Dal 29 gennaio sarà disponibile la prima coppia di lavori rimasterizzati che ripercorrono la carriera solista di Phil Collins. Sono Face Value e Both Sides, dopo un mese seguiranno Dance Into The Light e Hello, I Must Be Going, poi tutto il resto fino a No Jacket Required. Saranno doppi dischi con una bella dose di materiale aggiuntivo. Manna per i collezionisti, o un buon affare per chi avvicinerà il catalogo del batterista per la prima volta, ma nulla di sconvolgente: un genere di iniziativa che rientra nel solco di questo tipo di operazioni discografiche. Se non fosse per un particolare, secondario alla musica, certo, ma che racconta qualcosa di più sull’artista e rende questi remaster in qualche modo unici, forse anticipatori.

face value

Le copertine. Non saranno le stesse degli originali, ma oggetto di una sorta di affascinante restyling che va controcorrente. In un’epoca, che dura da troppo tempo, nella quale ci hanno illuso – per mero sfruttamento commerciale -, per mezzo di Vip da stampa trash corretti a colpi di Photoshop, di testimonial pubblicitari perfezionati a suon di computer grafica, di impalpabili personalità che girano tra di noi innestate in fantocci di carne scolpita dai bisturi, caricature di sé stessi e dei patetici sogni di eterna giovinezza che tutti culliamo, Phil Collins facendo un passo indietro si porta due metri avanti a tutti.

phil & pluto

Se i detrattori possono pensare che l’ex Genesis ha peccato di presunzione con la prima serie delle uscite, pascendosi di primissimi piani e di profili che ne ingolfavano le copertine – tesi alla quale non credo: Collins ha sempre incarnato il buffone della compagnia, non certo lo spezza cuori, o il radical chic à la Sting, complice una vaga somiglianza con l’indimenticabile Robin Williams – questa volta la professione di sincerità, o la definitiva ammenda per la originaria arroganza nella visione delle schiere – si favoleggia siano tanti – che odiano il cantante, è totale. L’inquadratura e la disposizione dei primissimi piani sono le medesime, solo che ora sul volto di Collins sono evidenti tutti i segni dei decenni trascorsi senza sconto. Niente trucchi da bella favola che dura in eterno. Non solo, ciò che rende l’intenzione del multi strumentista oltremodo apprezzabile è quello che sul volto si legge con chiarezza: non solo le rughe, ma l’espressione, la bocca, gli occhi, il naso, raccontano di un uomo – non il musicista – che negli ultimi anni ha attraversato tempi burrascosi, combattuto contro grossi incubi, rischiato di soccombere. Alcolismo, affetti vaporizzati, depressione.

hello 2016 cd 2

Si sta già alzando un coro di voci scandalizzate, lo sento. Quello di chi pensa che solo metalmeccanici, cassiere del supermarket, gommisti e carrozzieri, friggitori cinesi di scarafaggi e cavallette che hanno il banchetto nelle vie più umide e muffose di Nanchino abbiano diritto di pensare al suicidio, di annegare il dispiacere in un fiume di birra, di andare in curva allo stadio a fare a coltellate, di irrorare il mondo di DDT. Può essere. Ma se così credete avete perso l’obiettivo del disquisire. In questo momento – il pianeta Terra si fosse arreso a una razza di alieni antropofagi – il punto è stare seduto davanti allo schermo di un PC a ‘parlare’ di musica. Di Phil Collins nello specifico. Il resto, tutti i problemi del mondo e di un’umanità che merita poco più che soccombere ad alieni feroci e affamati di umani, per oggi rimane fuori dalla porta(ta della tastiera).both sides

Dunque, Phil Collins dicevamo. Si racconta che l’ometto di Chiswick sia oggetto di odio da parte di torme di fan dei Genesis, quelli della prima era che hanno perso i servigi di Peter Gabriel. Non so se vero, oppure la flebile voce di uno, dieci, cento scontenti che gira e rigira in loop sul Web fino a farne qualcosa di più consistente di ciò che è. Ma non credo ci siano così tanti fessi che ritengono Collins la rovina dei Genesis. Non lo farebbe neppure Fox Mulder.

Collins guida dei Genesis che fanno Pop è una follia. Ma facciamo due conti, seri. Collins è – storicamente e notoriamente – colui che per la band ha scritto meno. In questo senso non rappresenta nemmeno la terza parte aritmetica dei Genesis.18th May 1977: British rock group Genesis, from left to right Phil Collins, Tony Banks and Mike Rutherford, in the back of a limousine on the way to the LA Forum where they are performing. (Photo by Graham Wood/Evening Standard/Getty Images)
Che da un certo punto in avanti, nell’incarnazione a più alta efficienza di vendita e più basso traguardo artistico, il terzetto decida di firmare tutte le composizioni come Banks/Collins/
Rutherford – in rigoroso ordine alfabetico che pone tutti sullo stesso piano – è solo un atto
dovuto.
Un bilanciamento dei compensi per i vantaggi portati dai singoli in modo diverso. Banks compone la maggior parte del materiale, musica e parole, segue il sopravvalutato ‘Pluto’, ma Collins si becca la stessa fetta di royalty perché ci mette la faccia (e con questo torniamo al punto di partenza). E così facendo si tira dietro l’esercito di fan che lo ama per le tante, vittoriose scappatelle da solista, ragazzi che non saprebbero dire se Genesis è un gioco per PS4 o una band di anziani del quale hanno sentito distrattamente dal padre mentre questi ricordava i bei tempi con gli amici, tra una Blues Cola e due arachidi durante l’intervallo di Manchester City vs Barcellona di Champions. Un altro metodo efficace per convincere Banks e Rutherford a ‘snellire’ il repertorio com’è stato fatto, potrebbe essere quello della pistola alla tempia. Ma le cronache non riportano nulla di simile.

