La cosa che si sente dire più spesso, da queste parti, di  questi giorni, introducendo l’argomento, è “Pat Metheny è sempre qui”. È venuto il 17 luglio 2012 e il 22 giugno del 2014. Oggi è il 2016. Fa solo gli anni pari, vedremo se nel 2018 conferma la tendenza. Forse una scaramanzia. Probabile che non gli freghi degli Europei di calcio. Per quanto mi riguarda, si fermasse in pianta stabile sul campanile della Chiesa di S. Nicolò, previo accordo con Don Angelo Olivetti, a scandire le ore con la chitarra, beh, passerei lì sotto ogni giorno, 24 volte.

Vite parallele. Non quelle di Alessandro Magno e Giulio Cesare tracciate da Plutarco, ma più banalmente – di minor peso ai rigidi sensi della storia dell’umanità che si insegna – di grandi musicisti. Jazz e rock, spesso al confine tra i generi, oppure oltre confine quando questi si fondono. Pat Metheny e Bob Fripp. Cominciano a usare la chitarra Roland contemporaneamente e in modo simile. L’americano porta ancora i capelli come lo scapigliato Fripp degli anni in cui era solo 1/5 dei Crimson. Un cespuglio che nella sera più afosa dell’estate sin qui, se aggiungete il cilicio della giacca, è una bella dimostrazione di senso dello spettacolo.
Poi, il divieto assoluto di scattare foto, almeno fino agli encore. Credevo si trattasse di una fissa del lider maximo dei King Crimson, ma pare che nell’era della digitalizzazione selvaggia qualche decina, o anche centinaia, di foto di nessuna rilevanza, preziose quanto la medaglietta in peltro con la quale si tornava dal santuario, siano talmente decisive da diventare il punto focale del discorso di chi, responsabile dell’organizzazione, introduce il concerto. (Ma sarà lo stesso per Steven Wilson, guarda caso un intimo di Fripp, il giorno dopo).meth

Metheny si presenta sul palco da solo. Seduto su uno sgabello imbraccia la Pikasso, chitarra monstre costruita per lui dal liutaio canadese Linda Manzer nel 1984: tutto un incrociare di corde e manici di varia lunghezza e larghezza, che non si sa nemmeno da che parte imbracciarla. Se John Carpenter trovasse i soldi per un sequel ecologico di La Cosa, o per l’ennesimo remake, nel quale l’alieno questa volta trovasse più agevole replicarsi nei legni, invece che nei corpi dei componenti la spedizione scientifica e dei cani della stessa, e a MacReady-Kurt Russell – quanto mai Jazz-Rock, iconograficamente, già all’origine – si desse la facoltà di strimpellare la chitarra per ammazzare il tempo nella lunga notte polare, qualcosa come la Pikasso – l’alieno a trasformazione lignea non del tutto avvenuta – si potrebbe vedere sullo schermo.thing_2105563i

Da quel groviglio di corde inestricabili Metheny ottiene dei suoni puri e intellegibili, e si guadagna la prima ovazione. Forse la gente ha apprezzato la dimestichezza nel non lasciarci le dita come in una tagliola. Forse ha riconosciuto le note brillanti, orecchiabili – in accezione positiva – di Phase Dance: ma questa è la forza del chitarrista americano, fare sembrare facile ogni cosa, anche la più funambolica. Che pare semplice e bella. Fruibile al di là dell’educazione musicale dell’ascoltatore. Un dono che hanno in pochi.

La seconda ovazione arriva quando Metheny sottolinea il piacere “di esibirsi in uno dei luoghi più belli del pianeta”, dice letteralmente così. Poi rivela la trama del film della serata: sempre alla ricerca di un modo diverso per allestire lo show, questa volta ha pensato a un doppio duo, il primo dei quali sarà in compagnia dell’ennesimo astro nascente internazionale, il giovane gallese Gwilym Simcock, col quale ha da poco cominciato a collaborare.simcock-pat-bigger

