Mi domando se scrivere per il web ha un senso. Se scrittura e lettura non siano esclusivamente una questione di carta. Perché il web ha sbaragliato la carta? Perché leggere sul web è gratis, ovvio. Ma è vero solo in parte.

La connessione vi costa. Il computer vi costa, non solo al momento dell’acquisto. Non infrequentemente va a ramengo per faccende sue o perché avete preso un virus proprio sui quei siti dai quali amate scaricare a ufo.

Se tutto fila per il verso giusto, cioè niente inciampi tecnici, allora siete sommersi dalla pubblicità invadente che si presente e prolifera in maniera incontrollata e quasi incontrollabile. Cliccate un millimetro più in là e siete trasportati dove mai avreste voluto.

Un articolo viene segmentato in pagine e pagine perché la pubblicità paga chi la inserisce in base al numero di clic e visualizzazioni. È un paradosso: tutti vanno di fretta e gli articoli sono appositamente rinsecchiti come prugne secche; poi succede che per leggerli ci metti dieci volte di più rispetto allo stesso pezzo sul giornale perché perdi il collegamento, sei assediato dalle inserzioni che si aprono con odiose finestre come un pezzo di formaggio caduto per terra dalle formiche. Devi dare il consenso alla registrazione dei cookie o al trattamento dei dati. Sei messo in lista per cedere un rene a tua insaputa, e fai già parte della squadra di addetti a riempire gli scaffali di pop corn cotti a gravità zero che sarà l’attrazione del primo Eurospin su Alpha Centauri inaugurato entro il 2025, e così via.

Oh, a proposito della registrazione con la quale avete regalato i vostri dati, barattandoli per informazioni spesso inutili di un sito che vi giura di sollazzarvi gratis. Come minimo la vostra leggerezza, meglio definirla generosità, ritornerà al mittente – voi/noi – sotto forma di spam che vi intaserà ad libitum la casella di posta. Spam che presa singolarmente, sul fondo, vi avverte che quella email vi è arrivata perché vi siete iscritti al sito tal dei tali, cosa che ovviamente non avete mai fatto. Non direttamente, per lo meno, ma di ‘rimbalzo’. Perché i vostri dati sono già stati venduti – venduti! – a vostra insaputa e sono di dominio di mezzo mondo. Mentre voi avete in testa la parola ‘gratis’ che vi eccita più della visione gratis – gratis! – di Pornhub.

Il gratis viene ripagato così e sotto forma di pubblicità che compare negli angoli dello schermo perché vi spiano e hanno già carpito le vostre preferenze, i vostri punti deboli, studiato il vostro stile di navigazione.
Avere gratis ciò che leggete sul web e scaricate è una pia illusione: come appena visto pagate con moneta molto più preziosa del denaro: il tempo, la vostra identità, la bile che esonda se come me non reggete più la pubblicità letale quanto un morbo. Con l’aggravante di non fare arrivare un soldo a chi ha compiuto il suo onesto lavoro, quello di scrivere (o di fare musica, film, etc.).

Do the right thing, à la Spike Lee, fatelo: comprate un giornale, un libro, una fanzine. Avrete per la mani qualcosa di tangibile, che potete consultare in ogni luogo, non solo dove c’è una presa di corrente. Che non ha bisogno di PIN per funzionare, che nessuno cercherà di rubarvi. Che potete leggere con tempi naturali. Un intrigante, voluttuoso mènage à trois: voi la carta e l’inchiostro. La vostra immaginazione, la vostra attenzione. I neuroni che applaudono e riacquistano fiducia e baldanza.

Qualche tempo fa ho letto – su Speak Up: di carta – di uno scrittore indiano – ma ce ne sono altri –, del quale purtroppo non ricordo il nome, che ha scritto il suo ultimo libro nemmeno con la macchina per scrivere ma con la penna stilografica. Fenomenale.

Ci sono manuali, corsi e pagine internet che vi danno consigli su come si scrive per il web: significa che si tratta di un mezzo innaturale che ha ‘delle’ regole tutte sue. La scrittura e la lettura dovrebbero essere esperienze univoche, appunto già ‘scritte’ e inattaccabili: per il mondo digitale dovete invece adottare strategie, come fosse una guerra; dunque c’è qualcosa che non va. Ma lo sapete anche voi: sul web (non parlo di kindle) si fa surf letterario, se un articolo è lungo si saltano le righe per arrivare alla conclusione in fretta. Si fa una media di quello che l’occhio, più che la mente, coglie al volo. È per questo che quasi sempre non si approfondisce. È la filosofia del Reader’s digest.

Un pezzo di carta emana calore, odore, buone sensazioni al tatto. Si sfoglia, fruscia, vibra, vi accompagna in una borsa, in una tasca. Al cesso. Dove volete. Lo portate a letto e non vi dirà mai “no, stasera ho mal di testa”. Non si cancella con un comando sbagliato. Lo consuma il tempo come questi fa con voi. Sbiadite insieme. Come in una relazione amorosa lunga e romantica. Un libro non dovete portarlo al centro assistenza che nel recuperarvi i dati scopre le foto intime che avete fatto con l’amante (giuro che questa l’ho sentita con le mie orecchie). E magari, la carta, col tempo assume un valore venale, ripagandovi alla lunga della scelta intelligente: guardate su ebay quanti giornali musicali, articoli, fanzine, persino annunci pubblicitari, si vendono e a che prezzo.

Non esiste un luogo che raccoglie sugli scaffali milioni di schermi che fissano una pagina web, mentre esistono le biblioteche che raccolgono libri che hanno centinaia di anni. Trovatemi un sito che sia al pari della incommensurabile bellezza di un codice miniato.

La scrittura, quella che ha senso chiamare in questo modo, nasce ed esaurisce la sua funzione con i tempi e le modalità della carta vergata e stampata. Non vi danno gratis neppure i libri della scuola dell’obbligo, come potete pensare che vi regalino altre cose meno necessarie?  

Per tutta questa bella serie – si fa per dire – di motivi, trovo più senso e dignità e ragione di esistere nella più primordiale delle fanzine autoprodotte che nel più rutilante sito che vi avverte all’istante di tutto ciò che accade nel mondo del quale tratta.

Se sei un magazine/giornale/pubblicazione di qualunque tipo/editore, il web può essere utile come cassa di risonanza, come modo per fare sapere che esisti, come faro nel mare immenso elettronico dove è sempre comunque difficilissimo farsi notare, sommersi da una marea di cose, in parte utili ma soprattutto di innominabile spazzatura.

Ma la tua vera identità, autore/editore/lettore, dovrebbe essere rappresentata dalla carta. Che poi nessuno andrà a comprare, certo. Perché con la parola ‘gratis’ sovverti ogni tipo di ordine. Giustifichi tutto. Non compri ma sei disposto a vendere te stesso e rinnegare diritti sacrosanti; come visto: dati, princìpi, convinzioni personali, senso di giustizia (riconoscere e pagare l’impegno e il lavoro degli altri).

Gli italiani sono ben disposti a spendere 20 euro di spritz e birre a sera, ma per un libro o un disco o un giornale, nisba, zero, niet, nein. No. Però se proprio dovete spendere tutto in bere, allora compratevi una lattina o una bottiglia. Ci sono etichetta e logo, la lista degli ingredienti: lì sopra qualcosa da leggere lo trovate… vuoi mai che in questo modo ‘rompete le acque’ e nasce una passione.   


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