Garibaldi a Gettysburg Book Cover Garibaldi a Gettysburg
Urania Collezione, n° 206
Pierfrancesco Prosperi
Fantascienza
Mondadori
4 3 2020
Brossura
150
6,90 €

 

A differenza di Black Hills, il libro di Luca Mazza dove Giuseppe Garibaldi, pur vecchio e indebolito, è figura di primo piano anche se non il protagonista, nel romanzo di Pierfrancesco Prosperi l’eroe dei due mondi è solo un espediente, una flebile comparsata, per un viaggio tra mondi paralleli.

Andrea Venier, dopo un soggiorno a Hollywood al seguito dell’amico sceneggiatore Gino Valle in qualità di consulente storico per un film sull’intervento del generale camicia rossa a Gettysburg – a sostegno dell’Unione che sappiamo non essere mai avvenuto – di ritorno nella amata Venezia scopre che le cose non sono come dovrebbero essere.

Il capoluogo del Veneto, e tutta le regione insieme al Trentino, fanno parte della Repubblica Federale Austriaca in seguito all’esito alterato della Terza Guerra d’Indipendenza: colpa di Garibaldi che invece di giocarsela alla grande in casa ha pensato bene di cedere alle lusinghe di Lincoln facendo una disastrosa e drammatica figura in territorio americano.

È così che il professore di lettere veneziano, nonostante sia l’antitesi del prestante avventuriero – un classico – ma spinto da autentico spirito patriottico e nazionalista, si lancia alla ricerca della soluzione per ripristinare la storia come la conosce e tornare al suo vero mondo: sfidando servizi segreti, killer, miliardari pazzi, e proprio in fondo all’avventura beccandosi un piombo confederato in una gamba. Esattamente come il vecchio barba rossa in Aspromonte.

L’ipotesi dei viaggi tra mondi paralleli non è nuova. Anzi abusata (in virtù della infinita quantità di prospettive offerte di scombussolare la storia a proprio piacimento). Ma va benissimo, non è questo il problema. Portare Garibaldi in battaglia a Gettysburg – la prima edizione di Garibaldi a Gettysburg è datata 1993 per i tipi di Editrice Nord - è una idea sempre eccitante. Il problema, semmai, è che nel suo caso Prosperi compie un autogoal: da ammiratore di Garibaldi (quale deve essere; o forse no?), che senso può avere dipingere il generale come causa principale della debacle dell’Unione, se non screditarlo?

E in che modo, poi, come si trattasse di un imbecille tutto pancia e niente cervello: va bene avere il senso dell’onore, ma perdere una guerra, e un mezzo continente, e il giudizio intero della Storia, per motivi di carattere ‘cavalleresco’, o più esattamente di stolida cocciutaggine personale, farebbe di Garibaldi una macchietta alla stregua del generale Custer ridotto in poltiglia per sua stessa presunzione e cecità (quello che fa con più attendibilità storica proprio Luca Mazza).

Il Garibaldi di Prosperi avrebbe messo la vittoria nelle mani dei sudisti solo perché secondo lui il nemico va affrontato a viso aperto, come in un duello – per futili motivi – tra gentiluomini: ma nessuno ha mai passato Ulisse (per quanto personaggio di fantasia, ma comunque simbolo per eccellenza di umane virtù) per codardo o fellone: anzi lo stratagemma del Cavallo di Troia, uno dei suoi tanti, è simbolo universale di arguzia. E l’Odissea fu tramandata ben prima della Guerra di Secessione o dell’unioni d’Italia.

Diciamo che da un letterato navigato come Prosperi – con 30 romanzi e quasi 150 racconti pubblicati – ci si aspetta una trovata, una ipotesi guerresca, più consona, che offra a Garibaldi per lo meno l’onore delle armi. Mentre lo scrittore toscano sembra piuttosto interessato a confezionare un hellzapoppin tutto azione (con happy ending) più che a qualcosa di speculativo. Lo fa pensare tutta una serie di avvicendamenti che traggono il suo campione dalle ambasce per merito di magiche coincidenze che sanno più di fantasy che di fantascienza. Peraltro risapute fino alla noia: la ricercatrice che nel giro di breve tempo si trasforma da aguzzina in comprensiva complice, i killer professionisti (?) sbaragliati con una facilità che fa sembrare Venier più atletico e avvezzo al pericolo di James Bond, le coincidenze sempre improvvise e molto, molto fortuite.

