Questo post lo scrivo per me, come reminder. Ma anche – perché no – per dare un po’ di speranza a chi, alla mia stregua, si imbatte quotidianamente nel brutto che ci circonda e ne subisce i contraccolpi.
Per mercoledì scorso 1° luglio il meteo preannunciava una giornata con tante nubi in cielo quanti i capelli in testa a Telly Savalas. Il leggendario tenente Kojak mi porta invariabilmente alla memoria mio zio Gigi che ne era fan sfegatato. Una persona di umili origini ma di rara bontà. Sposato alla sorella di mia madre: Dio li fa e poi li accoppia in questo caso assume valenza positiva. Entrambi due paste di essere umani. Sempre gentili, amorevoli, disponibili. Davvero sempre. Gigi, secondo quel detto che intitola anche una magnifica canzone di Billy Joel, se ne è andato giovane, che non aveva neppure 50 anni.

Ma torniamo a mercoledì. Il meteo mi interessa in modo particolare perché per volte alla settimana parto alle 6:30 del mattino in bicicletta per Modena. Fatti sulla scassatissima e tortuosa ciclabile, alla meta saranno una cinquantina di km, e altrettanti macinati a rovescio . Seguo un corso che se riuscirò a finire con successo mi potrebbe rendere appetibile agli occhi di Isabel Allende. Ma che alla fine della giornata mi rende cotto. O bollito, fate voi. Il risultato è identico. Fatto sta che sul percorso del ritorno, arrivato a Spilamberto, circa a ¾ di strada, si scatena il finimondo sotto forma di rovesci. Trovo riparo sotto una aiuola ricca di alberi che offrono una discreta copertura. Doppia fortuna perché mi sta scoppiando la vescica, non c’è nessuno in vista, e decido di mettermi a urinare: liberarsi del dolore che sto provando vale il rischio di essere scoperti. Ma tuona e scroscia a dirotto, in giro non c’è anima. E poi sarà una questione di secondi, mica sono un dromedario. Ma naturalmente – naturalmente – a metà dell’operazione si profila un vecchietto con ombrello che mi mette in subbuglio e mi rovina il gusto della sofferta minzione che a tal punto si rivela sofferta e basta. Lo scatto per  recuperare un contegno è repentino quanto gli improperi che scappano con più violenza del nubifragio. Anche all’indirizzo del vecchiette, Cristo.
Ci riprovo dopo cinque minuti e riesco a portare a termine l’operazione. Appena finito però mi sento apostrofare: “Senta…”. È il vecchio. Ecco che ci siamo. Mi ha visto e ora mi fa la ramanzina. Ha telefonato ai vigili, chiamato l’esercito della salvezza, l’esorcista che a Modena ha sostituito il povero padre Amorth. Invece mi dice: “Guardi che là dietro si può riparare”. Non ci credo. Ringrazio e mi rifugio sotto l’androne di un magnifico condominio che pare fatto apposta per accogliere i pellegrini in difficoltà.

Ci siamo io, un gatto siamese al di là della porta di entrata, spaparanzato e impassibile sulla pedana che si trova davanti alla porta dell’ascensore, e ancora da questa parte, insieme a me, un secondo gatto pezzato, un patchwork di pelo: nero, rosso, bianco, ruggine; agitatissimo: scatta per ogni fruscio, allunga costantemente il collo cercando di sbirciare oltre la vetrata dove c’è quello che si rivelerà il coinquilino. Ma niente, quello dorme di brutto e questo pare schizzato. Arriva giù un tuono che fa vibrare la porta a vetri e il gatto ansioso scatta come Silvestro quando corre dietro a Titti, le zampe scivolano, si tiene in equilibrio a stento. Ma resta lì, sembra di casa. Poi col tempo si acquieta e la palpebra prende a calargli. Si sdraia e si fa una ragione di ogni cosa: temporale, tuoni, io che guardo senza fornire aiuto, la porta che resta chiusa. Passa altro tempo e le porte dell’ascensore si aprono. Ne esce quella che sembra la Venere del Botticelli che nasce dalle acque. Solo, vestita. Il siamese entra nell’ascensore senza enfasi. La bionda e giovane visione femminile in hot-pans mi guarda, sorride, apre la porta a vetri: quel tanto che basta per fare entrare l’altro gatto che nel giro di pochi secondi sparisce all’interno dell’ascensore insieme a padrona e imperturbabile compare.