Il pianista – nonostante nome e cognome – entra con quell’eleganza e discrezione che profumano di intelligenza. Sono una quarantina di minuti di duetto, il ragazzo a danzare leggero sugli avori, Metheny in piedi con la Slaman personalizzata. Il climax è l’esecuzione di Tell Her You Saw Me. Ancora sullo sgabello, in punta di brano dotato di una magia unica, l’esecuzione toglie il respiro. Non solo agli spettatori che gremiscono l’anfiteatro per il tutto esaurito. Anche l’aria si è fermata. Un’altra meritata ovazione.2015-Jazz-pat-guitar

Arrivano i più popolari This Is Not America, Last Train Home, Better Days Ahead.
Pare impossibile ma Metheny ha un idolo.
Un dio della chitarra, una figura mitica per milioni di appassionati e chitarristi di ogni capacità, ha a sua volta un rapporto di ammirazione, parrebbe quasi di sudditanza, con una figura alla quale guarda con incanto. Pronta a entrare sul palco per suonare insieme. Come a realizzare un sogno.

Ron Carter, uno dei motivi per il quale ha deciso di intraprendere la carriera di musicista.  Lo omaggia così Metheny, introducendolo al pubblico. Carter si piazza alla sinistra del folto-crinito americano.Ron Carter

Lungo e magro, elegantissimo, giacca e cravatta e camicia bianca, sembra anch’egli refrattario alla calura estiva amplificata dagli spot colorati che lanciano vampate verso i musicisti. Le mani, con dita lunghe come tentacoli, scorrono lungo il manico del contrabbasso come quelle del pranoterapeuta sulle vertebre sconnesse di una schiena malconcia, portando sollievo e benessere. Allo strumento che ricambia le attenzioni delle sapienti estremità, al pubblico che ascolta la reazione chimico-meccanica che ne deriva. Metheny è in piedi a mezzo metro, quasi a farne uno scambio di vibrazioni, di energia, prima ancora che di note musicali. Suonano soprattutto per sé stessi, standard, improvvisano, comunicano in un gergo che va oltre il palco, o che almeno arriva alla gente in modo non del tutto traducibile. (Il bello di) Un mistero che non può essere sciolto completamente.Decostruiscono, a tratti riconoscibili, più spesso stravolti, e ricostruiscono, brani del repertorio storico come Eighty One, Question and Answer, My Funny Valentine, Manha de Carnaval.

Il momento da incorniciare arriva quando è Carter a ritagliarsi il suo spazio privato. All’inizio del lungo solo Metheny si siede sullo sgabello e ascolta rapito, oscilla, scuote la testa, il groviglio dei capelli che pare gonfiarsi, carico di elettricità statica. Totalmente preso, come un bravo alunno alla lezione che serve; come un bravo discepolo di fronte al maestro. La gente ammutolisce per la seconda volta. Trattiene il fiato, poi si scarica in un reiterato, caldissimo applauso.image bigger

Manca una manciata di minuti alla fine. Il momento degli encore coincide con la possibilità di scattare foto, per tutti. L’elettronica portatile prende il sopravvento: è una frenetica rincorsa allo scatto multiplo. Una scarica di flash liberati che lampeggiano come tutte le lucciole che non si sono viste quest’anno. Sul palco ci sono tutti e tre, Simcock a sinistra, Metheny in mezzo, e Carter all’altro angolo. Intonano Cantaloupe Island, cavallo di battaglia del giovane Herbie Hancock. Siamo alla fine.image (2)

Un inchino trino per tre generazioni di jazzisti, due che passeranno alla storia del genere, vedremo il terzo dove arriverà. Il sorriso lampante di Metheny, con quegli incisivi da castoro che nemmeno Il Dentone di Sordi.
E la serata passa nel paniere dei ricordi. Quelli belli.

There was a line from a small film that I worked on a few years ago that I thought really summed it up. “It is always worth the trouble”.  Whatever you offer, if you make it the best you have, you will always get some great stuff in return, even if it takes a while. I always try to make each moment, each encounter, each gig, each meeting with someone, special — because this is it. It is not in preparation for something else. Use the time you have to do something you love.

Pat Metheny intervistato da Lloyd Peterson, qualche anno fa. Riguardo quello che ancora fa.

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