Dystopia Book Cover Dystopia
Progger
Progressive rock, Fusion, Jazz-rock, Funky, Instumental
9 3 2018
Donwload, CD
Ropeadope Records
57’ 02”

 

Un nome per battezzare andrebbe pensato con molta accuratezza. Non solo quando si tratta di affibbiarlo a un essere umano – ché trovate balzane di certi genitori rovinano fin dalla nascita – ma anche quando il caso è più banale, si tratti di una azienda o di un gruppo musicale. Prendete Progger: di una bruttezza tale che merita un premio.

Potrebbe essere un infelice autogoal: perché un brutto nome può spingervi a stare alla larga. Così come una bella copertina aiuta l’acquisto. Eppure la sostanza dei Progger, nutritissima band texana – che si è ampliata fino a comprendere musicisti di entrambe le coste, sia di New York sia di Los Angeles – è di valore opposto alla qualità del nome. Di gran lunga.

Perché Dystopia vi travolgerà con insolita vigoria sin dalle prime battute; perché i Progger sono dotati di bravura tecnica e originalità di scrittura come non capita di incocciare spesso. Un piatto ricchissimo, Dystopia, nel quale ficcarsi, però, solo se siete davvero dotati di quella apertura mentale che resta l’ultima carta da giocare quando perdete a calcetto o qualcuna vi dà buca. Siete nerd, anzi a vostra volta progger: voi non ascoltate musica per vincenti, ma per gente dalla testa aperta come le ali spiegate di una falco quando plana lentamente in tutta la sua magnifica eleganza. I Progger, insomma, possono essere adatti alle vostre voraci orecchie solo se pensate che il Progressive del 2018 deve gettare uno sguardo indietro con rispetto ma decisamente puntare avanti. O per lo meno guardarsi intorno.

Per farla breve e semplice, i Progger hanno i fiati che sono di Jazz & Fusion, ma le chitarre del rock, affrontano il Blues, ma fanno ampio uso delle tastiere del Prog. E così via. Loro stessi azzardano la parola Funky: ma non vorrei spaventare qualcuno; quel qualcuno che non ha la mente aperta di cui si è detto. Prendono tutto questo, i Progger, e frullano. Per giunta con estrema abilità. E un esito sorprendente. Quasi entusiasmante.

Immaginate una mostruosa creatura – mostruosamente capace ed efficace – che abbia l’eleganza degli Steely Dan e la forza dei Chicago (Transit Authority), sprazzi di Pop-rock di classe à la Toto, il QI dei Weather Report e nulla degli IQ. A tal proposito, per quanto riguarda le spezie Progressive che la band getta nel calderone bollente è davvero difficile trovare un nome di riferimento – altro grande pregio – ma scandagliando si trovano tracce di Canterbury, forse atomi di certe mattane à la Gentle Giant, un briciolo di Jazz rock inglese, riverberi dei Camel (del periodo appunto canterburyano di Breathless: ascoltate Sinister Decisions). Ma soprattutto, frase di cui si abusa nelle recensioni musicali – ma che volete, questo è il caso– i Progger ci mettono tanto del loro.

La band che è frequentata quanto una comune degli anni ’70 – sono in più di una dozzina, se ho contato bene – è al quarto disco. Voi fate come volete: io mi godo l’ascolto ripetuto del presente Dystopia, ma in ottemperanza all’idea di guardare indietro con rispetto al più presto mi metterò alla ricerca dei precedenti tre dischi, in impaziente attesa di ciò che verrà. Non prima di avere augurato ai Progger la massima fortuna così da avere vita lunghissima.

 

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