Non ultima, tra gli escamotage lisi come certi jeans che vanno di moda, fa quasi tenerezza una conversazione in un ambiente pieno di cimici – microfoni – che verranno neutralizzati, per non farsi spiare, aprendo rubinetti. Fiacco espediente che peraltro – approfitto del tema e il balzo nel tempo lo compio anche io – che peraltro Prosperi ripeterà nel seguito, quel Ritorno a Gettysburg, di ben 27 anni dopo, che Urania appaia in unico volume.

Nelle ultime pagine che Urania dedica al commento del suo contenuto, Sandro Pergameno – uno dei massimi esperti di Fantascienza italiani – si lascia andare in lodi sperticate all’indirizzo di Prosperi. Adduce il fatto che pochi altri scrittori narrano dei luoghi – in questo caso Venezia – con la sua stessa dimestichezza. Sarà, ma personalmente avrei fatto un po’ meno affidamento sull’eccellenza urbanistica di Prosperi per chiedergli invece di conferire a Garibaldi un decisionismo più storicamente confacente alla sua statura di (quasi) invitto condottiero, e di trovare sistemi meno triti per aggirare cimici elettroniche, o di colpi di bacchetta magica in meno per dare modo al suo eroe di cavarsela (esempio: è preso in castagna da un paio di misteriosi figuri la cui auto è travolta da un bus, così tanto per fare: impatto prodigioso e provvidenziale dal quale i due gorilla escono ridotti in poltiglia, mentre il nostro – ovviamente – se la cava con qualche graffio.

A proposito: della descrizione di Venezia: l’unica cosa positiva che l’autore – attraverso gli occhi del professorino – riesce a vedere nel giogo austriaco è quello dell’efficienza dei servizi e della pulizia delle strade. Concordo nel vederci qualcosa di assolutamente auspicabile. Senonché al suo finale ritorno alla vecchia, cara e vera Venezia, Andrea Venier gioisce nel vedere le calli e Piazza San Marco piene di cartacce, scontrini e fogli di giornale sollevati dai mulinelli provocati dal vento (succede in Ritorno a Gettysburg). Insomma, quello che sembrava un – sacrosanto – dito puntato in direzione di un immemore ed endemico problema – bello che un romanzo di fantascienza faccia le pulci alla realtà: anzi è prerogativa della migliore fantascienza – cioè l’annosa incapacità di mantenere con decoro perfino i maggiori gioielli italici come Venezia, alla fine si riduce a nulla più di un folkloristico, quasi simpatico, vezzo.

Faccio una battuta, mi si perdoni: in tal senso Prosperi avrebbe dovuto tenere a mente che la proverbiale inaffidabilità dei servizi – controbilanciata e appaiata alla supposta creatività dell’italiano medio, binomio inscindibile nella mitologia geo-sociale tricolore tanto quanto pizza & mandolino – fatta di lavori pubblici, intoppi condominiali, scioperi aziendali, avrebbe potuto mettere a rischio la pratica di ricorrere all’apertura dei rubinetti per mettere fuori gioco i microfoni spia, e da lì mandare a ramengo ogni prospettiva di successo del professore liceale veneziano.

Ma se non andate troppo per sottile, Garibaldi a Gettysburg, tra salti nel tempo, negli universi paralleli, nei canali che bagnano Venezia, arricchiti da sorprese – già viste mille volta tra spy story, film, fumetti etc. –, con un finale che non c’è, risulterà una scorrevole lettura. Lo testimonia il fatto che il romanzo è stato pubblicato dalla Editrice Nord nel 1993, vincendo il Premio Italia 1994 (per la Fantascienza e Fantasy), e poche settimane fa sia stato rimesso in circolo da Urania. Gli estimatori ci sono e altri si aggiungeranno.
Io, scusate se mi ripeto, non sono tra questi.


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