Ad aspettare la fine del temporale che non si placa resto solo io. Passa qualche altro minuto e questa volta mi si para di fronte una anziana signore in prendisole e ombrello che sembra buono per andare in spiaggia. È la moglie del signore che mi ha suggerito il riparo. Mi dice che se voglio, l’ombrello me lo presta. Anche un k-way, se mi va. Sono stupito, quasi commosso, davvero. Ringrazio e rispondo che se non smetterà a breve ne approfitterò. La gentilezza di questi due signori mi ha spiazzato. Cose di altri tempi. Uomini di altri tempi.

Dopo un’altra mezzora circa riesco a riprendere il percorso verso casa. L’intento è di fare tappa per comprare qualcosa da mangiare da mettere nello zaino. Ma ho una fame irrefrenabile, vado in chetosi, e di colpo ricordo che sono nei pressi di un sito in mezzo a campagna con alberi da frutta. Pare che in giro non ci sia nessuno. Come prima, quando si trattava di svuotare il serbatoio. Stacco una pesca dal bel colorito ma dura come un frutto di marmo. E appena la metto in mano ecco scattare la “maledizione della urinata” e la conseguente apparizione di un vigilante: “E no…”, dice. Colto sul fatto: un negro con un erogatore di antiparassitari di quelli del secolo scorso, di plastica gialla, da portare sulla schiena come uno zaino, ma che con quel tubo e la leva per sparare il veleno sembra più un lanciafiamme, mi ammonisce. Due disperati, sebbene con ruoli diversi, in un campo di frutta: sembra una scena da grande depressione del 1929. Il nero mi dice che se ne prendo tre/quattro va bene, ma non di più.

Accidenti, sei generoso, amico. Con tre/quattro pedalo fino al confine con la Francia. Lavori per i padroni della terra? Sì, mi risponde. Mi avesse beccato il contadino/padrone mi avrebbe sparato senza neppure chiedere quanti frutti avevo colto e perché: ma confesso, ed è la verità, che ho rubato una sola pesca perché avevo fame. E sono in bicicletta. Quello mi dice “mi dispiace, prendine un’altra”. Io rispondo di no, riconosco che hai ragione, chiedo scusa. Ci salutiamo simpaticamente, augurandoci buone cose. Anche questo episodio mi ha quasi commosso. Mi ha riappacificato rispetto a quanto vedo quotidianamente. Anche se si è trattato di una sorta di tregua, perché già al discount, 10 minuti dopo, cafonaggine e stupidità sono state smerciate più a buon mercato della pasta sotto i 50 cent al pacco. Ho messo la frugale spesa nello zaino già ingolfato e sono ripartito per l’ultimo tratto fatto di salita senza la pietà espressa da vecchietti e manovale della terra coloured.

Arrivato a destinazione, sudato come un somaro, la schiena come avessi incrociato l’orso affrontato da Hugh Glass, il fondo schiena dolente come fosse stato il regalo per Elton John al party di addio al celibato, mi sono ripromesso di non scordare e ricambiare la gentilezza di quei due signori e del mezzadro. In fin dei conti due categorie di invisibili, o in qualche modo emarginati. Anziani e lavoratori che prendono dalla terra ma la curano anche. Dimostrazioni di fratellanza, empatia e gentilezza senza calcolare un ritorno possono venire solo da loro. Dio li benedica e li preservi in buona salute il più a lungo possibile.


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