Pomeriggio inoltrato, in prossimità della rush hour. Giravo in auto per la città. Intorno ci sono solo automobili. Se non sono in movimento sul nastro d’asfalto sono ai bordi della strada per quanto è lunga. Auto e ancora auto in file interminabili interrotte solo dai bidoni dell’immondizia. Dopodiché riprendono. E ai lati delle auto, verso l’interno, ci sono case e condomini al pari – in fatto di ricerca di un senso estetico –, di ciò che sta intorno: obbrobri architettonici. Brutture edili seriali. Scatole in muratura. Se la bellezza sta negli occhi di chi guarda, io devo averne per lo meno uno di vetro e non me ne sono ancora accorto.

Mentre vagavo in questo panorama ‘lost-moderno’, da una laterale sulla destra è sbucato un cane nero. Correva. A gambe levate? No. Come fa un cane a correre se gli hanno levato le gambe? Correva di gran lena e non si guardava indietro. Forse scappava perché inseguito. Forse perché aveva finalmente trovato modo di divincolarsi. Dava comunque l’idea di correre felice. Libero.

Era Chief. Quello di L’isola dei cani.

Ha percorso a gran velocità tutto il tratto che portava la strada dal punto nel quale era sbucato fino a incrociare la sua perpendicolare. E mentre passava davanti ai cortili recintati che si trovano ai lati, da ognuno si alzava l’abbaiare dei cani prigionieri. Chissà che significava tutta quella cagnara?
“Prendetelo! Fate presto, è qua”. O all’opposto, “Vai, scappa!”. Magari anche il disperato appello di un pentito: “Portami con te!”. Forse un po’ di tutto.

Chief, quello nero, quello vero, che resterebbe nero anche dopo una bella strigliata col sapone, intanto era arrivato in fondo. Ha attraversato la strada e sempre di corsa ha svoltato a destra infilandosi sotto un portico. Solo a quel punto, arrivato a metà, ha rallentato, si è fermato per guardarsi attorno, e poi ha ripreso a percorrere il portico fino alla fine, ora con calma. Arrivato all’angolo ha svoltato a sinistra ed è sparito alla mia vista. Senza lasciarsi scappare un guaito. A quel punto ho smesso di seguirlo.

Era proprio il vecchio Chief che non si vende per un biscottino. Che non baratta la libertà per un appartamento caldo o fresco d’estate. Che può fare i bisogni quando ne ha necessità. E non secondo i tempi del padrone.

Dove va a parare la brusca deviazione scatologica? Ve lo spiego.
Ero nel parcheggio della Coop. Una bella ragazza sulla trentina, ben vestita, i capelli biondi raccolti con molta cura in una figura complicata, sta caricando la spesa su una Citroen tre volumi, nuovo modello ma non saprei dire quale, comunque molto capiente e più pulita della mia bocca. Quando ha finito la donna porta via il carrello e lo deposita al suo posto.
Tornata all’auto apre il portellone e ne estrae tre cani, in scala come i fratelli Dalton di Lucky Luke. Grande, medio, piccolo. Ora lei è la rappresentazione della felicità. Accarezza i cani e sorride. Sorride a accarezza i cani. Li tiene al guinzaglio e li dirige verso l’aiuola. Quella misera striscia di verde, sarà larga un metro, che serve a dividere il parcheggio in settori contrassegnati con una lettera. Così che la gente non perda l’auto.

Non appena i quadrupedi mettono piede sull’erba, il manto assume le sembianze dell’after-eight: una distesa verde con “pepite” di cioccolata. Pochi secondi e gli animali, uno-due-tre, hanno sganciato ciascuno una bomba-merda. E poi via, uno strattone e la bella bionda richiama i cani che con un balzo sono di nuovo nel portabagagli. Una operazione da 10 secondi netti. Meno netto resta il manto erboso.

A bombardamento avvenuto la disinibita padrona ha allungato il collo verso la zona colpita. Giusto per avere certezza di forma e colorito dei cioccolatini. Per quanto riguarda la consistenza ha preferito lasciare il compito al primo fortunato a passare di lì che ci metterà sopra un piede. Certe gioie è bello condividerle.

Se un addetto alla sorveglianza l’avesse scoperta, sono certo che anziché essere punita l’elegante donna sarebbe stata premiata. Sulla scorta di quanto accaduto con certi nazisti che alla fine della guerra furono integrati nei posti di comando poiché in grado di insegnare nuove tecniche, fossero anche di tortura, ella sarebbe stata portata al cospetto degli alti vertici dell’esercito che ne avrebbero studiato la velocità di esecuzione e il metodo di applicazione, da usare a beneficio delle loro operazioni lampo, le più difficili e determinanti come la famosa operazione Neptune Spear che portò all’uccisione di Bin  Laden.

Alla fine di tutto la donna non si è neppure guardata attorno. O se l’ha fatto ha usato la fantomatica tecnica “no look” che si affibbia ai calciatori di gran classe, quelli che eseguono un passaggio senza guardare (o almeno così si dice). Fatto sta che è montata in auto e se n’è andata con la più estrema naturalezza. Nessuno si è accorto di niente. Eppure di viavai e auto parcheggiate nelle vicinanze ce n’erano. (Io ero ‘nascosto’ nella mia). Cosa che non fa che confermarne la bravura.

Quei poveri cani probabilmente la tenevano stretta da tre giorni e l’hanno fatta come avessero l’interruttore.
Splof. Hop. Vrooom. La Blitzkrieg in tre mosse: molla, salta su, scappa.
Non è il massimo della vita canina nonostante i biscottini e le quattro mura offerte dell’amorevole padrone. Ma gli poteva andare peggio: pensate se i tre botoli fossero stati adottati da uno di quelli che fa la spesa una volta alla settimana.

Il selvaggio Chief invece è in giro per la città a scorrazzare in lungo e in largo. Come racconta in L’isola dei cani mangia rovistando tra i rifiuti o arrangiandosi in qualche modo. Ma quando è ora di liberare le viscere, cristo, lo fa quando al momento giusto. Giusto per lui. Senza guinzaglio al collo. Dove vuole lui. Libero.

Condizione impagabile, la libertà. Sensazione inestimabile, l’altra.

Lunga e prospera vita a te, nero randagio.

 

 

 

 

 

 

 

(Visited 51 times, 1 visits today)
Spread the word of T.A.R.O.T.
  • 3
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •   
  •  
    4
    Shares
  •  
    4
    Shares
  • 3
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •