Art In The Age Of Automation Book Cover Art In The Age Of Automation
Portico Quartet
Electronic, Jazz, Ambient, Experimental, Downtempo
25 8 2017
CD, LP, Download
UK
Gondwana Records ‎– GONDCD018
50’ 37”

 

Si incontrano ne 2005 e a questo punto, all’epoca di Art In The Age Of Automation, dopo dodici anni e oltre dieci dischi sono per ¾ gli stessi: Jack Wyllie (sassofoni e tastiere) Milo Fitzpatrick (basso e contrabbasso),  Duncan Bellamy (batteria ed elettronica), Nick Mulvey (tastiere).
I primi due provengono da Southampton, gli altri da Cambridge. Il punto nel quale scaturisce la scintilla che li porta a formare i Portico Quartet – nome che adottano dopo un concerto a Bologna – è l’ambiente universitario londinese.

Iniziano come combo che esegue jazz in gran parte acustico. Poi lentamente evolvono in qualcosa di molto diverso. L’introduzione di elettronica in doti cospicue, e un approccio mentalmente molto aperto e ricettivo a molteplici influenze esterne, li porta a realizzare una serie di dischi sempre differenti e capaci di alzare l’asticella.

Nel 2011 Nick Mulvey lascia il quartet per affrontare la carriera solistica. Al suo posto viene scelto Kier Vine, che fa il suo debutto in studio proprio con Art In The Age Of Automation. Vine suona le tastiere ma anche lo hang, strumento metallico a percussione, che all’interno del nuovo disco ricopre un ruolo importante e contribuisce a portare la band, artisticamente, sempre più lontano dagli esordi.

Questa la nutrita discografia del Portico Quartet precedente l’uscita di Art In The Age Of Automation:

Untitled, 2006
Knee-Deep In The North Sea, 2007
Black & White Sessions ‎(7xFile, MiniAlbum), 2009
Isla, 2009
Portico Quartet, 2012
Live / Remix, 2013
Live ‎(10xFile, ALAC, Album, S/Edition), 2013
Living Fields, 2015
Art In The Age Of Automation, 2017

 

Non tragga in inganno il nome. Il Portico Quartet è una band nata nel cuore della Gran Bretagna, all’università di Londra, dove Jack Wyllie e Milo Fitzpatrick, originari di Southampton, uniscono le forze a Duncan Bellamy e Nick Mulvey, provenienti da Cambridge.

Portico è un souvenir che portano a casa dall’Italia, quando durante un concerto a Bologna viene a piovere e l’organizzatore gli intima di continuare “sotto il portico”. Il termine gli resta nelle orecchie, e gli piace al punto da adottarlo per farne il nome della band.

Da quel giorno sono passati quasi oltre dieci anni e otto incisioni tra fisico e liquido o entrambe le cose insieme (sempre più difficile essere precisi in questo mercato frenetico ad ampio raggio di supporti): la self release Untitled (2006), Knee-Deep In The North Sea del 2007; Black & White Sessions ‎(7xFile, FLAC) del 2009; tre titoli per la Real World di Peter Gabriel sempre attenta ai talenti nuovi e originali: Isla (2009), Portico Quartet (2012), Live / Remix (2013); Live ‎(10xFile) ancora nel 2013; e nel 2015 Living Fields, registrato da Wyllie, Fitzpatrick e Bellamy più semplicemente come Portico (Nick Mulvey aveva intrapreso la carriera solistica per essere sostituito da Keir Vine, ma a partire proprio da Art In The Age Of Automation).

Art In The Age Of Automation – titolo quasi à la Marinetti – contiene i semi etimologici del gergo della band che si fanno manifesto sonoro. Arte e automazione sono le due metà del cuore che dà vita al lavoro più maturo per il Quartet e coinvolgente per l’ascoltatore.

L’automazione è quella delle macchine – le tastiere – di Jack Wyllie e Keir Vine che suona anche l’hang, strumento a percussione metallico dalle sonorità multiple e particolarissime cui viene dato ampio spazio. Ma al parco macchine contribuisce anche la copiosa elettronica applicata da Duncan Bellamy, che firma tutti i pezzi insieme a Wyllie oltre a suonare la batteria tradizionale.

L’arte è quella di un gruppo che centrifuga le più disperate influenze per trarne qualcosa di unico e dal sempre più raro sapore del “art for the art’s sake”: nei 50 minuti di musica che sono consegnati da parecchia distanza rispetto a quanto il Portico Quartet imbastiva agli esordi, ciò che predomina è il senso musica che sgorga priva di calcolo. Senza pensare a come piacere. Benché farsela piacere, per chi ascolta, sia il meno gravoso degli sforzi.

Uno dopo l’altro i brani scorrono in una parata – davvero – senza sosta in fatto di qualità.  In questo senso il quartetto di brani iniziale – Endless, Objects to Place in a Tomb, Rushing, Art in the Age of Automation – rasenta la perfezione: venti minuti di viaggio onirico tra suoni che sembrano di questo e di altri mondi, intrapreso da un corpo bionico fatto di elettronica e dei sassofoni di Wyllie, di batteria e piano acustici, dall’onnipresente hang dalla molteplice voce e dagli archi aggiuntivi di Francesca Ter-Burg e Anisa Arslanagic.

Il disco potrebbe finire qui o continuare fino alla fine con musica di contorno e sarebbe comunque da applausi. Invece ci sono altre cinque tracce – e due frammenti di pochi secondi – che portano a compimento un percorso da Gran Prix senza errori. A Lumionous Beam, Beyond Dialogue, RGB, Current History, Lines Glow sono immaginari film che scorrono per note, sequenze di immagini proiettate solo nella mente di chi ascolta, differenti per ognuno.

Nell’elisir musicale di Art In The Age Of Automation si concentrano il sinfo-minimalismo di Michael Nyman e le colonne sonore di Howard Newton (A Beautiful Mind), i ritmi sincopati dei 4Hero (analogici dello straordinario Two Pages) e Philip Glass. Il Pat Metheny di Secret Story (la sua filosofia: perché se è vero che la chitarra non è faccenda del Portico Quartet, altrettanto assodato è quanto il canadese fa suonare il suo strumento tutt’altro che come una chitarra) e un ipotetico atteggiamento da Windam Hill 2.0 (la scomparsa label che è stata pioniera). ueQueIl jazz e l’ambient sono sempre stati accostati alla band, ma per come lo si intende solitamente, il primo qui è sminuzzato e disperso nell’aria; mentre l’ambient è frequentata per flirtarci, non certo per sposarla.

Musica cinematica. Ispirata e capace di ispirare. Carica di mood. Pura.
Data la giovane età di Wyllie, Fitzpatrick, Bellamy e Vine, se Art In The Age Of Automation non si rivelerà un traguardo di arrivo ma una stazione di partenza, il Portico Quartet è destinato a diventare una stella polare del panorama musicale internazionale, indipendentemente dal genere.


(Visited 33 times, 1 visits today)
Spread the word of T.A.R.O.T.
  • 34
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •   
  •  
    35
    Shares
  •  
    35
    Shares
  • 34
  •  
  •  
  •  
  • 1
  •  
  •  
  •