Phil Collins: Plays Well with Others Book Cover Phil Collins: Plays Well with Others
Phil Collins
Tutto ciò che vi viene in mente
29 9 2018
UE
Atlantic ‎– 0081227942052
285’ 52”

 

C’è una bella canzone della brava Lianne La Havas che si intitola Unstoppable. Non cercatene traccia se siete delle Brigate Prog & Poi Solo La Morte: si tratta di Soul, di quello venuto troppo bene per ammettere che musica così poco nobile possa avere valore artistico. Unstoppable andrebbe dedicata a Phil Collins. Inarrestabile. Nonostante tutto.

Sul web circolano spezzoni del tour nel quale il musicista inglese è impegnato in questi giorni, carpiti coi ‘soliti’, invasivi, cellulari dai ‘fai da te comunque & dovunque’, e bisogna ammettere che l’età e gli acciacchi hanno lasciato segni evidenti. Ma confinato su una sedia, un piede paralizzato, con la voce che fa avanti e indietro come un pendolare sul tragitto casa/lavoro, lui è lì, sul palco, inarrestabile.

Il volto che sbuca da un lato del poster che pubblicizza i concerti pare truccato per interpretare un nuovo film, uno show che nasce dalla penna di Dickens del quale peraltro il batterista, nel lontanissimo passato, ha fatto parte. Invece è semplicemente uno scatto sincero di come stanno le cose oggi. Ma il titolo del tour, come quello dell’autobiografia uscita giusto un paio di anni fa, è “non sono ancora morto”. Con consueta simpatia. Come non volergli bene. Ed essergli riconoscente. Per tutto quello che ha fatto per la musica, per tutte le emozioni che ha trasmesso, su un range sonoro così ampio da fare impressione, rarissimo per qualità e quantità.

La facilità con la quale Phil Collins ha cavalcato i generi è stata riconosciuta, intrinsecamente, più che dalla messe degli ‘ori’ – ricchezza e fama – dai colleghi che lo hanno chiamato alla loro corte. Dai rappresentanti dell’intelligencija musicale e giù fino in fondo ai guitti da alta classifica. Ne offre buona testimonianza dell’operato di questa sorta di Mr. Fantastic della batteria – ‘elastico’ e capace di allungarsi in tutte le direzioni, di adattarsi a tutte le forme sonore – proprio Plays Well with Others, titolo mutuato da una t-shirt regalatagli da Chester Thompson e coniata proprio per lui.

Plays Well with Others è il consueto coniglio estratto dal cilindro della discografia per sfruttare il volano del tour, ma bisogna ammettere che questa volta gli uomini del marketing hanno agito bene. Perché i 4 CD organizzati in modo cronologico, col primo dischetto a raccogliere collaborazioni difficili tanto da ricordare quanto da reperire, e l’ultimo ingolfato di materiale dal vivo tutt’altro che scontato o privo di spunti di interesse, sono un bel campionario di quanto Collins sia stato capace di entrare in sintonia con tanti colleghi di estrazione e indole diversa, talvolta seduti alla mensa della musica agli antipodi.

Per gli ammiratori dei Genesis del periodo d’oro il CD di riferimento è il primo, che raccoglie brani datati dal 1969 al 1982. Si parte dai Flaming Youth con i quali Collins esordisce su LP, per finire con Gary Brooker, il nocchiero dei Procol Harum. In mezzo ci sono Rod Argent, Brian Eno, Robert Fripp, John Cale, Tommy Bolin fugace chitarra dei Deep Purple, John Martyn, Peter Gabriel, Robert Plant, Russ Ballard, Frida, Peter Banks, Eugene Wallace, i Brand X. Niente male, che ne dite?

Sul secondo CD che copre i dieci anni dal 1982 al 1991 le collaborazioni si fanno oltremodo prestigiose ma perdono qualcosa in fatto di ‘limiti’ musicali fino ai quali spingersi: Collins si spende ancora per l’ex cantante degli Zeppelin, affianca prodigiosi chitarristi come Eric Clapton e Al Di Meola, risponde alla chiamata del baronetto Paul McCartney e dell’americano Stephen Bishop; è in studio con i mai abbastanza celebrati Tears For Fears e col sottovalutato Howard Jones. Poi suona (e produce in qualche caso) per Adam Ant, Philip Bailey, Chaka Khan, The Isley Brothers, Four Tops e Band Aid. C’è spazio anche per una cover di Elton John, Burn Down the Mission, cantata proprio da lui.

Stipati sul terzo disco che riferisce al periodo 1991-2011 trovano spazio anche i Genesis. Poi ancora compagni di scorribanda come John Martyn e il quasi omonimo produttore George Martin, leggende della musica nera come Four Play e Quincy Jones, o di quella bianca americana come David Crosby. Perfino, e qui qualcuno si tapperà naso e orecchie, Laura Pausini.

Il quarto CD raccoglie brani dal vivo di un passato non troppo remoto. Si va dal 1981 al 2002, ma non mancano brani da applauso. Al di là delle bacchette prestate a rocker di consolidata fama come George Harrison (While My Guitar Gently Weeps), ancora Clapton (Layla), e poi Annie Lennox (Why), Bryan Adams (Everything I Do – I Do It fot You), l’inossidabile Joe Cocker (With a Little Help from My Friends) – e ahimè i Bee Gees (You Win Again) che definire rocker è un azzardo, condivido –, ciò che si delinea sullo sfondo con assoluta chiarezza è la passione di Collins per il Jazz degli anni ruggenti e delle big band.

Collins:  “Era il 1966 quando sentii per la prima volta la Buddy Rich Swinging New Big Band. Tutte le altre cose che stavo ascoltando dovevano lasciare il passo e fare spazio per questo meraviglioso chiasso che avevo scoperto. Cercai altro e scoprii Count Basie con Sonny Payne (…) e poi Duke Ellington e molti altri. Decisi che un giorno avrei dovuto fare un tentativo e formare la mia big band. L’ho fatto trent’anni dopo. Nel 1996 ho girato l’Europa con Quincy Jones a dirigere la band e Tony Bennett come cantante. Ero in Paradiso. (…)”

Se sentire il Phil Collins all’apice della forma di Nuclear Burn (Brand X) sul CD 1, dopo un milione di volte, non è meno elettrizzante della prima, il Collins ‘adulto’ che macina ritmo per la big band, che sia la sua diretta da Quincy Jones o quella di Buddy Rich, regala comunque momenti di grande intrattenimento. Il “wall of sound” dei 21 minuti di Pick Up the Pieces – la versione di Hot Night in Paris era di 12 –, gli standard come Stormy Weather (che canta egli stesso) e There’ll Be Some Changes Made (interpretata dal veterano Tony Bennett), e Birdland (dei Weather Report), possono non essere la migliore cascata di note per coloro abituati al Collins Prog rock o Pop; ma se questi ascoltatori fossero capaci di scrostare dalla testa le ruggini del pregiudizio o dell’indolenza mentale, beh, avrebbero di che gioire.

Tant’è che quasi cinque ore complessive di musica per ben 59 brani filano via che è una meraviglia. Garantito.

 

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