, in pochissimo spazio c’è stipato davvero tanto: doppio capolavoro se consideriamo che sostanzialmente la ‘forma’ è quella della canzone, e tutto è condensato in ‘miseri’ 3’ 41”. Tempi che al prog nerd sono  a malapena sufficienti per estrarre il disco dallo scaffale, preparare il succo di frutta ai mirtilli (forse bevono cose più forti i proggers?, non so), calzare le babbucce e mettersi comodi.

E l’incipit di due minuti di Dialogue, che razza di piccolo gioiello – a base di ipnotici intrecci di corde acustiche e voce vagamente à la Jon Anderson – si rivela? Per sfociare poi nella seguente Earth to Echo, una portata che con i suoi 3’ 59” si arroga il primato di secondo brano più ‘lungo’ del disco, ma aggiunge ulteriori spezie: una chitarra dalla ‘voce’ caldisssima e personale, un basso che ricorda ancora gli Yes e Chris Squire, una sferzata di vigore che nonostante lo strappo mantiene inossidabilmente a dritta la barra della melodia.

E così avanti di questo passo, una chicca dietro l’altra. Un gioiello di piccole dimensioni ma tanti carati infilato uno appresso all’altro a formare una collana preziosa che qualunque divinità del Prog rock indosserebbe con estremo piacere per l’occasione di gala. Compreso Inside the Fence – o parte di The Trouble with Sleep Is… –, dove i New York Yard [che brutto nome però!], danno fondo a tutta la loro bravura strumentale – tastiere comprese tipo Hammond –, spingendo sull’acceleratore e sputando erg a ogni cambio di accordo.

At the Window, per tirare le somme – con una copertina che richiama un po’ Winter Songs degli Art Bears un po’ The Geese and the Ghost di Anthony Phillips – è uno di quei rari dischi capaci di gettare nel pentolone una quantità di idee messe insieme con un disegno chiarissimo, per tirarne fuori dopo debita cottura qualcosa di estremamente godibile ma allo stesso tempo molto più complesso di ciò che appare – suona – a prima vista.

Ma la seconda o terza, o ennesima volta, perché non ci si stanca di ascoltarlo ad libitum [almeno voi che avete orecchie e cervello elastici] scoprirete cose che, nonostante evidenti, vi eravate persi. Perché dopo insistiti ascolti alla ricerca di un fallo, appare incontrovertibile che questi esordienti non solo sanno scrivere con sagacia, ma lo fanno anche con una padronanza tecnica, e allo stesso tempo in modo così sottile, che tale sistema potrebbe finalmente portare a scardinare il Prog rock dalle fondamenta, seppure con una sorta di rivoluzione soffice.

Ci sono tracce di Yes, Rush, Jon and Vangelis, tra le canzoni di At the Window. Ma soprattutto le impronte ben delineate di Chris Sclafani – voce, basso, tastiere –, Jeff Bertie alle chitarre, e Adam Accetta alla batteria.

Questi ragazzi già dalla prossima volta potrebbero montarsi la testa e incidere un disco infarcendolo di suite perché ne hanno tutte le capacità. Mi auguro invece che procedano così come hanno fatto finora, disseminando il percorso di mollichine preziose che possono indicare la strada per casa – quel Prog che ha bisogno del coraggio e della sfrontatezza degli inizi però calati in altro contesto temporale –, oppure portare in tutt’altra direzione, benché da intraprendere con lo stesso piglio che i New York Yard hanno oggi. Mi verrebbe da dire che i ragazzi arriveranno lontano e costruiranno qualcosa di buono. Se solo sapremo sostenerli.

 

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