Passengers Book Cover Passengers
Fantascienza, sentimentale.
Morten Tyldum
Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Andy Garcia.
Thomas Newman
30 dicembre 2016
USA
11 1 2017, Cinema Raffaello, Modena.

 

Se vi aspettate un film di fantascienza che possa dare soddisfazione a un appassionato, come ho fatto io siete fuori strada. Passenger è un film che su un impianto classico tipico del genere – l’astronave lanciata nello spazio (che sbiella), la colonizzazione di nuovi mondi, la tecnologia futura e (quasi) inimmaginabile – innesta una storia d’amore che decolla… solo perché su una astronave.

E nonostante le premesse – un elemento che poteva sparigliare le carte c’è, ma purtroppo non viene sfruttato – non porta da nessuna parte, alla faccia di un viaggio stellare che per i due protagonisti dura 90 anni e per gli spettatori quasi due ore.

Belli Chris Pratt e Jennifer Lawrence, che fanno onestamente la loro parte, bella la ricostruzione e SFX, ma brutto il copione scritto pensando agli adolescenti o ad adulti rimasti più bambini di quanto sia lecito sperare. Anche se talvolta sembra stato scritto senza proprio pensare.

Di buono c’è che un Passenger II non dovrebbe vedere la luce, o uscire alla sua velocità, cioè così in fretta da incorrere nel pericolo di ricascarci. Ma mai dire mai. Vedi Alien, il cui titolo gli ultimi episodi sono riusciti a scalfire; e Blade Runner, che attendiamo con trepidazione ma timore per lo stesso motivo…

 

Nel campo della fantascienza al cinema, le mancate occasioni sono tante. Ma nel caso di Passengers non si può nemmeno parlare di questo: perché con il film di Morten Tyldum, il regista norvegese che ha firmato il riuscito The Imitation Game, certamente non si voleva andare oltre un tipo di film che avrebbero potuto intitolare, dando la stura all’ennesimo sequel, Laguna Blu nello spazio.

Tutto bello da vedere, l’Avalon – il dentro e il fuori delle astronavi sono ogni volta sempre più fantasiosi e fantastici -, gli sfondi, i protagonisti stessi campioni di avvenenza – e nemmeno la componente peggiore del lavoro –, ma davvero tutto resta al Livello 1, della stucchevole storia d’amore confinata in un luna park delle meraviglie tecnologiche (e del Cosmo che si affaccia di tanto in tanto).

Eppure le implicazioni, filosofiche e morali alle quali aggrapparsi c’erano, e in partenza una fiammella di speranza si accende…  quando Chris Pratt che si risveglia, unico di un contingente di 5.000 passeggeri lanciati alla colonizzazione di Homestead II, con 90 anni di viaggio di fronte da compiere in sola compagnia di un androide barman (Michael Sheen) – che pare tratto, bar compreso, e questa è buona cosa, da Shining -, sopraffatto dalla solitudine decide di fare uscire dal sonno criogenico una bella pupa come fosse Dio a decidere della vita altrui: perché mettere la ragazza al cospetto del suo stesso destino, 90 anni di viaggio in compagnia di un androide barman – e di uno che magari ha l’alitosi o problemi di erezione – è una vigliaccata che pone molti problemi, non solo di coscienza a chi ha compiuto lo sconcio, ma come abbiamo già detto più altamente morali e filosofici.

Purtroppo, però, la pallottola si rivela spuntata e tutto si perde in un mare, anzi in un universo, di effetti speciali, assolutamente funzionali e impeccabili – secondo pregio – e di stupidaggini incredibili oltre il limite di sopportazione. E se, per esempio, guardando The Martian potevi chiudere un occhio, perché in gran parte la storia funziona, per Passengers devi chiudere tutti e due i bulbi oculari ma pure tapparti il naso.

Lasciamo dunque andare le sciocchezze a livello pseudo-scientifico, che in parte ci possono stare; e sorvoliamo sul bel protagonista che da meccanico qualunque si rivela in grado di rimettere in carreggiata un’astronave sofisticatissima che scarrozza terrestri da una galassia all’altra come fossero fermate dell’underground, insomma un bellissimo spot per la Scuola Radio Elettra 3000; ma che questi sia anche in grado di compiere gesta che Iron Man e Capitan America non si sognerebbero di affrontare nemmeno se senza lavoro e col conto in banca al verde, perché ne uscirebbero disintegrati (infatti Chris Pratt/Jim Preston viene resuscitato!), allora sopportare tutto – la storia d’amore che tale resta quando ti aspetti che il gioco si allarghi e invece la coppia continua a ballare sulla stessa mattonella, le esagerazioni che i fumetti Marvel al confronto sembrano Skorpio, Lawrence Fishburne che si rivela uno specchietto più per allocchi che allodole, Andy Garcia che ha dovuto sudare maggiormente per girare lo spot dell’Amaro Averna che per questo film –  allora trangugiare ogni cosa, si diceva, inoltre per un lavoro inopinatamente di generosa durata, dà la stessa sensazione che mandare giù il boccone già amaro insieme a una sorsata di olio di ricino.

Bastava prendere tutto così com’era è mettere due ‘naufraghi’ normali, sebbene corredati di tuta spaziale,  di fronte alla sfida messagli nella gavetta da un destino beffardo. Ne sarebbe derivato un  lavoro molto più profondo, carico di quei significati che gli si sarebbe voluto e potuto affibbiare, avventuroso e perfino appassionante. Forse non per quelli che – la maggioranza ieri – il giorno dei 2 euro per film sembrano cercare soprattutto un posto pubblico al riparo dal freddo ed economico per dimostrare che con una confezione di patatine si riesce a fare più rumore dello sciame di meteoriti che in Dolby-Surround si abbattono sulla scafo dell’Avalon; o per gli altri per i quali il film è innanzitutto un piacevole diversivo per ingollare chili di maleodoranti pop-corn bisunti solo un po’ meno delle loro sinapsi; ma magari qualche amante del buon cinema, per quanto circoscritto al ‘genere’ di intrattenimento, posto di fronte a uno svolgimento fantascientificamente più coerente si sarebbe sentito meno defraudato. Ma va anche considerato che il film ha corso il rischio di finire nelle mani di Gabriele Muccino che ne avrebbe fatto un Baciami ancora (prima che un meteorite sventri il ponte di comando). E quindi quasi quasi è andata bene così. Chè almeno in questo caso qualche sequenza – l’astronave che sfreccia nello spazio, la Lawrence imprigionata in una bolla d’acqua quando viene a mancare la forza di gravità, la prima passeggiata di Pratt ‘alla (mancanza di) aria aperta’ – offre un po’ di goduria.

P.s.: la colonna sonora è di Tom Newman, un grande veterano, che si autocita, spandendo effluvi di quello che è diventato un po’ una traccia comune del fare musica per il cinema negli ultimi anni, e che costituisce le fondamenta della bellissima musica che accompagna Revolutionary Road. Ma questo è un argomento che meriterebbe un articolo a parte…

 

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