Pedalavo sulla tangenziale che da Bologna si esaurisce tra Spilamberto e Castelnuovo Rangone. Ero partito da Casalecchio e le meta era Formigine. Di fronte a me un tramonto rosso fuoco, di quelli che fa presagire un domani luminoso. A metà circa mi sono fermato a fare pipì con buona soddisfazione: particolare non da poco dopo se tutta la settimana precedente la vostra prostata era delle dimensioni di uno Zeppelin più che della ‘famosa’ castagna .

Ero all’altezza dell’uscita del Magazzino quando dal nulla è sbucata una nube cupa, enorme, minacciosa, sospinta da un forte vento alzatosi all’improvviso. Del tipo di quelle che si vedono in film come La mummia: fatta di insetti, polvere, letame magari – che la Mummia non bada a spese in quanto a nefandezze – e chissà che altro.

Ho cominciato a spingere con sempre maggiore decisione sui pedali. A un ritmo da Giro di Francia che è cosa di questi giorni. Una maglia gialla farebbe comodo. Soprattutto se pulita. Mano a mano procedevo la nube mi sopravanzava restando sulla mia destra. Ho pensato che da un momento all’altro una tromba d’aria mi avrebbe risucchiato per scaraventarmi a Timbuktu e precipitarmi insieme a una pioggia di rane. Invece, continuando a cambiare forma, mi ha superato e ha virato a sinistra. Fino a coprire del tutto la luna e il cielo pulito che stava sul lato opposto, quasi una finestra su un tempo e un luogo diversi.

Ho pedalato così forte che non mi sono accorto di avere superato l’uscita di Vignola. Meglio così, mi sono detto. E subito dopo mi si è spenta la luce della bicicletta, quella che sta davanti. Morta. Il che significa che ogni auto che arrivava in senso opposto, non appena aveva il sentore di questa figura vaga che avanzava nell’oscurità, rispondeva accendendo gli abbaglianti. Il che significa, in secondo luogo, che quando ti puntano gli abbaglianti in faccia – in bicicletta molto di più che in auto – tu non vedi più niente: giri assolutamente alla cieca. Allora ti sbracci perché spengano quei dannati fari, ma non ottieni niente probabilmente perché: 1) l’automobilista pensa che lo stai salutando; 2) sospetta che hai l’ipod e con le braccia stai seguendo il ritmo della musica; 3) che quella che stai facendo sia  uno nuovo tipo di ginnastica per sviluppare la parte superiore del corpo dato che in bici sforzi soprattutto le gambe.

Ma quando questi alla fine abbassano i fari, e tu sei senza luce, il risultato è lo stesso: procedi ancora alla cieca. Ho preso una buca che dopo esserci finito dentro con la gomma anteriore, prima di entrarci con la seconda ruota ho fatto in tempo a pensare, fulmineamente, che non ne sarei uscito. Invece no, ce l’ho fatta, anche se la prostata non ha certo ringraziato.   

A tutto questo va aggiunto lo zaino che diventa ogni giorno più pesante. Pare che le parole pesino, come dice qualcuno. Che ogni articolo, post, recensione, racconto, ma anche foto o download appesantisca il ferrovecchio. Invidio il tempo nel quale agli scrittori bastava un taccuino. Un tovagliolo di carta del bistrot. Un bigliettino. Un francobollo. Ehi, non esageriamo. Beh, il titolo del libro che avevano in testa ci poteva stare. Lolita, per esempio. In più, dentro allo zaino avevo stipato anche una bella quantità di indumenti che necessitano di essere lavati. E degli stampati che dovevo portare a valle per fargli i buchi e metterli nei raccoglitori così da studiarli con più facilità.

Ci si è messo anche il ginocchio, sinistro. Non faceva male ma dava fastidio. Per non parlare della bicicletta in sé. Uno oggetto pesante, arrugginito, privo di cambio, un seggiolino che agisce da strumento di tortura nonostante l’abbia sostituito da poco. Ma è quella di mio padre, uno dei pochi legami diretti che ho con lui. A parte la memoria. Non l’abbandono.

Per arrivare a destinazione ho impiegato poco più di due ore. Accompagnato da un vento foriero di oscuri presagi, à la Stephen King. Un bel tempo. Meglio, una bella performance immersa nel brutto tempo. Mi chiedo dove talvolta si attingano le forze. Non è che avessi mangiato o bevuto granché: nel ‘serbatoio’ non c’era molto. Né si può dire che fossi particolarmente riposato. Tutt’altro. Sto leggendo Resisto dunque sono di Pietro Tabucchi. Sostiene che siamo pieni di risorse grazie a centinaia di generazioni e migliaia di anni che hanno messo l’umanità a dura prova: guerre, pestilenze, sconvolgimenti climatici e chi più ne ha, o ricorda, più ne metta.

È vero, abbiamo una capacità di resistenza alle avversità che sorprende. Sorprende, allo stesso modo, come alle volte al contrario sia la mente a giocare brutti scherzi: che non sempre corpore sano ospiti una mente altrettanto capace di fare muro alle sollecitazioni più forti. Pensate a chi si suicida per vicende d’amore. Magari era un erculeo pugile peso massimo, ma non basta. Oppure chi si toglie la vita per motivi di denaro. O per tanti altri, importanti o futili che siano.

Siamo, noi esseri umani, uno strano meccanismo. Capaci di imprese enormi, verrebbe da dire sovrumane, e subito dopo di inciampare in modo definitivo, perfino drammatico, sulla classica buccia di banana. Due facce della stessa medaglia. Meravigliosa e tragica allo stesso tempo.


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