Song for a friend Book Cover Song for a friend
Ray Wilson
Rock, Songwriter, Acoustic
3 6 2016
UK, PL
Jaggy Polski ‎– RAY07

 

Ci sono certe storie di mancato successo, che non sono quotidianamente al centro dell’attenzione pubblica, o non finiscono col lancio di fuochi d’artificio, che hanno un sapore meno dolce della vittoria ma più genuino.

Ray Wilson ha toccato il cielo con un dito almeno due volte. È arrivato al n° 1 delle classifiche nel 1994 con gli Stiltskin, one-hit wonder band che dopo Inside non ne ha azzeccata una; poi nel 1997 si è conquistato la pesante investitura di sostituto di Phil Collins nei Genesis, nel loro periodo peggiore, vero, ma pur sempre una delle band più famose e importanti – e ricche – della storia del rock, a prescindere dai generi.

Un paio di anni e il cantante, che pure era il meno responsabile del tracollo della band di Banks e Rutherford, è ritornato nell’ombra: una manciata di tentativi fallimentari dopo (con Cut_, Guaranteed Pure, e ancora Stiltskin) ha cominciato a fare i conti con la realtà, per rimboccarsi le maniche e riprendere a fare quello che sapeva ripartendo quasi da zero.

Song for a friend è un disco che rispecchia l’attuale situazione umana di Ray. Semplice, sincero, al 90% energia pulita, voce e chitarra acustica, un pianoforte sfiorato. Un tocco di organo fantasmatico e un po’ di sei corde elettrica, un sax, e la batteria di Nir Z in un solo brano, ad aggiungere sfumature. Niente fuochi d’artificio. Ma aria, terra, acqua, un cielo dove le nuvole vanno e vengono lasciando trapelare raggi di luce. A tratti ha la stessa scabra consistenza del lato più intimo e circospetto dei lavori di Justin Currie, del quale ricorda anche la voce. Ma tratta in modo sorprendente, senza pietismo, il ricordo dal quale scaturisce la canzone che dà il titolo al disco. Song For A Friend è serena, scritta per un amico vero, di quelli che ci sono quando annaspi nel mondo: uno di quelli che prendono la vita a morsi, in un eccesso di bagordi fa una stupidata, resta offeso per la vita e si suicida. Only The Good Die Young, canta Billy Joel, forse a ragione.

Cold Light Of Day, dal sapore alt-country, che delizia con poche note messe al posto giusto che scaturiscono dal posto giusto, il cuore; Not Long Till Springtime, ancora in odore dei migliori Del Amitri; le accorate Old Book On The Shelf e Backseat Driving, sono le altre canzoni che si stagliano sullo sfondo di un disco dove non c’è nulla da saltare velocemente.
Anche la cover minimalista di High Hopes dei Pink Floyd ha una buona resa.

Ora Ray Wilson vive in Polonia per ragioni di cuore. Senza automobile e con un paio di bus che usa per andare in tour con la band, in Europa continentale, dove ha un discreto successo, facendo parecchie date in piccoli posti gremiti. In UK sarebbe troppo dispendioso. Nella sua terra non ha abbastanza fan nonostante i Genesis. Ma è felice così. Dice che ha tutto quello che gli serve: una compagna che ama, un tetto sulla testa, un lavoro che gli piace e porta avanti come fa un artigiano. Piccoli lavori fatti con passione, mettendoci tutto il talento che ha. Non importa quanto sia.
Ci sono certe storie che non sono di successo, ma ti riconciliano con la vita

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