RHY 188 cover reduced

In definitiva, per ipotizzare una conclusione quanto più vicina a come si sono svolti i fatti, credo si possa verosimilmente dire che Banks e Rutherford, turbati dalla fama e dalla grana che stava accumulando il più eclettico e capace dei tre, hanno pensato che la cosa migliore da fare per allungare la vita ai Genesis – o forse perché stanchi di panni portati per troppo tempo, o perché in crisi di identità, o forse entrambe le cose – era intraprendere la strada che ha portato da Abacab a We Can’t Dance. Sulla scia di Collins, e non per sua coercizione. I dischi solistici di Tony Banks e Mike Rutherford dimostrano l’ambizione dei due di conquistare una audience a loro avulsa: tentativo fallito ma legittimo. Perché se da una parte ci sono i ‘puristi’, quelli che se non fai Progressive Rock dalla scuola materna fino alla morte, e a quel punto non ti fai seppellire in una bara ricavata dai legni di un Mellotron, allora sei un venduto, un traditore, un rinnegato; dall’altra gente più assennata ha lasciato detto che

“la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione” (Oscar Wilde).

A tale punto mi rifaccio a quanto scriveva, in un post sulla sua pagina Facebook che risale ai tempi dello scandalo che travolse Lele Mora, la brava Susanna Schimperna – giornalista e scrittrice – che sosteneva, prendendo spunto dalla sollevazione anti-Mora, che la gente non perdona chi fa fortuna. A mio giudizio, la discriminante è una sola e molto semplice: il come (hai accumulato grana). Se il denaro nel quale sguazzi come un Phelps della carta filigranata è frutto del tuo talento e del tuo lavoro, niente da eccepire, tanto di cappello. Punto. Che per me è il caso di Collins. Doppiamente meritevole perché abbiamo già detto che il piccoletto non ha nemmeno le fisique du role che tanti ha aiutato, e perché – vale la pena ricordarlo – Collins è stato (ora bloccato dagli acciacchi) uno straordinario – straordinario è un aggettivo che maneggio sempre come fosse nitroglicerina – batterista, per poi scoprirsi e imporsi egregiamente come cantante, compositore, produttore, attore. Tutti coloro che listandone la lunga serie dei successi digrignano i denti, farebbero bene a gettare un’occhiata all’altro piatto della bilancia, quello che raccoglie gli innumerevoli attestati di stima da parte di altrettanti, inattaccabili rappresentanti dell’intellighenzia rock: Peter Gabriel, Robert Fripp, Brian Eno, Paul McCartney, Robert Plant, etc. Per non dire di batteristi monstre come Neil Peart, Mike Portnoy, Brann Dailor ne hanno sempre tessuto le lodi.

A proposito di Robert Plant, un’altra fantascientifica responsabilità attribuita a Collins porta alla disastrosa reunion dei Led Zeppelin – da 20 minuti – in occasione del Live Aid nell’estate del 1985. Plant ha dichiarato di essere senza voce, Jimmy Page suonava come in preda alla maledizione di Montezuma, e c’erano intoppi tecnici derivanti da un’organizzazione che aveva previsto di tenere sotto controllo una mostruosità delle proporzioni di Godzilla gettandogli tra le zampe una confezione di Sheba ai gamberetti. Se non ricordate ci sono i filmati su YouTube. Implacabile, YouTube: Il Giorno Del Giudizio qualcuno filmerà tutto, e dopo, un secondo dopo la scomparsa di ogni cosa, nel vuoto cosmico, sullo sfondo del nulla, YouTube trasmetterà quanto accaduto, automaticamente.

phil premier

Dunque ha ragione Susanna Schimperna. Questa gente, pochi o molti, frigna perché rosica. Collins può essere stato causa di una sola rovina. Della sua storia sentimentale fatta di tre matrimoni naufragati. Che ne fanno colui che ha pagato in alimenti – più di tutti tra le rock star – quasi metà della fortuna accumulata. Un dettaglio che dovrebbe rendere il piccolo grande batterista simpatico pure ai rosiconi. Uno che c’è l’ha fatta partendo dal basso, senza scorciatoie, senza debiti da saldare. Uno che ci ha sempre messo la faccia. Anche quando segnata dal tempo e dalle sconfitte. Cosa che ai miei occhi lo rende, ora come prima, quanto mai apprezzabile.

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